
Il punto nodale di tradurre la lingua dei sensi in una lingua numerica (input), che poi debba di nuovo apparire percepibile dai sensi (output) – ancorché tradotta su un altro medium sensoriale, il monitor – emerge con forza dall’analisi delle immagini digitali. Non è un problema da poco, per la vista, per gli altri sensi e per la formulazione del nostro pensiero, che dai sensi si forma e si mostra a noi in modo incarnato, anche nelle sue manifestazioni più astratte e sottili (Gallese, Lakoff, 2005; Gallese, 2007). Dunque, il nostro corpo è coinvolto in modo pregnante dall’utilizzo del digitale, traduce alcuni sensi e modifica costantemente, nell’uso della sua traduzione, il nostro apprendimento e il nostro pensiero, che hanno a che fare con una tecnologia intellettuale nuova, quella fornita dall’utilizzo dei dispositivi digitali che il nostro corpo usa.
È indubbio che esso avverta le differenze percettive mutuate dal digitale: pensate a una giornata passata davanti a un monitor, guardando e scrivendo, chattando e divagando, fotografando per postare, facendo la spesa online, zoomando in riunioni all’altro capo del mondo… e chi più ne ha più ne metta: che cambio epocale percettivo e corporeo (e mentale si vuol dimostrare) avviene nel fruitore di dispositivi e di prodotti digitali, che tipo di diverse stanchezza, comunicazione, socialità induce questa tecnologia intellettuale che si pone come nuova protesi tra noi e il mondo… già, perché lo abbiamo detto, un monitor o uno smartphone sono l’equivalente del bastone del cieco.
Partiamo dalle cose più facili: quanti sono i sensi processati digitalmente? Escludiamo olfatto e gusto, sensi non ancora rappresentabili matematicamente per la loro complessità; prendiamo parzialmente il tatto, poiché il touch avviene fondamentalmente sempre sulle stesse superfici, gli schermi, tutti uguali, apticamente parlando. Che cosa ci rimane di realmente rappresentato numericamente? La vista e l’udito, abbondantemente tradotti, come hanno dimostrato i paragrafi precedenti e predominanti nella comunicazione sensoria semplicemente perché gli altri non sono traducibili in codifiche numeriche. La loro inevitabile gerarchia influenzerà il nostro pensiero? Sembrerebbe proprio di sì (Guadalupi, 2016-17, cap. 2).
Per proseguire nel definire l’estetica digitale usiamo ancora un po’ il fil rouge delle immagini che abbiamo testé introdotto, quella particolare categoria di immagini che chiamiamo artistiche e che hanno un potere indubbio sui nostri comportamenti (Freedberg, Gallese, 2007). Senza entrare nel dibattito di che cosa ci debba essere o non essere per appartenere a questa categoria, facciamo nostra l’idea che il potere dell’immagine artistica derivi dal sintetizzare in forme un condensato cognitivo ed emotivo altamente addensato e che gli strumenti primi di tale sorprendente rivelazione siano i sensi. Prendiamo dunque a prestito dall’estetica il suo originario significato di aisthesis, ovvero di scienza della conoscenza sensibile, capace di esplicitare come i sensi vengano provocati da un prodotto estetico (digitale o no), e sottolineiamo dunque che osservare l’immagine (digitale o no) di un’azione comporti meccanismi neurali di attivazione del nostro cervello quasi del tutto identici a quelli che avvengono quando la compiamo: con il processo di embodiment il nostro corpo capisce e interagisce, non esattamente allo stesso modo del compiere l’azione, ma “come se” la stesse compiendo.
“Come se”, espressione chiave della embodied simulation (“simulazione incarnata”), che tanto contribuisce alla embodied cognition (“pensiero incarnato”), nel mondo delle immagini reali o digitali che siano (Gallese, 2019). Ora concentriamoci solo sull’estetica digitale, dunque prendiamo il meccanismo di intersoggettività che emerge dai neuroni specchio alla base della potenza delle rappresentazioni, il “come se” appunto, ma digitale. Prendiamo il meccanismo già menzionato e moltiplichiamolo per milioni di volte, perché questo succede in una giornata tipo la cui realtà sensoriale è mediata dai dispositivi digitali. Alla luce della quantità guardiamo l’effetto delle immagini digitali sui nostri sensi.
Che cosa succede di diverso nel nostro corpo che è uno, e comprende e non distingue la mente? Perché abbiamo bisogno di andare in palestra dopo le ore di uso di protesi digitali, perché siamo overstimolati e non fisicamente appagati dalle azioni simulate digitali? Perché l’uso di certi visori ingenera sensi di straniamento o nausea, perché i social per gli adolescenti (e non solo, naturalmente) possono costituire un problema di natura emotiva nella relazione sociale? Perché la disintermediazione relativa al mercato dell’online, sia esso economico o politico, cambia i nostri comportamenti? Perché dalla stimolazione erotica dell’immagine pornografica di antichissima memoria si è passati all’uso del revenge porn? Perché la lettura di un ebook non dà gli stessi gradi di memorizzazione di quella di un libro cartaceo?
