L’altro referendum La contesa su Mediobanca è una prova di maturità per il capitalismo italiano

Il 16 giugno l’assemblea della banca d’affari italiana voterà sull’offerta per Banca Generali. Il vantaggio di Nagel, il peso del mercato, e una possibile sorpresa

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Mancano ormai otto giorni al primo verdetto del risiko bancario. Che riguarda la partita più delicata e politica, cioè la battaglia per conquistare Mediobanca, iniziata il 23 gennaio scorso da Roma, protagonista Francesco Gaetano Caltagirone, insieme con gli eredi di Leonardo Del Vecchio, con la regia del governo e le munizioni del Monte dei Paschi di Siena. Lunedì 16 giugno a Milano è in agenda l’assemblea di Mediobanca, chiamata a dare il via libera all’offerta lanciata dalla banca d’affari su Banca Generali il 28 aprile scorso, proprio in risposta a quella annunciata da Mps.

L’appuntamento è la prima sliding door della partita: se l’assemblea dovesse bocciare l’offerta, il numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel, perderà il punto e, di lì in avanti, la strada per il Monte dei Paschi sarà molto più in discesa. Se invece i soci di Piazzetta Cuccia daranno il via libera, allora Nagel rientrerà in gioco e tutto diventerà possibile. 

Ebbene, a otto giorni dall’assemblea e dopo quattro mesi di annunci e schermaglie, come stanno le cose? Se l’impressione è che l’esito si giocherà all’ultimo voto, si può però azzardare che le ultime vicende siano andate a favore di Nagel. E non è forse un caso che il gruppo Francesco Gaetano Caltagirone abbia chiesto il rinvio dell’assemblea.

Sulla carta, il fronte Caltagirone è in vantaggio. L’imprenditore romano può contare su una quota di capitale da poco arrotondata al dieci per cento, sullo storico idem sentire con la Delfin, oggi guidata da Francesco Milleri, forte del venti per cento, e su un quattro-cinque per cento degli enti previdenziali azionisti (Enasarco, Enpam, Cassa Forense). 

Mentre il fronte di Nagel si presenta in ordine sparso: il patto di consultazione, che raccoglie una quindicina di soci (il più importante è Mediolanum con il tre virgola cinque per cento), vale meno del dodici per cento e non vincola al voto; altri azionisti stabili, tra cui Benetton, Unipol, Diego Della Valle, valgono circa l’otto per cento e sono liberi di esprimersi come meglio credono. Il resto del capitale, quarantacinque per cento circa, è sul mercato, detenuto da grandi investitori e piccoli azionisti.

Nell’ultima assemblea importante, quella del rinnovo del cda del 2023, si è presentato il settantasei virgola otto per cento del capitale di Mediobanca. Per lunedì 16 è attesa una quota dell’ottanta per cento. Per prevalere, bisogna assicurarsi il voto del quaranta per cento del capitale. Quindi, a ben vedere, per vincere la partita a Caltagirone basterà il voto di Delfin più un altro dieci per cento. Ma l’impresa potrebbe essere meno semplice del previsto.

Partiamo dal patto di consultazione. Nella riunione del quattro giugno scorso, il patto si è espresso favorevolmente all’operazione su Banca Generali. La posizione non è vincolante, ma un peso lo deve avere. Anche perché, all’interno del gruppo, c’è Mediolanum che, pur non avendo espresso un giudizio, è considerata più vicina a Mediobanca e Nagel che non a un’operazione di Mps. E questo vale anche per la Fininvest, presieduta da Marina Elvira Berlusconi (grande azionista in Mediolanum), e per lo stesso Massimo Doris (la famiglia ha una quota di quasi l’uno per cento in Mediobanca). 

Venendo poi ai soci storici fuori dal patto, anche qui il partito nageliano è storicamente forte. In particolare, spicca la posizione di Unipol, titolare di un due-tre per cento, il cui numero uno, Carlo Cimbri, si è espresso personalmente a favore di Mediobanca-Banca Generali, mostrandosi, nello stesso tempo, scettico su Mps-Mediobanca. 

Ci sono poi i grandi soci istituzionali: di questi, sono attese presenze fino al venticinque per cento del capitale. E, sulla carta, almeno i grandi fondi e fondi pensione dovrebbero votare a favore dell’operazione, perché così si sono espressi i tre principali proxy advisors, cioè i consulenti indipendenti (Iss, Pirc e Glass Lewis), che esaminano le operazioni di mercato e danno le indicazioni di voto.

Ecco perché la partita è molto più equilibrata di quanto non possa apparire a prima vista. Di sicuro, il voto del mercato sarà determinante, sempre che poi, a spostare l’ago della bilancia, non arrivi qualche sorpresa, per esempio da parte delle casse di previdenza, dal momento che qualcuno ha notato come quella dei rappresentanti del commercio (Enasarco), schierata anche in Mps e forte di un due per cento in Mediobanca, sia ora in bilico sul da farsi. 

E sempre che la sorpresa più grande non arrivi dalla stessa Delfin, a cui l’operazione Mediobanca-Banca Generali non è dispiaciuta, come ha dichiarato pubblicamente il plenipotenziario Francesco Milleri. Il vantaggio dell’offerta di Nagel – che prevede il pagamento in azioni delle Assicurazioni Generali – è liberare Mediobanca dalla partecipazione del tredici per cento detenuta proprio in Generali. Una mossa sempre auspicata da Del Vecchio. Ma forse, oggi, non più così gradita a Caltagirone.

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