Tweet magico Meloni, il disperato in cerca di visibilità, e il degrado degli intellettuali di destra e sinistra

Quando un Carneade ha augurato (notare il verbo) la morte alla figlia della premier, Fratelli d’Italia gli ha dato enorme visibilità, e i social sono impazziti per un reato immaginario

Lapresse

«Ho trovato della panna e dei pomodori attaccati al cancello di casa», dice al Corriere del Mezzogiorno il povero disperato di cui in questo articolo non verrà fatto il nome perché sono l’ultima adulta: l’ultima che ha capito che chi lancia la pappa dal seggiolone vuole attenzione, ed è diseducativo dargliela.

Non so bene che minaccia minacciosa costituiscano la panna e i pomodori (lesa ricetta di amatriciana?), ma più avanti nell’intervista il tizio dice che è sua intenzione denunciare; così come parlano di denuncia tutti, sui social, rispetto a quello che ha fatto lui, e direi che è chiaro perché la giustizia italiana sia un troiaio: i tribunali sono intasati dai reati immaginari.

Il povero disperato aveva scritto che augurava (fate attenzione a questo verbo: augurare) alla figlia della Meloni la stessa sorte della quattordicenne ammazzata di recente dall’ex. Ora, non ci vuole una squadra di specialisti viennesi per capire un paio d’ovvietà. La prima è che nessuno che non viva una vita di silenziosa disperazione s’incomoda ad augurare disgrazie a una bambina che neppure ha mai incontrato. La seconda è che quel che pensiamo degli altri, qualunque cosa sia, non parla mai degli altri: parla di noi.

Ma il punto non è il povero disperato: il punto sono i normali (molti dei quali sono solo più abili a dissimulare la loro disperazione), il punto è la conoscenza dell’italiano (e quella del codice penale), il punto è questo ultimo ponte prima dell’estate trascorso dal pubblico un po’ a fare a gara all’«avete cominciato voi» e un po’ a usare a vanvera la definizione di «minacce».

Minaccia è «ti faccio fare la fine di». «Ti auguro di fare la fine di» è pensiero magico, è malocchio, è scemenza, è cattivo gusto, è tutta roba che sì, non fa di te uno che vorrei a cena a casa mia, ma che non costituisce reato (se la cafonaggine è reato, tocca costruire molte galere nuove).

Ma voi l’avete visto, questo derelitto che ora frigna per la panna e i pomodori e dice che ha chiesto una cattiveria all’intelligenza artificiale e quella gli ha detto di augurare alla figlia della Meloni di morire giovane? Questo tapino che avrà una vita fatta di niente?

Somiglia un pochino a uno che lascia ossessivamente commenti sotto i miei articoli sugli account social di questo giornale.

A un certo punto si presentò, il sosia di quello della Meloni che riempiva le proprie disperatissime giornate lasciando commenti nei quali s’illudeva di sembrare uno che si dava un tono, uno che si poteva permettere di darmi della cessa perché, ohibò, mi aveva trovata su Google, e lui invece era così ben protetto dal nomignolo che certamente lo immaginavamo Sean Connery, giacché se hai l’aspetto e la vita di Sean Connery certamente passi le giornate a insolentire sconosciute, a un certo punto (lo so, vi siete persi la principale tra gli incisi) si presentò a un festival organizzato da Linkiesta. Era un omino col riporto e il golf d’acrilico che, non vedendo la figa neanche in cartolina da mai, si mise a fotografare i culi delle presenti.

Cosa fai, chiedi alla Digos di portarlo via? No, perché sei un essere umano con una dotazione di compassione, e sai che uno così disperato se lo svergogni pubblicamente chissà cosa combina poi. Lasci che si disperi e fingi che sia tutto normale, lasci che sfoghi come può le frustrazioni della sua vita piena d’anonimato e vuota di soddisfazioni, lasci che pensi che le cose che hai raccontato tu stessa di te siano armi con cui può ferirti, lasci che si ritenga ghepardo delle inchieste perché ha Google sul telefono: a te che male fa?

Anche perché, se infierisci su uno di questi milioni di disperati, poi finisce com’è finita ieri: ovvio che uno con un orizzonte intellettuale così inesistente non regga la ribalta che credeva di desiderare, e il Carneade del weekend è passato dall’augurare la morte a una bambina al cercarla per sé. «Mi stanno facendo delle lavande ma spero non mi salvino», ha detto al telefono al Corriere, ché quando stai morendo rispondi innanzitutto ai giornalisti (non ci vuole una squadra di specialisti viennesi per sapere che non esistono suicidi tentati e non riusciti, ma solo tentativi di attirare l’attenzione). Spererei che almeno questo esito, che ci costringe a invertire le parti in commedia e trattarlo da vittima, v’insegnasse la regola ovvia che noi persone normodotate già applichiamo: lanciano insulti dal seggiolone? E tu li ignori.

Solo che questa cosa qui non funziona se ti toccano i figli, me l’ha insegnato “Grey’s Anatomy”. Nel finale della ventunesima stagione, andato in onda qualche settimana fa, la disperatissima madre d’una bambina che era stata operata al cervello con esiti non buoni aveva trascinato una bombola in sala operatoria minacciando (quella sì che era minaccia e non pensiero magico) di farla esplodere se non avessero rioperato la figlia.

