Inferno fiscaleLe sanzioni agli oligarchi russi stanno mettendo in crisi l’economia del Liechtenstein

Le dimissioni di centinaia dirigenti di trust e sistemi di gestione spesso collegati a Mosca stanno destabilizzando l’equilibrio economico del principato

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«Chi l’ha detto che i paradisi fiscali sono solo isole sperdute immerse in acque cristalline, tra piante esotiche, tramonti mozzafiato e spiagge immacolate? Per mettere al sicuro proprietà, beni di lusso, yacht e fiumi di denaro non serve neppure spostarsi dal Vecchio Continente. È no, non stiamo parlando della Svizzera: troppo stereotipata, troppo mainstream e, forse, perfino troppo esposta

Il Liechtenstein, invece, è il luogo ideale: incastonato nel cuore delle Alpi, il micro Stato che ha per capitale Vaduz conta appena quarantamila abitanti. L’equivalente di Macerata, Bassano del Grappa o Imperia, giusto per rendere l’idea.

Qui, nel piccolo principato a metà tra il Canton San Gallo e la Bassa Austria, dove si paga in franchi svizzeri, ma si può tranquillamente fare affari nel mercato unico europeo, trovano ospitalità quasi novecentotrenta miliardi di dollari, gestiti attraverso un meccanismo fiduciario noto come trust. Funzionano come una specie di cassetta di sicurezza dove depositare potenzialmente ogni bene di cui si è in possesso, che verrà poi amministrato direttamente da un responsabile di fiducia. Nel Liechtenstein si contano circa ventimila trust, in un rapporto di uno ogni due abitanti. Ma chi ricorre a questi strumenti e soprattutto perché ne stiamo parlando adesso?

Dall’inizio dell’invasione su larga scala della Russia ai danni dell’Ucraina, il Tesoro americano ha cominciato a emettere una serie di sanzioni volte a congelare intere porzioni di ricchezza russa all’indirizzo di aziende e individui collegati, direttamente o per vie traverse, a Mosca e alla sua economia. Tra questi ci sono anche due figure di spicco come Vladimir Potanin e Gennady Timchenko. Due oligarchi, che come molti hanno tentato di nascondere la propria ricchezza in giro per il mondo.

Vladimir Potanin, sessantuno anni, è uno degli uomini d’affari più ricchi della Russia, presidente e azionista di maggioranza con la sua holding Interros, di Nornickel, il colosso mondiale di palladio e nichel raffinato. Un businessman dallo stile aggressivo e cinico, capace di esaltarsi in situazioni di crisi: nel giro di due mesi dall’inizio dell’invasione, Potanin aveva acquistato Rosbank dalla banca francese Société Générale, acquisito la divisione russa del gruppo americano Global Payments ed era entrato in possesso del trentacinque per cento di TCS Group Holding, proprietaria di una banca online.

Gennady Timchenko, settantatré anni, è invece un imprenditore con doppia, anzi, tripla cittadinanza: russa, finlandese e armena. Miliardario, sesto uomo più ricco del Paese e fondatore di Volga Group, un importante fondo di investimento privato, è nella cerchia dei fedelissimi di Vladimir Putin fin dalla sua ascesa politica, dunque da più di trent’anni. Già nella black list dell’Unione europea dal febbraio 2022, Timchenko si è visto immobilizzare il suo mega yacht del valore di cinquanta milioni di dollari nel porto di Sanremo.

Come insegna l’effetto farfalla, le sanzioni imposte dagli Stati Uniti ai due oligarchi e a tantissimi altri cittadini russi hanno fatto scattare l’allarme anche nel piccolo e isolato Liechtenstein, innescando una massiccia ondata di dimissioni tra dirigenti e referenti di almeno quattrocentosettantacinque trust, in gran parte legati a doppio filo agli interessi di Mosca.

Secondo le stime fornite da Reuters, sarebbero almeno trecentocinquanta i trust attualmente privi di un vertice, per paura di finire a loro volta vittima di sanzioni o, ancora, temendo ripercussioni sul sistema economico nazionale. La prima e più diretta conseguenza di queste defezioni è stata quella di congelare i beni collegati ai trust, lasciandoli senza più nessuno a gestirli e rendendoli semplicemente irraggiungibili, al fine di esercitare un’ulteriore pressione sulla Russia nel difficile cammino verso un accordo di pace condiviso, giusto e definitivo.

Uno smacco enorme, di immagine oltre che finanziario, per il piccolo principato: il settore fiduciario del Liechtenstein, infatti, rappresenta uno dei motori più all’avanguardia dell’intera economia statale, oltre che del sistema bancario, e già nel 2008 ha dovuto risollevarsi dallo scandalo evasione che colpì Vaduz in seguito alla fuga di dati dei clienti della LGT Bank, di proprietà della famiglia reale. Gli istituti di credito, adesso, temono che il perdurare o l’inasprirsi delle sanzioni, e il diretto coinvolgimento del principato, possa far perdere al Liechtenstein l’accesso al dollaro, la valuta più importante negli scambi finanziari internazionali.

Come prima mossa, il governo sta valutando di rafforzare il controllo sui trust legati alla Russia, ma rimasti abbandonati, senza nessuno a dirigerli e con i relativi beni immobilizzati, fino a che la situazione non trovi un modo per sbloccarsi. Non solo: nell’ottica di impegnarsi per la gestione e la tutela della trasparenza, il Liechtenstein ha assicurato che nessuna proprietà o somma di denaro verrà restituita agli individui bersaglio delle sanzioni.

Riscattarsi dalle nefandezze russe e, perché no, forse anche dalla fastidiosa etichetta di paradiso fiscale, una strategia, molto probabilmente, con cui salvaguardare i propri trust e, con essi, un settore fiduciario che sfiora i mille miliardi, per poi continuare, all’ombra delle Alpi, ad amministrare i beni di lusso di tutto il mondo, fuorché della Russia.

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