Ci serviamo costantemente della mediazione della tecnologia digitale multimediale per un adattamento all’ambiente, filtriamo il mondo attraverso di essa ed evidentemente questa cosa ci attira, perché lo facciamo costantemente. Ci piace addirittura troppo, poiché lo facciamo così tanto che andiamo a sostituire il mondo con i media che lo rappresentano e offuschiamo la zona di confine tra realtà e sua rappresentazione. Ci troviamo di fronte, nella quantità, a un problema chiaramente legato al nostro funzionamento cerebrale che necessita di non avere troppe informazioni per poter funzionare correttamente (è stata individuata una patologia di chiara natura digitale, l’Information Fatigue Syndrome – ifs; Waddington, 1998). Il cambiamento nella percezione è sicuramente un cambiamento nel pensiero e nei comportamenti. Gli effetti modulatori delle tecnologie digitali sull’esperienza della realtà delle persone avvengono a causa dell’impatto che hanno sui numerosi meccanismi corporei e cerebrali alla base di quelle esperienze.
Inoltre, c’è un ambiente esteso in cui questi cambiamenti hanno luogo, poiché i mezzi di intermediazione digitali portano cambiamenti non solo per le loro qualità intrinseche, ma anche per le forme di azione e interazione che l’uso dei mezzi pone in essere. Valgano in tal senso gli acuti esempi di questa interazione (perché di relazione si tratta) che compaiono negli studi di neuroscienziati come Vittorio Gallese (2020) che riassumo qui in breve e parzialmente citando. Per quel che riguarda la sfera personale, l’evoluzione tecnologica della riproduzione digitale delle immagini ha portato alla miniaturizzazione degli schermi, una nuova agency (Cometa, 2022) dei dispositivi digitali. Immagini letteralmente sempre a portata di mano creano un nuovo regime scopico, ovvero una convenzione del vedere diversa, generata dall’impressione di poterle possedere e memorizzare, dunque controllare, costantemente e con loro il mondo.
Le immagini, fisse o in movimento, sono entrate con forza nel nostro spazio peripersonale, rimanendovi per molte ore ogni giorno. Lo schermo non è più solo un supporto trasparente: diventa una protesi tecnocorporea, poiché è il corpo a costituire performativamente e in modo analogico il motore di attivazione e di arresto della riproduzione digitale delle immagini, grazie al contatto con le dita della nostra mano (Gallese, 2020). La nuova visione del prêt-à-porter implica alcune modifiche non banali del processo di visione e dell’esperienza che ne deriva. Si tratta innanzitutto di una minore concentrazione attenta, dovuta alla simultanea immersione nel flusso della vita e a frequenti intermittenze “testuali”, come quando interrompiamo la visione di un film per cercare su Google informazioni sul contenuto che stiamo fruendo. In secondo luogo, la forma di contatto con le immagini si realizza in una prossimitàa pochi centimetri dal corpo, dove il dispositivo digitale richiede un intervento motorio e tattile da parte dello spettatore.
L’esperienza percettiva avviene all’interno dello spazio peripersonale, lo spazio della prossemica, di cui siamo particolarmente gelosi e che in genere proteggiamo dall’intrusione altrui proprio perché caratterizzato da un forte investimento emozionale. La valenza emotiva di questa agency dovuta al digitale non è trascurabile, così come l’uso esteso dello strumento all’interno del gruppo sullo sviluppo dello strumento stesso. Per quel che riguarda la sfera sociale e politica, nello scambio di informazioni necessarie a mantenere il tessuto di una relazione sociale tra gli individui, i cambiamenti avvenuti grazie alla diffusione virale di un segnale digitale, come quello che avviene nei social, non è certo da sottovalutare per i suoi portati. Ciò che appare del tutto nuovo è l’incredibile potere di amplificazione dei social media digitali, vere e proprie casse di risonanza che permettono a slogan semplificati, quando non addirittura palesi falsità, di diffondersi geometricamente, raggiungendo istantaneamente milioni di cittadini.
