Il 24 giugno, Fondazione Sozzani ha ospitato la premiazione del programma Circular Design Challenge (Cdc), un’iniziativa globale, nata in India e, pensata per dare visibilità ai giovani designer e imprenditori della moda che si impegnano a dare vita a pratiche responsabili nel segno della circolarità. Attraverso la collaborazione con Fondazione Sozzani, Cdc ha incluso nella challenge nuovi talenti provenienti dall’Unione Europea.
Il Cic viene presentato da R|Elan, il brand di tessuti che fa parte di Reliance Industries Limited (RIL) – la più grande compagnia privata indiana, fondata dal magnate indiano Dhirubhai Ambani nel 1966 – con l’impegno di promuovere nuovi metodi di produzione, alternativi e meno impattanti.
Circular Design Challenge punta sulle giovani risorse per riscrivere il futuro dell‘industria tessile, non a caso Sara Sozzani Maino – tra i membri della giuria europea – ha commentato così l’iniziativa: «sostenere la nuova generazione è fondamentale, perché rappresentano il nostro futuro. È ancora più importante riconoscere che stanno già lavorando attivamente per costruire un domani migliore. Dando loro forza e guida oggi, investiamo in un futuro più consapevole, innovativo e sostenibile per tutti».
Oltre a Sara Sozzani Maino, creative director della Fondazione Sozzani, la giuria europea di questa edizione era composta da Andrea Rosso, ambasciatore della sostenibilità per Diesel e il Gruppo Otb, Elisa Pervinca Bellini, Senior Fashion News and Sustainability Editor di Vogue Italia, Leila Palermo, direttrice di Next Agency e Mossi Traoré, stilista francese. La valutazione è avvenuta dopo la presentazione da parte dei designer dei propri progetti, che sono stati valutati prendendo in considerazione diversi criteri, come innovazione nei materiali e nei processi, sistemi chiusi/LCA, efficienza energetica, impatto sociale, SDG delle Nazioni Unite e altri.
Tra i concorrenti presenti alla premiazione c’erano Natascha von Hirschhausen con il suo brand tedesco WasteLessFashion GmbH, Dennj Malaguti con Dennj_, Edurne Goikoetxea con Azero Industries, Andrea Grossi con Grossi, Emelie Svensson con MLì by SVENSSON e la vincitrice Martina Boero con Cavia. La designer italiana, che si unirà ai vincitori delle selezioni EU, APAC e India per partecipare alla finale, ha presentato per la challenge il suo brand di abbigliamento upcycled ed eco-friendly, Cavia. Il progetto mira a recuperare materiali vintage, riciclati e di deadstock rigenerandoli e dandogli una nuova veste.
Per l’occasione abbiamo intervistato la vincitrice Martina Boero che ha rivelato a Linkiesta Etc i retroscena e le sfide che un giovane designer deve affrontare ogni giorno per dare vita a un brand responsabile.

Qual è il concept alla base del tuo progetto?
In italiano, il nome “Cavia” si riferisce a qualcosa che è oggetto di sperimentazione, non riferendosi all’animale, bensì a un luogo dove si può testare. L’idea è nata perché ho dato vita al mio brand durante il Covid, quando ho cominciato a creare capi in maglia fatti a mano usando i materiali che avevo in casa: tutto è partito da un gilet. Ho sempre voluto creare capi che ti facciano sentire a tuo agio, come: una camicia, un certo tipo di gonna, etc. Mi piace lavorare a maglia con i ferri e sperimentare con materiali diversi, pattern e patchwork, ma sempre con capi che ti facciano sentire totalmente al sicuro. Il vero concetto di Cavia è creare qualcosa di pazzo nei colori e nei materiali.
In che modo il tuo brand mira a ridefinire l’approccio dell’industria tessile alla circolarità?
Il mio brand è al cento per cento upcycled: l’unica cosa che creiamo da zero è l’etichetta interna, anche il cartellino è fatto con scarti di tessuti di collezioni passate. La circolarità è la base del mio progetto, perché non voglio creare capi da zero. Credo che in questo mondo abbiamo già creato così tanto che si possa ricreare moltissimo, e stimolare la creatività utilizzando materiali già disponibili o abiti vintage. È qualcosa che ti porta a sperimentare di più e a spingere la tua creatività.
I criteri di valutazione del CDC includevano “innovazione nel processo”, “materiali” e “tessuti”. Su quale di questi ti sei concentrata per la CDC challenge, e perché?
L’innovazione di processo non è stato il mio focus principale, perché il mio processo si basa sulle tradizioni, sulla maglieria e sul fatto a mano, che richiede molto tempo. Il tempo è davvero importante per Cavia: vogliamo che le persone capiscano che per realizzare i nostri pezzi ci vuole tempo. I materiali e i tessuti, insieme alla ricerca, sono invece ciò su cui mi concentro maggiormente. Per la scorsa stagione, abbiamo realizzato parte della collezione con tovaglie vintage, viaggiando per tutta Italia per trovarle. Nella collezione Autunno/Inverno abbiamo usato anche tappeti vintage. Materiali, tessuti e colori sono fondamentali per Cavia: i colori mi aiutano a raccontare la mia visione e a creare qualcosa di riconoscibile.
In quanto designer, quanto pensi possiamo spingere i confini della moda sostenibile a su scala globale in futuro? In che modo?
Credo che la cosa più importante riguardo la sostenibilità, e anche il problema principale, sia che non si può essere al cento per cento sostenibili (per esserlo completamente non si dovrebbe fare nulla). Ma se si vuole essere almeno al settanta per cento sostenibili, non si può creare un business enorme. Uno degli aspetti fondamentali della sostenibilità per me è l’iper-produzione e l’iper-consumismo, che sono strettamente collegati. Un passo in avanti, per esempio, potrebbe essere quello di limitare la realizzazione di quattro collezioni l’anno che i brand di lusso sono soliti realizzare. Se ogni marchio realizzasse solo due collezioni l’anno, ragionate e con materiali innovativi, sarebbe già un grande traguardo, e nemmeno così difficile da raggiungere. Ma per il momento si tiene in mente il fatturato e il ricavo.
Oggi, da giovane designer, qual è la sfida più grande nel costruire un brand che abbraccia l’innovazione circolare?
Penso che la sfida principale, in generale, sia avere un brand emergente, perché non è facile pagare le bollette e trovare un equilibrio tra quello che si vuole realizzare e il ritorno economico. Nessuno ti prepara ad avere un tuo marchio: dietro un brand non c’è solo creatività, ma anche la necessità di creare qualcosa di reale che piaccia ai buyer e ai retailer. In questo momento non mi piace essere etichettata solo come “brand sostenibile”, perché per me la sostenibilità è una cosa basilare. Conosco molti marchi che si basano sulla sostenibilità senza nemmeno parlarne, perché è diventata quasi la norma. Ci sono molte sfide, ma la più difficile è farsi vedere e riconoscere come un brand vero, non solo come un progetto. È questa la differenza: se fai qualcosa solo per il mercato, non funziona. La sfida più grande è far capire che stai realizzando qualcosa di giusto e di autentico.