Mentre cercavano di farla star calma, Meredith Grey la teneva buona assecondandola sì come i matti, ma dicendo una cosa che io sono sicura sia stata scritta perché di massima identificabilità per il grande pubblico: io la capisco, facciamo qualunque cosa per i nostri figli.

Il post del Carneade che ora ciancia di denunciare non so bene chi per il reato di panna e pomodori, e che si ciancia di denunciare per il reato di pensiero magico (tribunali sempre più intasati), quel post lì è diventato di pubblico dominio non perché Carneade abbia una qualche visibilità, ma perché rilanciato dall’account di Fratelli d’Italia.

Ho già scritto qualche settimana fa (aveva rilanciato analogo disperato Geppi Cucciari) che pensare di rieducare qualche Carneade dandogli esattamente la visibilità che cerca non è una trovata intelligentissima. In questo caso, il post divenuto di pubblico dominio, con tanto di interviste a Carneade, ha dato la stura a deliri incrociati della fattispecie «e allora voi».

E allora voi che avete al governo uno che ha detto «orango» a una di sinistra. E allora voi che avete detto agli emiliani che si meritano l’alluvione. E allora voi che avete detto «cesso» al figlio del tal deputato. E allora voi che non vi siete indignati per le minacce al figlio di quell’altro presidente del Consiglio. E allora voi che da anni alimentate l’odio sociale e razziale. E allora voi che fomentate. E allora voi che non volete l’educazione affettiva nelle scuole.

Forse, se il Carneade del post di pensiero magico passa più tempo di me sull’internet, ciò costituisce attenuante; ritengo, solo per aver letto i tweet (o come si chiamano ora) di destra e di sinistra su questa vicenda, di aver perso diversi punti di quoziente intellettivo. Non fa bene al cervello assistere alla disperazione di secondo livello: quella di chi, se il fatto del giorno è un povero disperato, cerca di prendersi un pezzettino di riflettore dicendo qualcosa di roboante al riguardo.

Può essere che il rilancio di Carneade da parte dell’account di Fratelli d’Italia sia propaganda politica; nessuno ha mai perso consenso, in questo secolo, facendo la vittima, non è che ci voglia Pascal Bruckner per spiegarlo, non è che serva aver letto René Girard: basta aver visto Cristina Plevani al primo “Grande Fratello”.

Ma può anche essere che la Meloni, come Meredith Grey e come la matta con la bombola, abbia perso la lucidità (che di norma credo abbia) necessaria a capire che quel post non parlava di sua figlia ma del povero disperato, e ci diceva che disperatissima vita avesse, una vita in cui per sfogarsi deve scrivere in pubblico che spera nel decesso d’una bambina. Che abbia, la Meloni, pensato che no, va bene tutto ma tu mia figlia non me la tocchi, passino gli insulti a me, al mio inglese, al mio guardaroba, alla mia dizione, ma mia figlia no. Secondo me, se si ferma a pensarci, lo sa pure lei che il disperato del caso è uguale a tutti i disperati dell’internet: uno che poi, se t’incontra, ti dice che è tanto tuo fan e chiede se potete farvi una foto insieme. Uno che si sente invisibile (lo è), e invece vuole esistere.

I più moderati – come Gianfranco Rotondi, che dice che la Meloni neppure dovrebbe denunciare il Carneade, il quale però dev’essere licenziato perché uno così non può avere a che fare con gli scolari (insegna tedesco) – mi fanno venire in mente una cosa che tempo fa disse Mario Fillioley. Cito a spanne: non si può pretendere che gli insegnanti siano gente straordinaria, perché per far funzionare la scuola di insegnanti ne servono tantissimi, e non possono esistere così tanti individui dall’intelletto eccezionale.

Li santifichiamo e mentiamo dicendo di ritenerli preziosissimi perché santificarli è assai più semplice che trattarli come si fa con quelli che sono davvero preziosi: selezionandoli duramente e pagandoli molto bene. Gli esseri umani che, nonostante abbiano qualità intellettuali, scelgono un lavoro mal pagato e frustrante col solo vantaggio d’avere pochissime ore lavorative, quelli sono una minoranza. Mediamente, gli insegnanti sono scemi e disperati quanto lo è la maggior parte dell’umanità in ruoli non gratificanti, quell’umanità di cui non ci accorgiamo se non succede qualche casino. E vi dirò: non sono sicura che il problema siano loro.

Qualche tempo fa Fedez trasecolò perché, volendo denunciare un qualche tifoso di calcio (categoria per la quale dovrebbe valere l’infermità mentale) che aveva augurato un cancro a suo figlio, aveva scoperto che il malocchio non costituisce reato. Fedez ha la terza media, e posso capire che non abbia consuetudine col codice penale e il suo criterio sia «tu cancro a mio figlio non glielo dici capitoooo». Ma che scusa hanno gli evidentemente non eccezionali intellettuali di destra che, agli «e allora voi» dei mediocri di sinistra, in questi giorni hanno opposto speculari e altrettanto stolidi «Carneade deve marcire in galera»?

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