Ciao maschioIl lavoro in Italia c’è, ma non per i giovani uomini italiani senza titolo di studio

L’aumento dei contratti stabili e l’inclusione femminile nel mercato non devono nascondere un dato allarmante: il tasso di occupazione maschile under 50 in Italia è tra i più bassi d’Europa

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Su quello che alcuni hanno definito il miracolo occupazionale degli ultimi anni, ovvero la crescita, per molti versi inattesa, del numero dei lavoratori in Italia circolano sia interpretazioni spesso minimizzanti che altre eccessivamente rosee. Da un lato è passata troppo spesso sotto silenzio, lo si è ricordato in occasione dei referendum sul lavoro, la forte crescita dei contratti a tempo indeterminato e la discesa di quelli a termine. Dall’altro si è esagerato nel parlare di record considerando che i recenti miglioramenti non sono bastati a compensare e colmare il divario di lungo periodo tra l’aumento dell’occupazione italiano e quello europeo, soprattutto se si prendono in considerazione i lavoratori con meno di 50 anni e gli italiani «autoctoni». È proprio quest’ultimo aspetto di genere che probabilmente passa maggiormente sotto silenzio.

Nell’Unione Europea il dato del tasso di occupazione degli uomini del 2024 è stato dell’1,9 per cento maggiore di quello del 2005, 88,3 contro 86,4 per cento, mentre in Italia è stato del 3,8 per cento inferiore, dell’ottantatre per cento a fronte di quello dell’86,8 per cento di venti anni fa. Si tratta di un gap maggiore di quello che riguarda le donne: l’occupazione femminile è aumentata in Italia meno che nella Ue, del 7,9 per cento a fronte del +10,2 per cento europeo.

Dati Eurostat, persone nate in Italia

Il dato saliente quindi, non è che l’occupazione femminile, che partiva da livelli bassi, anche scandalosamente bassi, sia salita più di quella maschile, è scontato, e anche giusto, ma che quest’ultima sia addirittura scesa nel lungo periodo, che il recupero post-Covid non sia bastato a tornare ai valori di venti anni fa e che i divari tra uomini e donne nell’andamento del mondo del lavoro siano maggiori della media europea.

L’Italia è tra i Paesi in cui la percentuale di uomini tra i venticinque e i quarantanove anni con un impiego è scesa di più, dopo Grecia e Lussemburgo. Al contrario, il nostro Paese è ben oltre la media Ue se parliamo di incremento del tasso di occupazione maschile tra gli over cinquanta, +18,3 per cento.

Dati Eurostat, persone nate in Italia

nel 2005 la percentuale di under cinquanta con un lavoro era persino superiore al dato europeo dello 0,4 per cento, nel 2024 era inferiore del 5,3 per cento. Al contrario di quanto è accaduto in Germania, dove continua a essere più alto, in Francia, dove è scesa sotto la media Ue solo di qualche decimale, e in Spagna, in cui si è visto un crollo e poi un recupero che ha ridotto il gap rispetto all’Europa al 3,8 per cento, a livelli minori di quelli italiani. Al contrario di quanto avvenuto tra chi ha più di cinquant’anni, segmento nel quale il divario rispetto al resto d’Europa è inferiore a quello di due decenni fa.

Dati Eurostat, persone nate in Italia

Ciò è accaduto nonostante il numero degli uomini nati in Italia tra 2005 e 2024 sia sceso di circa settecentoquaranta mila persone e quello dei cinquantenni e dei sessantenni sia salito. In sostanza il mercato del lavoro, che in ogni caso in questi anni si è espanso, ha preferito, quando ha avuto bisogno di più personale, occupare le donne, in ogni fascia di età, o utilizzare quegli over cinquanta che hanno ritardato la pensione per le varie riforme previdenziali.

E in parte gli immigrati, visto che, è vero, il loro tasso di occupazione maschile è sceso dal 2005, ma un po’ meno, del 2,8 per cento, e soprattutto il loro numero assoluto è cresciuto molto, considerando che quanti sono nati all’estero in quasi venti anni sono raddoppiati, da 1,7 a 3,4 milioni.

