Buffoni, scalcinati buffoni. Se il contesto non fosse tragico, si dovrebbero definire così i Pasdaran e gli ayatollah al potere in Iran. In dodici giorni di guerra con Israele, e in due di guerra con Donald Trump, il regime iraniano ha dimostrato, come avrebbe detto Mao Tse Tung – perdonate la citazione abusata – di essere una misera tigre di carta, capace solo di roboanti minacce e di massacrare il proprio popolo, ma totalmente incapace di difendere i propri progetti apocalittici.
Il bilancio di questa guerra è impietoso per il regime di Teheran: non uno, uno solo obiettivo militare o politico è stato raggiunto dai quattrocento e più missili lanciati dai Pasdaran contro Israele, che hanno raggiunto solo edifici civili, facendo venticinque vittime, e che al novanta per cento sono stati intercettati.
Per contro, tutti i siti del suo programma nucleare sono stati distrutti o gravemente danneggiati, anche se su questo ci sono anche notizie più confortanti per Teheran. I vertici dei Pasdaran e gli scienziati che dirigevano il programma nucleare sono stati uccisi, il comando generale dei Pasdaran è stato sbriciolato, annichilite tutte le strutture della contraerea, tutta la flotta aerea militare e larga parte delle basi lanciamissili.
Il senso della sconfitta totale subita, peraltro, è stato dato proprio dal vertice iraniano, che si è premurato di avvisare gli Stati Uniti dei missili che avrebbero lanciato sulla loro base militare di al Udeid, a Doha, in Qatar. Implicitamente, hanno spiegato che li lanciavano solo per far scena, per fare ammuina – alla Franceschiello –, senza pretese di far del male, giusto per chiudere la partita e poter discutere a un tavolo di trattative le condizioni della resa a cui, senza ammetterlo, sono costretti.
Con sottintesa ironia, a sottolineare l’impotenza e il meschino trucco dell’Iran, la Casa Bianca ha ringraziato per essere stata avvertita per tempo, in modo da intercettare tutti i missili e da mettere in piena sicurezza la base militare.
Contemporaneamente, sul fronte interno, questi feroci ma impotenti scalzacani hanno dato il via al rullar dei tamburi e alla gara a chi pronuncia le frasi più roboanti per annunciare la loro fanfaluca di vittoria: «Abbiamo inflitto una risposta umiliante al nemico costringendolo al rimorso».
L’ennesima farsa pagliaccesca, che ha lo scopo di consolare la base di consenso del regime – il venti-trenta per cento della popolazione –, che vive parassitariamente dei suoi proventi e che prontamente si è riversata nelle strade di Teheran per celebrare la vittoria. Uno spettacolo penoso per la dignità plurimillenaria del popolo iraniano.
All’opposto, in Israele, l’indubbia, fenomenale capacità di annientare il nemico, colpendo con precisione solo obiettivi militari, con poche morti inevitabili di civili, e di ridicolizzare addirittura i Pasdaran, è stata commentata – anche da tutti i leader dell’opposizione – con poche, misurate e non tracotanti frasi.
Ora, consolidata la tregua, si apre la fase della trattativa. Quindi, si apre la fase dei mutevoli stati d’animo, tutti ispirati al palcoscenico mediatico, di un Donald Trump, forte di un’indubbia vittoria su tutti i fronti mediorientali.
Lo ripetiamo: solo i capricci degli dei bizzarri che sovrintendono i destini dell’umanità hanno fatto del peggior presidente della storia americana l’autore di una guerra giusta e vincente, che – solo perché unita alla straordinaria capacità di lotta, di guerra e di sacrificio del popolo di Israele – ha cambiato in meglio tutti gli assetti e gli equilibri del Medio Oriente. Le prime dichiarazioni del presidente americano, a caldo, vanno nella giusta direzione: «Non avranno l’arricchimento dell’uranio, né l’arma nucleare».
C’è però un’incognita, non piccola: la tentazione, cioè, di Donald Trump di usare questa trattativa mediorientale – nella quale è indubbiamente vincente su tutti i piani – per recuperare e consolidare quel rapporto di accordo con Vladimir Putin, che sinora gli è sfuggito di mano sul quadrante dell’aggressione russa all’Ucraina.
Ha già iniziato a percorrere questa direzione, dichiarando – a piena smentita di quanto da lui stesso affermato ventiquattro ore prima – di «non volere un cambio di regime a Teheran, sarebbe un caos».
Questo è il pericolo. Neville Chamberlain, nel 1938, a Monaco firmò un accordo con Adolf Hitler che favorì i disegni bellici di quest’ultimo, perché non comprendeva, non afferrava la natura diabolica e fanaticamente aggressiva del tedesco. Credeva di avere di fronte il leader di una normale potenza con normali volontà espansionistiche. Non sospettava l’osceno disegno demoniaco del nazismo.
Oggi Donald Trump si è intestardito nello stesso errore di Chamberlain. Non afferra minimamente la natura aggressiva, il fanatismo grande-russo di Vladimir Putin. Lo considera un normale leader di una nazione normale. E così non è.
Quindi, il pericolo concreto è che Donald Trump accetti un domani una conclusione della trattativa con l’Iran che premi lo strettissimo e prezioso alleato di Mosca. Non va mai dimenticato il ruolo indispensabile che i droni iraniani giocano nell’aggressione russa a Kyjiv. Uno scenario pessimo, che non si può escludere conoscendo il presidente degli Stati Uniti.