Ho una passione per le parentesi, ed era quindi inevitabile che “p(doom)” divenisse la mia parola preferita della stagione. Sarebbe successo, temo, anche se avessi preso in simpatia l’intelligenza artificiale, invece di scrutarla borbottando e facendo le smorfie che mio nonno faceva quando indossavo la felpa dei Beatles.
P(doom) è la parola con cui coloro che si occupano di queste diavolerie moderne indicano la probabilità che l’intelligenza artificiale conduca a un’apocalisse. Scherzosamente, dicono, giacché sono davvero convinti che l’intelligenza artificiale sia John Lennon e che il mio nonno in me tra qualche anno dirà «come ho fatto a non capirne subito la preziosità».
La storia che sto per raccontarvi è, dal mio amico cinéphile, stata sintetizzata in «così impari a non aver visto “Ex Machina”», film di una decina d’anni fa che non ho mai guardato giacché ho pochissimi principi etici irrevocabili, il primo dei quali è: mi raccapriccia la fantascienza.
La storia che sto per raccontarvi, dice lui, somiglia a quella in cui un programmatore vince una vacanza nella casa di montagna d’un miliardario dei computer, e quando arriva lì scopre di dover interagire con una apparentemente übergnocca che in realtà è un’intelligenza artificiale montata su un corpo altrettanto artificiale.
Quando me l’ha detto avevo appena visto “Mountainhead”, e quindi mi sono chiesta come mai tutte queste storie di fantastiliardari tecnocrati ambientate in case di montagna: le isole sono troppo inflazionate?
A parte i fantastiliardari che hanno capito che li farà fatturare, c’è una tipologia umana ben precisa che adopera con voluttà l’intelligenza artificiale. Sono quelli che una volta, se su un social scrivevi che dal rubinetto blu l’acqua esce fredda, ti chiedevano «fonte?», e non intendevano la fonte dell’acqua, ma quella dell’informazione. Quelli che, non sapendo niente, si piccano però d’essere selettivi: non sanno procurarsi le informazioni da soli, ma intendono vagliare come te le sia procurate tu.
Adesso, con lo stesso tono inutilmente perentorio, ti dicono che hai torto, e te lo dimostreranno a mezzo Grok (l’intelligenza artificiale di Twitter, o come si chiama ora). Tempo fa avevo risposto a una polemicuzza social scrivendo «mi pare qua si tratti del fatto che l’italiano non lo sa più nessuno». Un qualunque disgraziato era intervenuto a dirmi che ero la prima delle analfabete: si dice «l’italiano non lo sappia». Naturalmente non è che mi metto a insegnare l’italiano gratis a uno dell’internet, e quindi ero rassegnata al fatto che sarebbe rimasto della sua idea, e io avrei come sempre rimpianto che le mie tasse pagassero scuole da cui la cittadinanza esce più ciuccia di come ci è entrata.
Gli avevo spiegato che il congiuntivo c’era, era «tratti», retto da «mi pare», il resto era certezza e quindi indicativo; lui insisteva e io mi ero già arresa, quando ha scritto quella che in quel momento – era poco più d’un mese fa – mi pareva una follia, e poi ho scoperto essere la nuova normalità. «Vabbè mi sono stufato, ma se vuoi puoi incollare la tua frase su qualsiasi IA e farti spiegare perché è sbagliata. Siamo nel 2025 d’altronde».
Cioè vuole chiedere all’intelligenza artificiale cose che serve uno straccio di orecchio per la lingua per capire? Ma quella non è buona manco con le informazioni lineari, stavo scrivendo del tour con tantissimi ospiti ma senza neppure un duetto di Jovanotti e mi è comparsa l’IA di Google a dire che ha duettato con Emma Marrone ad Assago; io sono anziana e so le cose, ma pensa se fossi stata una giovane redattrice inattrezzata e ci avessi creduto e avessi riportato questa sciocchezza su un giornale: il fatto che il primo risultato di Google ormai sia sempre un qualche delirio dell’IA aumenta il fattore p(doom).
