Dottrina FomoPerché non possiamo affatto fidarci della guerra improvvisata di Trump all’Iran

Un’operazione militare fino al giorno prima esclusa dalla Casa Bianca, e poi motivata dal timore di perdere l’occasione di intestarsi una vittoria, non è esattamente la via maestra per favorire la fine del regime teocratico nucleare. Dare credito a un presidente che vuole restare trending topic è molto pericoloso, come dovrebbero aver capito i citrulli che comicamente credevano al pacifismo trumpiano

AP Photo/LaPresse (ph. Carlos Barria)

Nessuno sa che cosa succederà ora che l’America di Donald Trump è entrata in guerra, al fianco di Israele, contro la Repubblica islamica dell’Iran, con l’obiettivo dichiarato di distruggere il suo programma nucleare e quello meno esplicito, ma evidente, di cambiare il regime degli ayatollah e dei pasdaran che governano a Teheran dal 1979.

Sono molto meno ottimista di Carlo Panella, secondo il quale la scelta di Trump, per una bizzarra congiunzione astrale, potrebbe dimostrarsi azzeccata, a causa della plateale debolezza del sistema dei mullah, dell’incapacità delle guardie rivoluzionarie, e dell’improbabilità che gli alleati russi e cinesi dell’Iran possano scendere in campo per dare una mano al regime teocratico.

Certo non è da escludere, ma si può essere persuasi anche del contrario, visto che, come dice il saggio, in particolare di questi tempi è difficile fare previsioni, specialmente sul futuro.

A non convincermi, però, è  il processo politico, militare ed emotivo che ha portato alla scelta di Trump di bombardare l’Iran. Non c’è niente di razionale dietro la sua decisione, non c’è un pensiero, c’è solo la capacità trumpiana di saper restare trending topic.

Fin qui Trump aveva promesso in ogni modo possibile – anche se ci potevano credere soltanto i citrulli, specialmente quelli italiani – che lui mai e poi mai avrebbe iniziato una guerra, e che anzi la sua stessa presenza alla Casa Bianca avrebbe fatto terminare tutte le guerre in tutte le parti del mondo, tipo Di Maio e Conte con l’abolizione della povertà.

Ancora sabato, Trump si lamentava di non aver ricevuto «quattro o cinque Premi Nobel per la Pace» per aver risolto nel suo fantastico mondo immaginario altrettanti conflitti. Trump aveva esplicitamente escluso ogni ipotesi di scontro militare proprio con l’Iran, accusando semmai Barack Obama e Joe Biden di voler bombardare i siti nucleari iraniani perché incapaci di negoziare. Al contrario, Trump si era impegnato fino all’altro ieri a riprendere la trattativa sul nucleare, e pazienza se era stato lui, durante il primo mandato, a stracciare l’accordo sul nucleare firmato da Obama con la Repubblica islamica.

Quando Israele ha avvertito la Casa Bianca che avrebbe bombardato l’Iran, Trump non ha dato il suo consenso, tanto che quando l’operazione militare è cominciata la risposta ufficiale degli Stati Uniti, affidata al segretario di Stato Marco Rubio, è stata molto fredda nei confronti di Israele e della sua operazione.

Trump ha continuato a parlare di trattative sul nucleare da riprendere al più presto mentre gli israeliani decapitavano il regime, mentre sabato il giornale americano Axios ha raccontato che era stato organizzato un vertice di pace in Turchia tra lo stesso Trump e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, saltato perché gli iraniani non sono riusciti a rintracciare chi avrebbe dovuto autorizzare l’incontro, l’Ayatollah Ali Khamenei opportunamente sparito dai radar, anche dei vertici dello Stato, per paura di essere tradito e quindi centrato da un missile israeliano.

Eppure poche ore dopo, Trump ha deciso di entrare in guerra, nonostante gli ideologi del suo movimento Maga avessero cominciato a definire l’operazione come un tradimento della dottrina America First.

Ma Trump non ha una dottrina che non sia la sua convenienza, sua e del suo brand, lo abbiamo scritto fin dal 2016 e ancora l’altro giorno. Trump non è un ideologo, non sa nulla di ciò che succede nel mondo, non è interessato alle conseguenze delle sue azioni, non gliene importa niente. Gli interessa soltanto apparire come l’unico vincitore, il numero uno, una leggenda, e per questo ogni mossa è dettata dall’interesse a guadagnare più punti, e altri soldi, nel reality show politico e geopolitico di cui è protagonista.

Appena ha capito che Israele stava davvero facendo male agli Ayatollah, Trump non ha voluto perdere l’occasione di prendersene il merito, infischiandosene dei mal di pancia di Steve Bannon e di Tucker Carlson, figuriamoci di quelli dei collaboratori più servizievoli come J.D. Vance. Cosa volete che importi a Trump dell’America First, dei mancati Nobel per la pace, e dei fessi anche italiani che ripetono la favoletta che lui non fa le guerre? Qui c’era Israele che stava per ottenere una vittoria storica, epocale, così ha pensato di metterci sopra il cappello Trump.

Fareed Zakaria ha parlato di «Fomo war», una guerra motivata non da ragioni geopolitiche o di sicurezza nazionale, ma dalla Fear Of Missing Out, dalla paura tipica degli insicuri di perdersi qualcosa di importante, come quelli che vanno in ansia sociale perché non hanno ancora visto l’ultimissima serie Netflix di cui potrebbero presto parlare tutti, o quelli che si sentono in dovere di controllare continuamente le notifiche social per il timore che gli altri siano impegnati a fare qualcosa di più interessante.

La storia recente dimostra che le guerre, anche quelle ben congegnate militarmente, o sostenute da un pensiero strategico profondo o sulla carta considerate una passeggiata, non riescono quasi mai a raggiungere gli obiettivi.

Permettetemi quindi di dubitare che possa davvero raggiungere gli obiettivi sacrosanti di un Iran libero e denuclearizzato un bombardamento fatto a caso, senza pianificazione politica e militare, senza alcuna anticipazione delle conseguenze, e improvvisato da un adolescente-in-chief che fa la guerra per giocare, e per essere il migliore.

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