
Sottomarini a propulsione nucleare, navi da combattimento e aerei da caccia pronti a trasportare bombe atomiche. Più un miliardo e mezzo di investimenti per la creazione di sei nuovi stabilimenti per la produzione di proiettili e materiale esplosivo. Il Regno Unito corre ai ripari contro l’aumento della pressione russa e annuncia un imponente piano di riarmo, incentrato sul potenziamento della Royal Navy.
Si vis pacem, para bellum, sembrano dire dalle parti di Londra. Effettivamente, era dai tempi della Guerra Fredda che il Regno Unito non investiva così tanto in spese militari: sintomo di una pressione arrivata ai massimi storici anche in virtù dei rischi a cui è esposto il lato settentrionale europeo, teatro delle mire espansionistiche degli Stati Uniti a danno della Groenlandia e la presenza della Russia, sia in termini militari che commerciali attraverso la cosiddetta flotta fantasma di petroliere e navi cargo.
L’obiettivo dichiarato dal primo ministro Keir Starmer è quello di rendere il Regno Unito «pronto a combattere», secondo quanto previsto dalla Strategic Defence Review, iil programma di revisione strategica della difesa britannica, articolato in sessantadue punti di analisi e raccomandazioni, realizzato da una task force guidata dall’ex segretario della Nato, George Robertson, e presentato lunedì 2 giugno al governo laburista per l’approvazione.
Il piano di riarmo che vedrà coinvolta la marina militare è imperniato sulla costruzione di dodici sottomarini a propulsione nucleare – denominati Dreadnought – che verranno sviluppati nell’ambito della partnership Aukus siglata assieme a Stati Uniti e Australia. Una nuova imbarcazione militare ogni diciotto mesi, con un investimento stimato in quindici miliardi di sterline stanziato per il programma di testate nucleari sovrane del Regno Unito con cui sostenere fino a trentamila posti di lavoro altamente qualificato, da qui al 2030.
L’espansione preannunciata mira a trasformare la Royal Navy in una forza militare sempre più ibrida, attraverso l’impiego di armi altamente tecnologiche come droni di ultima generazione e aerei da guerra, al fianco di armamenti più tradizionali – sottomarini e navi da combattimento su tutti – che andranno a implementare una flotta attualmente composta da sei cacciatorpediniere, otto fregate e due navi portaerei.
Oltre ai sottomarini, il segretario alla Difesa, John Healey, ha annunciato l’intenzione di acquistare anche settemila sistemi a lungo raggio, che comprendono i missili da crociera di tipo Storm Shadow, già largamente impiegati in Ucraina, e un investimento da 1,5 miliardi per finanziare l’approvvigionamento di munizioni.
Misure che si aggiungono agli investimenti nello sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale e nell’incremento di riservisti (più venti per cento) e dell’esercito regolare, destinato a passare dagli attuali settantaduemila soldati a settantaseimila. «Sappiamo che le minacce stanno aumentando e dobbiamo agire con decisione per contrastare l’aggressione russa», ha detto Healey intervistato dal Sunday Times. Poi ha aggiunto che la revisione strategica della Difesa servirà a «mandare un messaggio a Mosca» sulla preparazione del Regno Unito, dicendo poi che Londra e la Nato dovranno farsi «trovare pronte a un attacco militare da parte della Russia».
Le tensioni crescenti lungo il corridoio Guik, il tratto di mare compreso tra la Groenlandia, l’Islanda e gli arcipelaghi ricadenti all’interno della giurisdizione britannica, unite al perdurare delle atrocità lungo i confini russo-ucraini hanno portato l’Occidente a guardare con preoccupazione al rischio che Mosca possa impiegare armi nucleari in Ucraina o sul fronte orientale della Nato.
Ovviamente, nonostante Vladimir Putin abbia minacciato a più riprese un’escalation nucleare, è bene tenere presente che un attacco diretto contro i Paesi Nato farebbe scattare i protocolli di intervento prescritti dall’articolo 5 del Patto Atlantico, che regolamenta le procedure in difesa di uno Stato membro aggredito.
I timori principali, tuttavia, riguardano eventuali attacchi nucleari limitati da parte russa, atti dimostrativi o provocazioni belliche che potrebbero però innescare una risposta ben più aggressiva: secondo i vertici militari del Regno Unito, aumentare le disponibilità nucleari, offensive e difensive, rappresenta oggi un primo e decisivo passo per dissuadere Putin dall’impiego delle armi atomiche.
Riprendendo ancora quanto riportato dal Sunday Times, il governo di Starmer starebbe valutando anche l’acquisto di aerei da caccia F-35 Lightning prodotti della statunitense Lockheed Martin, recentemente acquistati pure dalla Luftwaffe tedesca: si tratta di velivoli dotati di un raggio d’azione di millequattrocento chilometri, superiore alle versioni standard dell’F-35 e in grado di trasportare bombe nucleari a caduta gravitazionale.
Attualmente, infatti, il Regno Unito è l’unica potenza nucleare a disporre di un solo sistema di lancio, ossia la flotta di sottomarini Vanguard armati con i missili Trident II: a differenza di Londra, gli Stati Uniti possono contare su una triade nucleare composta da sistemi di terra, aria e mare, mentre la Francia dispone di capacità nucleari in termini sia aerei che navali.
Allo stato attuale, raddoppiare il sistema di deterrenza britannico consentirebbe agli alleati europei di rispondere a un eventuale attacco russo – anche dimostrativo – in modo chiaro e limitato, contrapponendo la stessa portata offensiva e scongiurando un’escalation globale proprio in virtù della forza di dissuasione permessa dai nuovi armamenti.
Pur senza annunciare nuovi incrementi nelle spese militari, Starmer ha sostanzialmente confermato l’obiettivo già prestabilito, ovvero il raggiungimento del 2,5 per cento del Pil entro il 2027 con l’ambizione di arrivare al tre per cento nella prossima legislatura, «quando le condizioni economiche e fiscali lo consentiranno».
Gli aumenti rappresentano «il più grande incremento sostenuto della spesa per la difesa dalla fine della Guerra Fredda», ha confermato il primo ministro durante la visita agli stabilimenti di Glasgow di Bae Systems, il gigante della Difesa britannica impegnata insieme a Italia (Leonardo) e Giappone (Jaiec) nel progetto del Gcap, il nuovo aereo da caccia di sesta generazione recentemente approvato anche dalla Commissione europea.
Tasselli ancor più significativi se si considera che, appena pochi giorni fa, è arrivata l’apertura da parte della stessa Commissione all’ingresso del Regno Unito nel Safe, lo strumento che consentirà di raccogliere fino a centocinquanta miliardi di euro in prestiti per finanziare le spese sulla difesa attraverso appalti congiunti, nell’ambito del programma Readiness 2030 con cui l’Unione europea punta a mobilitare ottocento miliardi in quattro anni.
Dal quartier generale della Nato, il Segretario generale Mark Rutte è tornato a indicare la direzione degli aumenti per la spesa militare: più cinque per cento. Tra l’Italia già certa del raggiungimento del due per cento e Paesi come la Lituania, ben più esposti alla minaccia diretta e costante della Russia, pronti a raggiungere addirittura il sei per cento, il prossimo vertice in programma a L’Aia il 24 e 25 giugno promette di fornire nuovo impulso alla discussione sull’aumento dei fondi per la Difesa degli Stati membri. Il tutto, alla presenza straordinaria e per nulla banale del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.