Arriviamo, quindi, al concetto di “bolla digitale” che, nuova o vecchia che sia, sempre segno di stereotipia rimane e di molto amplificata. La metafora della bolla si applica alla crescente atomizzazione delle nostre società, dove gli individui si relazionano sempre meno con gli altri attraverso rapporti interpersonali reali, facendo affidamento sempre più su forme mediate di interazione digitale per mezzo dei social media. Le nuove relazioni mediatiche tra politici e persone rese disponibili dal panorama digitale hanno profondamente cambiato lo stile della comunicazione politica. Prendiamo l’Italia: mentre vent’anni fa Berlusconi vendeva alla gente il sogno che votando per lui avrebbero potuto diventare come lui, oggi, all’inverso, molti leader politici fanno del loro meglio per comunicare agli elettori che dovrebbero essere votati in quanto sono persone molto simili a loro. Pertanto, le immagini pubbliche che mostrano un politico su una spiaggia in costume da bagno e in cattive condizioni fisiche, o mentre mangia cibo scadente e beve vino scadente, sono specificamente progettate per suscitare il senso di identificazione dei potenziali elettori.
Sfera personale, sociale e politica si intersecano in mille modi per via della facilità di manipolare numeri anziché supporti materiali. Il deepfake, un mezzo sintetico che sfrutta tecniche di deeplearning, mediante algoritmi di machine learning Generative Adversarial Network (gan), può produrre fotografie sintetiche di persone che non esistono e che sono difficili da distinguere dalle fotografie reali di persone reali. Il rapido progresso di simili algoritmi suggerisce che presto le differenze tra volti falsi e volti reali saranno notevolmente ridotte, se non abolite. In ogni caso, antiche modalità umane si innestano sui nuovi strumenti e sta a noi cercare di capire che cosa sia meglio. Indagine complessa se è vero che, come dimostrato da Hasson e colleghi (2004), i cervelli delle persone quando condividono la visione delle stesse sequenze filmiche ad alto contenuto emotivo tendono a sincronizzarsi, attivando contemporaneamente gli stessi circuiti cerebrali. I cineasti, adottando particolari tecniche stilistiche, possono esercitare il loro controllo sulla mente degli spettatori. In modo simile, la condivisione di meme sui social media probabilmente riduce notevolmente le differenze interindividuali in termini di reazioni e preferenze, sintonizzando così milioni di persone con gli stessi argomenti, punti di vista e opinioni selezionati. È quindi plausibile supporre che l’arena sociale digitale, massimizzando la diffusione immediata dei contenuti che media, favorisca la sincronizzazione dei cervelli degli utenti della rete, soprattutto se i contenuti hanno elevate qualità emotive.
Qualsiasi (r-)evoluzione tecnologica è sempre anche una (r-)evoluzione cognitiva. L’avvento degli smartphone interconnessi, lo sviluppo parallelo dei social media e delle relative applicazioni sussidiarie, hanno letteralmente spostato l’equilibrio verso una realtà mediata e rappresentata a scapito dell’impegno fattuale e performativo con la realtà fisica e i corpi fisici degli altri. Il cambiamento potrebbe indicare che gli esseri umani sono vincolati a un atteggiamento più passivo e contemplativo nei confronti delle sfide poste dalle loro relazioni con il mondo. Un mondo la cui presenza è sempre più mediata da un caleidoscopio apparentemente caotico di immagini, punti di vista e contenuti verbali, che tuttavia possono essere preselezionati, personalizzati e portati direttamente sulle nostre scrivanie digitali da algoritmi opachi la cui presenza è totalmente sconosciuta a noi.
Un cambiamento che non avviene in astratto, per il solo meccanismo del dispositivo, ma interagisce in relazione al contesto in cui i contenuti vengono fruiti, un contesto sociale, emotivo e di comunicazione che determina la fruizione del contenuto digitale. Se da una parte tali cambiamenti cominciano a essere indagati neurofisiologicamente per comprenderne meglio la portata (Gallese, 2020), dall’altra è indubbio che per capirne appieno il giusto utilizzo dobbiamo parlare di un fondamentale approccio sociotecnologico a proposito di digitale, per la complessità che l’uso di questa tecnica e delle sue protesi comporta.
he cosa venga prima, ammesso che lo si debba stabilire, se l’uovo o la gallina, ovvero se è la societàche produce la tecnica o la tecnologia che influenza la società è un dilemma che forse non ci interessa: «La società non è determinata dalla tecnologia, né la tecnologia dalla società. Entrambe emergono come due facce della stessa medaglia sociotecnologica» (Bijker, 1997, p. 274) e con questa idea olistica del digitale dobbiamo provare forse a confrontarci per capire l’orientamento delle nostre scelte di vita. Quello che è certo è che il “digitale” – e le tecnologie a esso connesse – non è un fenomeno neutro, non è una tecnica di comunicazione trasparente, ma è chiaramente un’interfaccia con la realtàche abbisogna di indagini a maglie larghe per indagare il suo assetto costitutivo e ci chiama in causa per dichiarare le nostre scelte di vita (Capone, Rocchi, Bertolaso, 2023).
