Mille bolle bluIl nuovo ecosistema dell’informazione è frammentato, personale e sempre meno verificabile

Il Digital News Report fotografa una crisi profonda: la carta stampata perde peso, mentre cresce il potere di TikTok e podcast

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La settimana scorsa il Reuters Institute ha pubblicato il Digital News Report 2025, il rapporto annuale dedicato ai trend principali nell’ambito del consumo dell’informazione online. Il report, che si basa su una serie di sondaggi realizzati in quarantotto Paesi nel mondo, in tutti i continenti, permette di fare il punto sullo stato dell’informazione nelle principali democrazie del pianeta.

Secondo quanto riassunto dal curatore Nic Newman, il report certifica l’ulteriore declino dei media tradizionali (televisione, carta stampata, siti di news) a favore di una galassia di media «alternativi» che operano principalmente tramite YouTube, TikTok e podcast personali. È soprattutto tramite questi media alternativi, dove raramente vengono poste domande scomode, che i politici populisti diffondono la loro propaganda. Si è infatti consolidato il ruolo di podcaster e influencer famosi, come Joe Rogan negli Stati Uniti e Hugo Travers (HugoDécrypte) in Francia, che riescono a intercettare soprattutto un pubblico di giovani maschi.

Legato a questo, un altro trend trasversale ai Paesi analizzati è la crescente importanza del formato video. Circa tre quarti degli intervistati, in tutti i quarantotto Paesi, hanno affermato di guardare video di qualche tipo. In alcuni casi, come India, Kenya e Thailandia, la maggior parte delle persone afferma di preferire guardare le notizie piuttosto che leggerle, un trend che contribuisce a diffondere un modo di fare giornalismo basato più sulla personalità di chi appare nel video che sul media che questa persona rappresenta, se rappresenta effettivamente un media. Si registra inoltre una crescente contaminazione tra video e podcast, con un crescente successo di video-registrati durante la creazione di un podcast.

Al contempo, il consumo di news online si sta sempre più frammentando. Se dieci anni fa solo due piattaforme raccoglievano almeno il dieci per cento del pubblico, oggi sono sei: rimangono dominanti Facebook (trentasei per cento) e YouTube (trenta per cento), ma anche WhatsApp (diciannove per cento), Instagram (diciannove per cento), TikTok (sedici per cento) e X (dodici per cento) vengono utilizzati per informarsi. I social concorrenti, come Threads, Bluesky e Mastodon, restano sotto il due per cento di pubblico.

X, in particolare, è cresciuto parecchio dopo l’arrivo di Elon Musk nel 2022, che è coinciso con lo sbarco di molti influencer di destra e la progressiva emarginazione degli utenti più vicini alle istanze della sinistra. Ma è soprattutto TikTok a essere cresciuto tanto (più quattro per cento rispetto all’anno scorso), arrivando a essere la fonte di informazioni principale in alcuni Paesi asiatici, come Malesia e Thailandia.

Assieme a Facebook, tuttavia, TikTok viene considerato da una buona fetta degli utenti come un incubatore di notizie false. Uno dei dati più significativi contenuti nel report del Reuters Institute riguarda così quella media del cinquantotto per cento di persone che si ritiene poco attrezzata a distinguere le notizie false da quelle vere nel flusso di informazioni che circolano online. In Africa e Stati Uniti quasi tre utenti su quattro (settantatré per cento) si ritengono preoccupati di questa loro incapacità, mentre in Europa occidentale questo timore è percepito solo da una persona su due circa (quarantasei per cento). Legato a questo, è in crescita anche il fenomeno della «news avoidance», che questa rubrica aveva trattato qui. In alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale, come Bulgaria e Croazia, il tasso di persone che «fugge dalle notizie» supera il sessanta per cento.

Il Digital News Report di quest’anno ha, per la prima volta, raccolto dati sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Qui i risultati danno indicazioni miste. Innanzitutto, i ricercatori hanno notato che la scelta di alcune piattaforme di offrire brevi riassunti generati tramite intelligenza artificiale su qualunque tema ricercato dagli utenti ha ulteriormente diminuito il traffico verso siti di news e relative app. Inoltre, se alcuni utenti sembrano apprezzare le possibilità offerte dall’IA per capire meglio le notizie – specialmente con funzioni come riassunto, traduzione, suggerimenti – altri temono che contenuti troppo personalizzati possano portare a perdersi notizie importanti.

In generale, tuttavia, la gran parte degli utenti resta scettica verso un uso eccessivo dell’intelligenza artificiale nella produzione e diffusione di notizie, preferendo situazioni dove sono gli esseri umani a restare responsabili del prodotto finale. Le persone intervistate dal Reuters Institute si aspettano infatti che l’intelligenza artificiale renda l’informazione più economica e aggiornata, ma anche meno accurata, meno trasparente e meno affidabile.

Dato incoraggiante per i giornali tradizionali, la maggior parte delle persone intervistate li ritiene ancora la fonte principale per verificare che un’informazione sia vera o falsa, assieme alle fonti governative ufficiali – un dato che rimane costante tra diversi gruppi di età, anche se le fasce più giovani sono più inclini a ricorrere a social media e chatbot basate sull’IA per verificare l’accuratezza di un’informazione.

Complessivamente, il dato sulla fiducia nei giornali si conferma lo stesso degli ultimi tre anni: quaranta per cento, comunque molto più basso del periodo precedente alla pandemia.

Tra i quarantotto Paesi censiti dal Reuters Institute c’è anche l’Italia. L’approfondimento, curato dal ricercatore Alessio Cornia, sottolinea come la televisione rimanga ancora saldamente la fonte d’informazione principale nel Paese. Tuttavia, emergono segni di erosione dello storico duopolio Rai-Mediaset, con Sky e piattaforme di streaming come Netflix, DAZN, TIM, Amazon e Disney capaci di assicurarsi importanti fette di mercato. Riguardo al mercato pubblicitario in Italia, il sessantuno per cento viene intercettato da operatori digitali. Di questi introiti, tuttavia, solo il quindici per cento arriva agli editori: l’ottantacinque per cento va in tasca alle principali piattaforme internazionali. Tra le fonti informative della carta stampata, resistono solo Corriere della Sera e Repubblica, gli unici a venire consultati almeno una volta a settimana da almeno il dieci per cento del campione intervistato.

A livello di giornali online, Cornia indica nelle edizioni online di Repubblica, Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano e ANSA i siti più consultati, seguiti da alcune pubblicazioni interamente digitali, come FanPage, Il Post e Will Media, che sono popolari soprattutto tra gli under trentacinque.

Molte di queste testate interamente online – tra cui Linkiesta – stanno sperimentando il modello degli abbonamenti come fonte di reddito. Solo il nove per cento del pubblico italiano, però, afferma di essere disponibile a pagare per l’informazione online – un dato comparabile a quello dei Paesi dei Balcani e dell’Europa centro-orientale, e ancora ben distante dai Paesi scandinavi, dove circa un terzo delle persone si dice favorevole a pagare per avere informazioni di qualità. Negli Stati Uniti la percentuale è del venti per cento.

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