
L’Arena Kombëtare è il fiore all’occhiello di Tirana e di tutto il calcio albanese, ed è già stata la sede della finale di Conference League del 2022. Qui, sabato scorso, si è disputata la gara delle qualificazioni ai Mondiali di calcio del 2026 tra l’Albania e la Serbia. Una partita che non poteva essere come tutte le altre, e che da mesi aveva attirato l’attenzione non solo degli appassionati di calcio, ma anche di quelli di politica internazionale.
L’accesa rivalità etnica tra i due popoli affonda le proprie radici nella storia della regione, e ha chiaramente il suo apice nel conflitto in Kosovo e nella successiva questione dell’indipendenza di Pristina. Oggi la guerra è formalmente alle spalle, e il rettangolo verde è l’ultimo spazio in cui i sentimenti nazionalisti possono sfogarsi liberamente. O almeno così è stato per diversi anni, mentre adesso le due federazioni e i rispettivi governi vorrebbero almeno in parte che le cose cambiassero.
Da qualche tempo Albania e Serbia sembrano infatti ben avviate sulla strada della cooperazione. È dal 2021 almeno che Edi Rama e Aleksandar Vučić parlano pubblicamente delle loro ottime relazioni, e pure in questo caso lo sport sta venendo usato come un ambito per esplicitare questa collaborazione. Nel 2027, infatti, i due Paesi balcanici ospiteranno insieme gli Europei U21, nonostante molti osservatori abbiano sollevato delle perplessità sulla candidatura. E il match di sabato non ha fatto che confermare questi dubbi.
Dieci anni di tensioni nel calcio
Albania-Serbia si presentava come una sfida particolarmente tesa sotto il profilo della sicurezza. L’ultima volta che le due selezioni si erano affrontate era stato il 14 ottobre 2014 a Belgrado, nelle qualificazioni agli Europei. Ai tifosi venne vietata la trasferta, e dentro lo stadio si verificarono fischi e insulti verso l’inno albanese. Poi avvenne l’imprevisto: un drone iniziò a sorvolare a bassa quota il terreno di gioco, costringendo a interrompere il match. Ma il peggio fu che il mezzo portava con sé una bandiera nazionalista della Grande Albania, che rivendica il Kosovo come proprio (e che venne tirata giù con rabbia dall’attaccante serbo Aleksandar Mitrović).
Nei dieci anni successivi, poche cose sono cambiate. Nuove polemiche scoppiarono nel 2018, durante i Mondiali in Russia, quando gli svizzeri di origine kosovara Xherdan Shaqiri e Granit Xhaka segnarono alla Serbia e festeggiarono facendo con le mani il gesto dell’aquila albanese. L’estate scorsa, le bandiere della Grande Albania si sono viste regolarmente tra i tifosi durante gli Europei, e il 19 giugno, al termine di Croazia-Albania, l’attaccante Mirlind Daku prendeva un megafono e aizzava i suoi tifosi con cori contro i serbi (per questo ha ricevuto poi due giornate di squalifica). Il clima attorno alla partita di questo sabato, dunque, non era dei più sereni, e nonostante il divieto di trasferta a Tirana dei tifosi serbi è circolata la voce che Danilo Vučić, figlio del Presidente serbo e noto per le sue frequentazioni con gli ultras nazionalisti, sarebbe stato presente all’incontro.
Una storia prevedibile
Nelle ore precedenti al fischio d’inizio, l’account X Kosovo Football ha diffuso un video dell’Arena Kombëtare con le due rispettive bandiere esposte sopra le tribune, in cui quella della Serbia appariva visibilmente più piccola di quella dei padroni di casa. In realtà, il video sembra essere un falso: le autorità serbe non hanno protestato, la stampa internazionale ha ignorato il fatto, e altre immagini dello stadio dimostrano che le due bandiere avevano in realtà le stesse dimensioni.
Come detto, i rispettivi governi e le federazioni sono in buoni rapporti e in piena collaborazione da qualche anno. Il vero problema sono le tifoserie, e più in generale le popolazioni, tra cui i sentimenti nazionalisti sono ancora molto forti. Nella strada verso lo stadio, alcuni sostenitori albanesi mostravano bandiere col volto di Adem Jashari, fondatore dell’Uçk (l’Esercito di Liberazione del Kosovo), e la scritta “Lui è vivo”. Altri ne hanno mostrata una con l’immagine di Elez Isufi, leader albanese nella guerra contro i serbi di inizio XX secolo, con una scritta che diceva “I vecchi nemici non si trasformano in nuovi amici”.
In campo è successo più o meno quello che ci si poteva attendere, ma nulla di veramente grave. L’inno serbo è stato sommerso dai fischi, costringendo la trasmissione ufficiale della Uefa ad abbassare il volume. Addirittura i bambini che hanno accompagnato in campo i giocatori serbi ne hanno approfittato per rivolgere alle telecamere il gesto dell’aquila. Dagli spalti sono piovuti prima cori per l’Uçk e poi alcuni oggetti, portando a temporanee interruzioni della partita. È finita con un 0-0 molto diplomatico, che non ha scontentato nessuno, ma ha lasciato aperto tutto, sia sul piano sportivo che politico. Il ritorno sarà l’11 ottobre, questa volta con i tifosi serbi e senza quelli albanesi.