Collo di bottigliaCosa succede se l’Iran blocca lo stretto di Hormuz

Il venti per cento del petrolio mondiale e gran parte del gas liquefatto passano dal passaggio marittimo tra la Repubblica islamica e l’Oman. Si temono rincari energetici anche in Europa

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Dopo i bombardamenti ordinati da Donald Trump contro i siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, l’Iran potrebbe presto rispondere colpendo lo snodo strategico dell’approvvigionamento energetico: lo stretto di Hormuz. Nel mondo globalizzato e interconnesso di oggi si parla spesso di due canali, Panama e Suez, ma è altrettanto importante il passaggio marittimo tra Iran e Oman, largo circa trenta chilometri e con corsie navigabili di circa tre chilometri per direzione, dove passa ogni giorno quasi un quinto del petrolio globale. Ora che Teheran minaccia di chiuderlo, torna evidente quanto l’equilibrio mondiale possa infrangersi in un tratto d’acqua così stretto. 

«La chiusura dello Stretto è una delle opzioni e sarà attuata quando necessario», ha dichiarato il generale Esmail Kowsari, figura chiave dei Guardiani della Rivoluzione e membro del parlamento iraniano che ha approvato la misura. Ora la decisione definitiva spetta al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, sotto l’autorità diretta della Guida Suprema Ali Khamenei. 

Ogni giorno, circa diciassette milioni di barili di petrolio attraversano lo Stretto di Hormuz, secondo l’U.S. Energy Information Administration. A questo si aggiungono milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto. Si tratta di oltre il venti per cento del commercio energetico globale. Le petroliere che partono da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar e dallo stesso Iran devono passare di lì per raggiungere i mercati asiatici ed europei.

Il blocco del traffico navale anche per pochi giorni avrebbe conseguenze immediate: un’impennata del prezzo del greggio, il rischio di carenze energetiche, l’aumento dei costi industriali e una nuova spinta inflazionistica in economie già fragili. I mercati si preparano. Il prezzo del petrolio statunitense è salito del quindici per cento nelle ultime due settimane, raggiungendo i 74,93 dollari al barile.

«Bloccare lo Stretto di Hormuz sarebbe un atto suicida per l’Iran. Sarebbe più logico che tornassero al tavolo dei negoziati per abbandonare il programma nucleare», ha dichiarato il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance, ma la logica diplomatica fatica a imporsi in uno scenario dove la deterrenza conta più del compromesso. L’Iran vuole negoziare, ma da una posizione di pressione, non di debolezza.

La strategia di Teheran non implica necessariamente la chiusura formale dello Stretto: basta renderne il passaggio insicuro, come già accaduto il 15 giugno, quando due petroliere — la Front Eagle, battente bandiera delle Isole Marshall, e la Adalynn, registrata a Panama — sono entrate in collisione nelle acque del Golfo di Oman, non lontano dallo Stretto di Hormuz. In uno spazio marittimo così congestionato, dove ogni errore di rotta può provocare disastri, alterare le coordinate di una petroliera equivale a trasformare un’arma invisibile in un fattore di caos tangibile.

Secondo l’analisi di Windward, società specializzata in monitoraggio marittimo, nei giorni precedenti centinaia di navi nella zona hanno registrato anomalie con posizionamenti virtuali errati in località come Bandar Abbas o addirittura in pieno deserto. Gli esperti parlano di spoofing — ovvero la trasmissione di coordinate GPS false — e di jamming, interferenze che oscurano i segnali reali. Secondo dati diffusi dal Joint Maritime Information Center, queste operazioni sarebbero partite proprio dall’area costiera iraniana. 

Anche l’Europa è direttamente esposta. Oltre l’ottanta per cento del petrolio e del gas che passa da Hormuz è diretto verso l’Asia, ma una quota significativa va in Europa, soprattutto da Qatar, Emirati e Arabia Saudita. Un blocco dello Stretto colpirebbe le raffinerie europee, già provate dalla crisi ucraina, aggraverebbe la dipendenza da fonti instabili e causerebbe rincari in tutta la catena produttiva, dai trasporti all’agroalimentare.

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