Nuovo cicloPerché la Banca mondiale ha deciso di riprendere a finanziare l’energia nucleare

C’entrano le svolte pro-atomo di Stati Uniti e Germania, ma anche il desiderio dell’Occidente di controllare le centrali nei Paesi in via di sviluppo, come fanno oggi Cina e Russia

Una centrale nucleare a Dukovany, in Repubblica Ceca (AP Photo/LaPresse, ph. Petr David Josek)

Ajay Banga, presidente della Banca mondiale, compare al primo posto nella categoria Titans della classifica del Time sui leader climatici più influenti del pianeta nel 2024. Il suo predecessore, l’economista David Malpass, si è dimesso nel 2023 dopo una serie di dichiarazioni che mettevano in dubbio l’origine antropica del cambiamento climatico. 

Banga, scrive la rivista statunitense, «ha affrontato il suo compito con giudizio», adottando diverse riforme «apparentemente piccole ma capaci di avere un grande impatto sull’accelerazione dell’azione climatica globale, ora in sinergia con il programma di sviluppo di lunga data della Banca». 

L’ultimo capitolo dell’avventura climatica della Banca mondiale riguarda il nucleare, un tema spesso affrontato con un approccio polarizzante, tipico delle tifoserie. Da una parte, i fan sfegatati dell’atomo tendono a sminuire il ruolo delle rinnovabili, ritenute non idonee a soddisfare in modo pulito l’aumento della domanda energetica globale (anche a causa dei data center delle intelligenze artificiali). 

Dall’altra, diverse branche dell’ecologismo pensano che il nucleare sia tutta una scusa per non investire nel potenziamento delle rinnovabili che, come ogni fonte energetica, hanno i loro problemi (l’intermittenza, per esempio). La verità, anche nelle questioni così complesse, di solito sta nel mezzo, e dipende tutto dal contesto nazionale che si sta analizzando. È una questione di priorità, perché i soldi per attuare la transizione energetica non sono infiniti. 

In una mail inviata mercoledì 11 giugno ai suoi dipendenti, Ajay Banga ha scritto che la Banca mondiale, dopo circa dodici anni, tornerà a finanziare i progetti legati al nucleare. L’istituzione con sede a Washington collaborerà con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea) per «prolungare la vita dei reattori esistenti e contribuire all’ammodernamento della rete e delle infrastrutture correlate», recita la mail visionata dal Financial Times

La svolta, secondo il quotidiano britannico, segue la scia dell’approccio pro-atomo dell’amministrazione statunitense di Donald Trump (gli Usa sono i principali finanziatori della Banca mondiale) e del nuovo cancelliere tedesco Friedrich Merz. Quest’ultimo, in particolare, ha annunciato importanti investimenti nella ricerca sui piccoli reattori modulari (Smr), teoricamente più economici e veloci da realizzare rispetto alle centrali tradizionali. La loro fattibilità commerciale, però, è ancora tutta da verificare. 

I cosiddetti mini reattori sono al centro dei pensieri del governo italiano, che ha approvato un vago disegno di legge ad hoc e accolto con successo la nascita della prima newco – frutto di una joint venture tra Enel (cinquantuno per cento delle quote del capitale), Ansaldo Energia (trentanove per cento) e Leonardo (dieci per cento) – del nuovo nucleare italiano. Il nome dell’azienda è Nuclitalia, che valuterà e sceglierà gli esempi stranieri più idonei al contesto italiano.

Di recente, anche il Regno Unito – che ha già diversi impianti attivi – ha annunciato lo stanziamento di 14,2 miliardi di sterline per la ricerca e la futura costruzione dei reattori di nuova generazione, ma – come si legge in un editoriale non firmato sul Guardian – ci sono ancora tanti dubbi sulle tempistiche, la gestione delle scorie e i costi; l’appalto è stato aggiudicato da Rolls-Royce, in coordinamento con la Great british energy-nuclear. 

Nell’Unione europea, gli Stati che attualmente sfruttano il nucleare – non quello di nuova generazione, essendo ancora in una fase sperimentale – sono Francia, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Ungheria, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia. La Germania ha chiuso le sue ultime centrali nell’aprile 2023, ma l’attuale governo sta cambiando radicalmente approccio.  

La decisione della Banca mondiale è rilevante soprattutto per i Paesi in via di sviluppo, che finora non hanno avuto il supporto necessario per avviare un’industrializzazione decarbonizzata. È un argomento cruciale, perché il problema climatico è di natura globale e gli sforzi di mitigazione delle economie più sviluppate risulterebbero inefficaci. 

La domanda di elettricità nei Paesi considerati in via di sviluppo raddoppierà entro il 2035, e il nucleare di nuova generazione potrebbe aiutarli a crescere senza avere un impatto negativo sul clima. Uno sforzo che, secondo Banga, richiederebbe investimenti da 630 miliardi di dollari l’anno – ora siamo a quota 280 miliardi – in generazione elettrica, gestione delle reti e operazioni di stoccaggio.

In una nota della Banca mondiale visionata in esclusiva dal Financial Times, si legge che gli sforzi saranno orientali anche nell’ottica di «accelerare il potenziale dei piccoli reattori modulari», nella speranza di renderli economicamente sostenibili nel maggior numero di Paesi. 

La Banca mondiale è la principale fonte multilaterale di finanziamenti per le economie emergenti e gli Stati in via di sviluppo. Questa svolta nella direzione dell’atomo potrebbe orientare, e non di poco, la corsa mondiale al nucleare. Molti analisti ritengono poi che la decisione della Banca mondiale possa dare più solidità all’obiettivo di triplicare la capacità di energia nucleare entro il 2050, messo nero su bianco da trenta Paesi (tra cui gli Stati Uniti) alla Cop28 di Dubai del 2023. 

Secondo la Banca mondiale, che ora spera nell’appoggio di altri finanziatori multilaterali (soprattutto la Banca asiatica di sviluppo), l’annuncio di mercoledì aiuterà le aziende occidentali a competere con la Russia e la Cina, già attive nella costruzione di centrali nucleari nei Paesi in via di sviluppo. Basti pensare alla Nigeria, che nel 2024 ha stretto con Pechino un accordo sul nucleare da cinque miliardi (in forma di prestiti erogati dal governo cinese). Tra gli obiettivi della svolta pro-atomo della Banca mondiale c’è quindi, senza troppe sorprese, un ridimensionamento del ruolo della Cina e della Russia. 

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