 

Dati Eurostat

C’è un complotto contro gli uomini italiani a favore di donne e immigrati come pensano tanti improvvisati teorici Incel e sovranisti? No, non si vede peraltro perché tale complotto dovrebbe avere luogo proprio in Italia più che altrove in Europa. A essere decisivo è forse molto più il tema dell’istruzione. Rispetto alle donne gli uomini hanno visto un crollo dell’occupazione molto maggiore tra chi non ha raggiunto neanche il diploma, dell’8,4 per cento, nonostante la ripresa post-Covid, contro uno del 2,7 per cento femminile e, soprattutto, c’è un forte divario quando parliamo di coloro che sono arrivati alla laurea. L’aumento del tasso di occupazione delle laureate in Italia è stato addirittura superiore a quello medio europeo e soprattutto di quello maschile, +4,2 per cento dal 2005 contro un -0,1 per cento nel caso degli uomini con un titolo universitario.

 

Dati Eurostat

Gli uomini italiani hanno pagato di più il declino di molte mansioni nella manifattura o nei servizi a basso valore aggiunto, che erano appannaggio di chi non aveva raggiunto il diploma e che venivano svolti soprattutto dai maschi, appunto. Ciò è stato dovuto anche al fatto che in Italia ad abbandonare gli studi continuano a essere soprattutto gli uomini, il 12,2 contro il 7,1 per cento, mentre in Europa il divario è minore. Non a caso anche tra i Neet, coloro che non studiano e non lavorano, c’è un vantaggio maschile più alto in Italia che nell’Ue.

Non solo, è in allargamento il gap tra uomini e donne che raggiungono la laurea, soprattutto tra coloro che sono nati in Italia. Le laureate, che erano già venti anni fa più degli uomini, dal 2005 al 2024 sono aumentate in misura maggiore, arrivando al 42,3 per cento tra le 25-34enni, mentre i laureati erano solo il 28,1 per cento. La differenza è salita al 14,2 per cento ed ha superato da una decina d’anni quella presente nell’Ue, che l’anno scorso era del dodici per cento.

Dati Eurostat

Questi dati aiutano a capire perché gli uomini italiani siano in un certo senso rimasti indietro, non abbiano approfittato della ripresa occupazionale degli ultimi anni come le donne. Alla faccia di vecchi stereotipi, infatti, i laureati sono cercati nel mondo del lavoro più dei diplomati e questo ha favorito il segmento che sempre più spesso raggiunge il titolo universitario, quello delle donne. Non solo, queste ultime lo raggiungono con voti più alti, persino nell’area Stem, 104,5 su centodieci contro 102,6, e ciò contribuisce a spiegare anche perché tra quei pochi uomini laureati la crescita dell’occupazione non c’è stata in quasi venti anni, mentre tra le donne sì.

Il divario tra i generi appare più grave nel Mezzogiorno, dove tra i venticinque-trentaquattrenni è nettissima la differenza tra l’aumento del tasso di occupazione femminile, di ben il 6,4 per cento dal 2005, con una bella accelerazione post-Covid, e il netto calo, del 5,9 per cento, di quello maschile. Se guardiamo a chi ha più di trentaquattro anni ma meno di cinquanta, poi, il gap è presente in tutte le aree.

Dati Istat

 

È nel Mezzogiorno che continua a essere più alto l’abbandono scolastico.  Quanto potrà essere grave questa crisi del maschio in campo economico e sociale? La parità tra i generi non può essere un gioco a somma zero, nelle società sane e in crescita l’aumento dei posti di lavoro, dei salari, delle responsabilità delle donne avviene in concomitanza con quello, magari un po’ inferiore, dei posti, dei salari, delle responsabilità degli uomini. Tra i danni del declino che abbiamo vissuto soprattutto prima del Covid ci sono anche questi numeri riguardanti gli uomini.

La sfida della ripresa del mercato del lavoro sarà anche riportare l’occupazione maschile tra i giovani ai livelli di venti anni fa, è un obiettivo minimo, visto anche il calo demografico che riguarda questo segmento. Non possiamo permetterci, ora più che mai, di perdere per strada così tanti ventenni e trentenni, ma i numeri sui laureati, ancora così pochi proprio tra gli uomini, non sono confortanti e forse è lì che è necessario agire.

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