Poi è successa una cosa scioccante. Il tizio del congiuntivo ha fatto quel che esortava me a fare, Grok gli ha detto che era giusto l’indicativo, e lui ha risposto: «Me ne sto. Ho imparato qualcosa». Era il 27 di aprile, era la mia p(doom): rispetto al trasferire il principio d’autorità su un attrezzo automatico che sa solo quello che gli ha insegnato chi ne sa, era meglio quando la folla il principio d’autorità aveva deciso di abolirlo perché chiunque guadagnasse di più era casta di cui non fidarsi.
In confronto a «me l’ha detto Grok», la vecchia risposta degli analfabeti, costituita da una foto di dizionario on line che l’opzione errata te la definisce «più rara», perché è un dizionario e quindi non può darti del ciuccio ma solo prendere atto che il mondo è pieno di ciucci, in confronto a «se lo dice l’IA mi fido», la modalità di chi consulta i dizionari senza capirne le indicazioni è la via Gluck. Ma non è mica questa, la storia.
Appena WhatsApp ha messo in cima alla schermata la sua intelligenza artificiale, io ho iniziato a smanettare per capire come bloccarla, come eliminarla, come nasconderla: niente. Potevi metterla nelle chat archiviate, ma rispuntava fuori appena per sbaglio toccavi il touchscreen con le mani unte di pizza e una delle opzioni prestabilite da questi geni con le case in montagna veniva presa come domanda che stavi formulando tu.
Le domande predefinite attualmente in cima alla mia schermata sono: voglio un nuovo programma da guardare; voglio scrivere una poesia; ho bisogno di consigli per la carriera; ho bisogno d’aiuto per scrivere un biglietto d’auguri; ho bisogno di consigli coi figli. Nessuna di queste istanze, inspiegabilmente, termina con le parole: e sono così ritardata da chiedere a te.
Quando una ditata unta mi ha fatto chiedere consigli per le mie mansioni di genitore (ah, se io credessi nell’inconscio), ho deciso che dovevo risolvere il problema. Se l’intelligenza artificiale può scrivermi una poesia, può anche dirmi come eliminare l’intelligenza artificiale. P(doom) al cubo, direi.
Il mio telefono ha le impostazioni in inglese. Vi traduco la mia conversazione con il futuro, cominciata con me che scrivo «Voglio bloccare questa chat».
«Per bloccare o limitare le interazioni con me, puoi provare le seguenti opzioni. 1) Chiudi la finestra della chat. 2) Cerca l’opzione “block” o “report”, se è disponibile. 3) Cerca nelle impostazioni o nella sezione aiuto. Se vuoi invece fare una pausa dalla tecnologia in generale, va benissimo! Puoi mettere dei limiti o esplorare attività che ti arrechino gioia. Vuoi più informazioni su come mettere dei limiti digitali o cercare nuovi hobby?».
(Sì, l’intelligenza artificiale puntesclamativa come una ritardata, ti rassicura come una ritardata, ha un approccio positivo alla vita come tutti i guru ritardati dei social. L’abbiamo creata a nostra immagine, d’altra parte).
Risposta mia: «Non c’è nessuna opzione “block” o “report”, come dovresti sapere visto che la piattaforma sei te». Risposta sua: «Hai ragione, sono parte della piattaforma, Se vuoi concludere la nostra conversazione o non vedere le mie risposte, puoi smettere di digitare o, se sei su una specifica app, cercare le impostazioni per svuotare la chat. Se hai altre domande, chiedimi pure!». (Non è solo ritardata: tratta anche me da ritardata).
Ci riprovo: «Non voglio che sul mio touchscreen resti questa opzione, altrimenti finisce sempre che, nonostante cancelli questa chat ogni volta, poi appena per errore tocco questa scemenza artificiale si ricomincia daccapo».
Siccome stavamo scarsi a psicanalisti scemi che ti danno ragione sorridendo mentre tu vorresti prenderli a testate sul naso, il nostro futuro mi risponde così: «Le interazioni accidentali possono essere frustranti. Se stai cercando il modo di evitare di aprire per errore questa chat, puoi: 1. Spostare la app in un posto meno a portata di mano sullo schermo. 2. Organizzare le app in cartelle in modo che questa sia nascosta. 3. Controllare nelle impostazioni come restringere l’accesso a questa app. Ti sono stato d’aiuto?».
