Il varietà Trump & Musk ci intrattiene da giorni, ma i frizzi e lazzi di questa commedia dell’arte, con una maschera che detiene i codici nucleari e l’altra i nostri dati personali, sono riusciti a mettere in secondo piano, come se fosse una minuzia ininfluente, l’aspetto più terrificante della questione: l’America di Donald Trump è sempre meno uno stato di diritto, e sempre più un Paese che comprime la libertà.
Lasciamo perdere le accuse e le infamie reciproche che si sono scambiati i due viziati commedianti, qui il punto è che Trump ha detto due enormità che lo fanno somigliare sempre più al suo modello e mentore Vladimir Putin, ovvero a un dittatore, e sempre meno a un Presidente degli Stati Uniti.
Trump ha reagito alle critiche di Musk minacciando di cancellare i contratti miliardari che le aziende del fondatore di Space X hanno con il governo federale, e poi ha detto che se alle prossime elezioni di metà mandato Musk finanziasse candidati democratici contro candidati repubblicani «dovrà affrontare conseguenze molto serie».
Lo schema è lo stesso che da vent’anni Vladimir Putin applica contro gli oligarchi che considera infedeli: minacce, ritorsioni, galera e nei casi più delicati una sufficiente dose di Novichok per togliersi definitivamente il pensiero. Ed è surreale che un importante deputato del partito unico di Putin, chiaramente un esperto del tema “litigi tra uomo di potere e oligarchi”, abbia offerto a Elon Musk l’asilo politico a Mosca (proprio mentre l’ideologo fascista Alexander Dugin ospitava al Future Forum 2055 il padre di Musk, a sua volta sveltissimo a dire che Elon ha sbagliato a prendersela con Trump: se vi sembra una riedizione della lettera del padre del giovane di Forza Italia che bacchetta il figlio perché ha criticato il generale Roberto Vannacci è perché la seconda volta la storia si ripete sempre come farsa).
Se l’America diventa il posto dove nemmeno l’uomo più ricco del mondo può dire liberamente quello che pensa, figuriamoci la libertà che potranno avere i poveri cristi, a cominciare da quelli che ogni giorno sono oggetto di quel tipo di retate in stile Gestapo che nel weekend hanno scatenato una rivolta popolare a Los Angeles.
Trump ha risposto alle proteste contro i metodi dell’Ice (l’agenzia federale che si occupa di immigrazione) scavalcando il governatore della California, e ordinando il dispiegamento della Guardia Nazionale californiana grazie a una norma che è stata usata soltanto una volta, nel 1965, quando Lyndon Johnson mandò le truppe statali a difendere chi manifestava per i diritti civili in Alabama. Trump invece manda i soldati per arrestare i manifestanti che pretendono che si rispetti la Costituzione, e non contento ha chiesto al capo del Pentagono di mobilitare anche i marines. Rileggete bene: Trump ha ordinato di schierare i marines sul territorio americano contro i propri concittadini.
Mancava solo l’esercito, in effetti, visto che già quasi tutti gli apparati e le agenzie federali sono stati trasformati in strumenti trumpiani di repressione degli oppositori, dall’Fbi (la polizia) al Dipartimento della Giustizia, dal Dipartimento della Sicurezza nazionale all’Irs (il fisco).
Trump ha già cancellato il dissenso dentro il Partito Repubblicano, indebolendo così l’autonomia del Congresso e la libertà del dibattito politico. E ha piegato alcuni grandi media e alcuni grandi studi legali, costringendoli a firmare un accordo transattivo, cioè a versargli milioni di dollari, altrimenti non avrebbero potuto continuare a fare il loro lavoro in seguito alla cancellazione di concessioni e al divieto di accedere alle istituzioni federali. Anche alcune università hanno ceduto agli ordini esecutivi trumpiani di ritirare i fondi pubblici.
Certo non tutte le università hanno ceduto, così come non tutti i giornali e le televisioni hanno abbassato il capo, e non tutti gli studi legali si sono rivelati codardi. La resistenza c’è, qualche anticorpo rimane, e qualche contrappeso prova a fermare il trascinamento verso un sistema autoritario.
Quello che sta succedendo non può stupire, perché Trump queste cose le ha promesse in campagna elettorale, compresa l’aspirazione di voler fare dittatore almeno per un giorno, forse nello stesso giorno in cui avrebbe dovuto far cessare il fuoco in Ucraina, vai a sapere. Sta di fatto che, cinque mesi dopo, Trump prova ancora per conto della Russia a far capitolare l’Ucraina, e continua a giocare al piccolo dittatore con gli ordini esecutivi da Papa Re di Queens, con le espulsioni di massa da Furher in chief, e con le minacce a chiunque gli passa per la testa.
Stiamo parlando di uno scenario russo in America, stiamo assistendo alla trasformazione della più longeva democrazia del mondo in una democratura, alla mutazione di una repubblica che si autogoverna, ovvero il cuore dell’American Experiment, in uno Stato autoritario guidato da un aspirante despota che dispone come vuole dei dissidenti e si aspetta da tutti gli altri solo lusinghe e soffietti.
Possiamo continuare a ridere e a scherzare sui tweet e i dispetti social dei due attempati adolescenti, ma sarebbe il caso di preoccuparsi di cose serie: questa non è l’America, e Trump il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti.