Contratti stabiliIl Jobs Act ha favorito l’occupazione giovanile, anche se nessuno lo dice

Grazie alla riforma del governo Renzi, negli ultimi sei anni l’occupazione giovanile a tempo indeterminato è cresciuta in modo netto, anche al Sud

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È emblematico della natura profonda dell’Italia, Paese del piagnisteo continuo, che perfino i rari successi vengano minimizzati. Sembra quasi vietato riconoscere che qualcosa possa funzionare, soprattutto se legato a riforme che hanno sfidato l’immobilismo. È il caso del mercato del lavoro e dell’aumento, quasi miracoloso, dei posti a tempo indeterminato a scapito di quelli a termine.

Chi minimizza e invoca l’abolizione del Jobs Act, che ha favorito questa tendenza, sostiene che l’aumento riguardi solo i cinquantenni e sessantenni, senza benefici per i giovani. Ma non è vero. Dal 2018 sono cresciuti soprattutto i dipendenti tra i cinquantacinque e i sessantaquattro anni, ma anche quelli tra i quarantacinque e i cinquantaquattro e sotto i trentacinque. Fanno eccezione, per ragioni demografiche, solo i trentacinque-quarantaquattrenni.

La notizia è che l’incremento ha riguardato solo i contratti a tempo indeterminato: più ottocentomila tra i cinquantacinque-sessantaquattrenni e più trecentonovantamila (più sedici virgola sei per cento) tra i venticinque-trentaquattrenni, dove si costruiscono carriere e si prendono decisioni di vita. Nella stessa fascia, i contratti a termine sono diminuiti di centotrentamila. Anche tra gli under venticinque si è registrata una crescita significativa: più centosessantamila posti stabili, mentre i contratti a termine sono calati.

Dati Istat

Possiamo dire che da un lato all’interno dell’incremento totale dei dipendenti a tempo indeterminato, 1,27 milioni tra 2018 e 2024, non è secondario quello di quanti hanno tra quindici e trentaquattro anni, cinquecentocinquantamila in più, dall’altro la riduzione dei posti a termine, di duecentocinquantamila unità, è composta in maggioranza, per centottantamila, proprio dalla diminuzione dei precari under trentacinque.

Dati Istat

Il risultato è che alla fine dello scorso anno la percentuale di dipendenti con un contratto a tempo indeterminato, che è sempre stata largamente maggioritaria, è comunque cresciuta, passando dall’83,03 per cento del 2018 all’85,31 per cento del 2024. Questo incremento è ancora più visibile tra i giovani, si è passati dal 70,36 al 76,11 per cento tra chi ha tra venticinque e trentaquattro anni e dal 35,93 al 47,46 per cento tra chi ne ha meno di venticinque.

Dati Istat

Il cambiamento è quindi stato più forte proprio tra i più giovani. È tra loro che è diminuita di più la precarietà, ovvero la quota dei dipendenti a termine, e ciò è avvenuto ovunque, al Nord, al Centro e anche nel Mezzogiorno, l’area più fragile del Paese. Qui la quota di under venticinque a tempo determinato è scesa molto meno della media, di circa due punti, ma era già in partenza più bassa, del 56,6 per cento, mentre nel caso dei venticinque-trentaquattrenni, decisamente di più, la riduzione della percentuale di precari è stata più ampia, di cinque punti, e in linea con il dato nazionale.

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Il calo della presenza di contratti a termine ha riguardato sia uomini che donne e, soprattutto, è avvenuto in concomitanza con un aumento dell’occupazione. Non è un dettaglio, in passato l’incremento dei posti di lavoro coincideva con una crescita della precarietà perché i lavoratori aggiuntivi, specie se giovani, venivano inquadrati a tempo determinato, non essendo le aziende sicure che potessero servire anche nel lungo termine, e solo dopo lungo tempo eventualmente avveniva il passaggio a tempo indeterminato. Viceversa in occasione di una crisi e di una riduzione del personale erano i primi a essere sacrificati e nelle imprese cresceva la percentuale di lavoratori con contratto permanente.

Tra 2018 e 2024, invece, tra chi ha meno di trentacinque anni è aumentata sia l’occupazione che la percentuale di dipendenti a tempo indeterminato, con conseguente diminuzione di quelli a termine. Questo è evidentissimo nel Mezzogiorno: tra i venticinque-trentaquattrenni la percentuale degli occupati è passata dal 44,3 al 52,1 per cento, un progresso inimmaginabile dieci anni fa, mentre i precari sono scesi dal 35,3 al 30,3 per cento.

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Significa che non è vero che l’aumento dell’occupazione ha premiato solo i più anziani, anzi ha creato posti di lavoro stabili tra i giovani, che poi è lo scopo che dovrebbe avere ogni riforma del lavoro. Tra l’altro il recente rallentamento nell’incremento occupazionale proprio tra gli under trentacinque ha colpito meno i contratti stabili di quelli a termine.

E del resto non è un caso che dopo il Covid le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato siano aumentate oltre quota centomila all’anno, contro le settantatremila e le sessantatremila del 2017 e 2018, mentre è stabilmente vicino al tredici per cento la percentuale di trasformazioni sul totale delle assunzioni a termine, una percentuale maggiore di quella di sette od otto anni fa.

Percentuale che è stata superata nel 2020, ma per questioni eccezionali legate alla pandemia, e nel 2019, anno del Decreto dignità, che ha messo limiti ai rinnovi dei contratti a tempo determinato e che è assieme al Jobs Act tra le cause del piccolo miracolo che ha interessato l’occupazione.

Dati Istat

Tuttavia, chi sostenne quel decreto oggi ne nega i risultati. Ammettere che il lavoro è più stabile, specie tra i giovani, equivarrebbe a riconoscere il successo di una misura scomoda per l’attuale agenda politica. Che Jobs Act e Decreto dignità abbiano funzionato appare secondario, anche per chi si occupa di lavoro. Contano di più le convenienze ideologiche: meglio negare un risultato che riconoscerne il merito.

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