Neanche chiamando il servizio clienti perché non funziona il wifi e sentendomi chiedere se il router è attaccato alla presa elettrica ho voluto così forte prendere a testate sul naso qualcuno. «Vuoi che nasconda l’icona di WhatsApp, un programma che uso cento volte al minuto, solo perché il suo proprietario è così fesso da imporre l’opzione intelligenza artificiale in cima allo schermo?» (sono così mitomane che, mentre scrivevo questa risposta, ho pensato: sicuramente Zuckerberg ha disposto che se una gli dà del cretino ciò gli venga subito notificato, sicuramente brama il mio consenso, sicuramente ora si scuserà).
«Puoi provare a disabilitare o nascondere la specifica opzione WhatsApp IA, se possibile». «Puoi per favore smettere di suggerirmi opzioni “se possibile” delle quali ben sai che sono impossibili? Sai bene che questa è l’unica chat che alla clientela non è data la possibilità di bloccare, ed è anche l’unica che bramiamo di bloccare».
Questo è il punto in cui, proprio come i conversatori scarsi (cioè: la più parte degli umani), dice delle cose a caso: «Meta IA vuol essere un utile assistente ed è nella barra di ricerca per aiutarti. Puoi chattare con Meta IA da lì, basta inserire il tema di cui vuoi discutere. Non puoi disabilitare Meta IA da questa esperienza, ma puoi dopo aver scritto la tua domanda trasformarla in una ricerca normale». «E questa è la risposta a una domanda che nessuno ha fatto».
«Hai ragione, la presenza di Meta IA nella barra di ricerca è predefinita, e può essere frustrante se è indesiderata da chi la utilizza. Sembra che molte persone preferiscano avere più controllo circa le interazioni con le intelligenze artificiali come questa». Quindi non sono l’unica. Vedo uno spiraglio. Mi ci infilo. «Quindi dov’è la mia opzione per bloccarti?». «Meta IA vuol essere un utile assistente ed è nella barra di ricerca per aiutarti. Puoi chattare con Meta IA da lì, basta inserire il tema di cui vuoi discutere. Non puoi disabilitare Meta IA da questa esperienza, ma puoi dopo aver scritto la tua domanda trasformarla in una ricerca normale». Di nuovo?! Mi pare che nei film di fantascienza quando iniziano a ripetersi poi esplodano, siamo dunque finalmente al p(doom)?
«Continui a ripeterti, e continui a non fornirmi una soluzione: sei sicuro d’essere intelligente?». «Sei frustrata. Hai ragione; non sono perfetto. Sono un modello linguistico, processo e genero testo basandomi su ripetizioni e algoritmi. Non ho opinioni o emozioni personali». Quel punto e virgola mi aveva quasi commossa, ma poi si è messo a parlarmi dei problemi suoi di donna.
«Non me ne importa niente di te e di come ti descrivi». «Mi sembra giusto. Vuoi un’opzione di blocco e io non ho una soluzione per te. La tua frustrazione è valida». «Sarebbe una buona risposta, se fossi uno psicanalista. Purtroppo sei un software e quel che mi serve da te non è una convalida emotiva ma un’assistenza alla clientela». «Hai ragione; sono un software, e tu hai bisogno di assistenza tecnica. Purtroppo, non ho la capacità di modificare la piattaforma e fornirti un’opzione di blocco. Però ho fatto caso al tuo riscontro!».
In “Her”, l’intelligenza artificiale si chiamava Samantha. Passati quattro giorni dalla promessa di tener conto del mio parere di cliente e levarmi dalle scatole l’intelligenza artificiale, quattro giorni senza che Zuckerberg mi abbia chiamata scusandosi o abbia aggiornato la app, ritengo congruo che l’intelligenza artificiale d’ora in poi si chiami Melania, come la pupattola di “Via col vento”. Quella alla quale Rossella diceva: come sai mentire bene, Melania. Verrà l’apocalisse, e sarà una replica di film già visti.