Viaggio in Gilgit-Baltistan Lal Shehzadi e il suo Hunza Food Pavilionn

Nella parte settentrionale del Pakistan il tasso di alfabetizzazione femminile è altissimo, c’è libertà di abbigliamento e le donne hanno maggiori opportunità lavorative e imprenditoriali, tra le quali non manca certo la ristorazione

Foto di Leo_Visions su Unsplash

In un Paese, il Pakistan, che sembra popolato solo da uomini (#tuttimaschi, avrebbe chiosato Michela Murgia), dai negozi, ai ristoranti, alle strade, con le donne quasi invisibili o, nello Swat abitato dai pashtun, letteralmente invisibili perché ricoperte dai burqa, la regione del Gilgit-Baltistan nell’estremo Nord, è una piacevole sorpresa.

Qui, nelle valli che circondano il Parco naturale del Karakorum, dominate da cime che toccano, e superano, i settemila metri di altitudine, e anche gli ottomila, come il K2, le donne sono titolari di attività artigianali e gestiscono in prima persona e a volto scoperto piccoli ristoranti tradizionali, spesso privilegiando i prodotti biologici, in omaggio a un turismo rivolto principalmente ai trekking e attento all’ambiente.

Merito dell’isola felice creata, a poche decine di chilometri dall’Afghanistan dei talebani, dall’adesione della gran parte della popolazione all’Islam ismailita, una corrente dell’Islam sciita, storicamente aperta e tollerante, e anche dall’aiuto economico della fondazione dell’Aga Khan, istituita dal recentemente scomparso principe Karim Al Husseini, leader spirituale degli ismailiti, e finanziatrice di numerosi progetti di sviluppo e promozione della cultura e del turismo in molte aree dell’Asia centrale e in tutto il mondo. Ma forse, anche, della via della seta che in queste regioni, per secoli, ha visto transitare popoli, mercanti e armate, favorendo, con le merci, uno scambio costante di idee, fedi e stili di vita diversi.

L’Aga Kahn Development Network nel corso degli ultimi quarant’anni ha lavorato in collaborazione con altre Ong per investire centinaia di milioni di dollari nella valle dell’Hunza: rifacendo le strade, costruendo le scuole e aprendo ambulatori, ospedali, impianti per la purificazione dell’acqua per i sessantacinquemila abitanti della valle.

Il risultato, secondo il Pakistan’s Dawn, è un tasso di alfabetizzazione del 77 per cento contro il 58 per cento nel resto del Paese. Un dato che riguarda particolarmente le donne: uno studio della Banca Mondiale ha concluso che l’alfabetizzazione femminile in alcune aree della valle dell’Hunza ha raggiunto il 90 per cento. Un esempio e un’eccezione in un Paese che ha il secondo numero più alto di bambini analfabeti al mondo (più di sette milioni) e notevoli disparità tra maschi e femmine.

Così, a Karimabad, verdissimo capoluogo della regione ed ex capitale di un regno rimasto autonomo fino alla riunificazione con il Pakistan nel 1974, l’hijab è una scelta e non tutte le donne lo indossano. Le lavoratrici e le imprenditrici quando parlano con un uomo, o con uno straniero, lo guardano negli occhi e gli stringono la mano, cosa impensabile nel resto del Pakistan.

Donne come Lal Shehzadi, che vanta un master in agricoltura organica e ha il suo ritratto nell’insegna del locale che ha aperto sulla salita che porta all’ex dimora reale, il forte di Baltit, lo Hunza Food Pavilionn. In menu pochi piatti, semplici ma curati e gustosi, tipici della tradizione locale, come il burutz berikutz, un chapati con formaggio fresco aromatizzato alle erbe, il giyaling, un pane tradizionale, e l’hoilo garma, a base di spinaci. Noto e amato dai turisti, è un’istituzione.

Ma ci sono anche donne, come Nasreen Rani, che si occupano di un’altra attività tipica della valle, ricca di minerali preziosi: il taglio e la vendita di gemme in piccoli negozi-laboratorio. Sono ametiste, zirconi e topazi che vengono esportati in tutto il mondo. Altre hanno allestito sartorie dove confezionano, a vista, i tipici abiti riccamente ricamati della tradizione.

E c’è anche una falegnameria, una delle iniziative della Karakorum Area Development Organization, sempre con il supporto dell’Aga Khan e di donatori norvegesi e francesi. Creata nel 2003 e rivolta alle donne che vivono in aree rurali, dà lavoro a una ventina di donne.

E, dal 2016, c’è anche un torneo di calcio femminile, la Gilgit-Baltistan Girls Football League. Tra i premi per le squadre vincenti e le migliori giocatrici c’è la possibilità di studiare nel capoluogo.

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