Lo spazio al centroL’ambizione del Partito Liberaldemocratico, e il voto fuori dal coro del bipolarismo

Questo fine settimana a Bologna ci sarà il Congresso della nuova forza politica centrista, atlantista, europeista nata lo scorso marzo. Ci sono ancora molti nodi da sciogliere, ma è un tentativo di alternativa agli estremismi della destra e della sinistra

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Mentre il mondo brucia, può sembrare anacronistico mettere in campo in Italia un nuovo partito. Ma si chiama Partito Liberaldemocratico (Pld) e siccome l’incendio sta appiccando il fuoco nei pochi accampamenti liberaldemocratici che resistono qua e là (il penultimo salvato è stato in Canada, l’ultimo a rischio è diventato la Polonia), magari tanto anacronistico non è.

Diciamo piuttosto che ci vuole coraggio, e va premiato, per chiamare a Bologna, sabato 28 e domenica 29, trecento delegati per far partire il convoglio di un ennesimo tentativo di non stare né di qua né di là, in questa Italia costruita sul fasullo bipolarismo dei referendum (sulla preferenza unica) di quasi trent’anni fa, nel protopopulismo dell’epoca. I futuri beneficiari del biglietto della lotteria perso da Mariotto Segni erano ai margini. Beppe Grillo faceva ancora il comico a pagamento alle feste dell’Unità, Luigi Di Maio era all’asilo e Giuseppe Conte faceva la vita magra di un leguleio in cerca come tutti di appoggi ai concorsi.

A Bologna ci sarà un Congresso come da manuale: delegati, dibattito, relazioni, saluti degli ospiti, votazioni degli organi. Un ritorno all’antico, con l’orgoglio di un nome – Partito – che sembra nuovo perché sepolto ai tempi belli di Mani Pulite, quando i partiti anziché concorrere a formare la volontà popolare, dalla gavetta alle stelle, rappresentavano il male assoluto.

Alla guida non uno, ma due leader: Luigi Marattin e Andrea Marcucci, rispettivamente per i ruoli di segretario e di presidente, con una segreteria giovane e una direzione pluralista. Si sa che al centro sono più i capi che i comprimari, ma stavolta ci sono buone garanzie di non ripetere gli psicodrammi del Terzo Polo.

I due sono diversi e un po’ complementari. Entrambi temprati da una dura esperienza nel Partito democratico, più Marcucci in verità, che ha fatto addirittura il capo dei senatori, scuola di alto livello gladiatorio, anche se alla fine è stato eliminato dal mite e “liberale” Enrico Letta, e lasciato alla mercé dei nuovi arrivati di Elly Schlein, senza protezione in lista. Viene dal vecchio Partito Liberale Italiano e conosce bene anche i non trascurabili tranelli del piccolo mondo laico, che solo nella disgrazia ha cominciato a superare l’inesorabile rivalità Pli/Pri, cavourriana e mazziniana.

Quanto a Marattin, è il frutto della selezione buona della società civile: economista, professore, caratterino tosto il giusto, pazienza infinita con Matteo Renzi e tanta capacità di riversare in Parlamento saggezza e buon senso economico. Farà senza contrasti il segretario e ha un buon capitale reputazionale da spendere.

Nella fase preparatoria, i quattro gruppi che si sono fusi a marzo, hanno dato prove di buona volontà. Al Congresso circa la metà dei delegati viene dal gruppo di Marattin, mentre Liberal Forum di Pietro Ruggi e Liberali Democratici Europei di Oscar Giannino, in gran parte ex Pli e Pri ma non solo, portano esperienza partitica. Tutta da sperimentare la consistenza di Nos, impastata da giovani e web. In palio c’è sempre lo spazio prezioso, ricco di speranze e illusioni, che sta tra la destra e la sinistra, oggi diventate destra destra e sinistra sinistra.

Fa gola a tanti, l’elenco è lunghissimo (ultimo arrivato un pezzo di Cisl), ed è fuori di dubbio che esista elettoralmente, perché ogni giorno di più crescono gli elettori che non si riconoscono nel campo largo della destra e nel collodiano campo dei miracoli della sinistra. Lì dentro c’è tanta gente pensante, tanta spiegazione di come sta la società civile, tanta voglia di chiudere i talk show serali dell’intolleranza. E soprattutto, è questa la scommessa di tutti i centristi, è gente pronta a svegliarsi di colpo e a votare fuori dal coro dell’ineluttabilità bipolare. Se solo i giovani lo facessero, ribalterebbero l’ormai stanco ballottaggio tra centroqualcosa contro centroqualcosadaltro.

Soprattutto, ed è già parte dell’analisi del manifesto fondativo del Partito Liberaldemocratico, c’è il rigetto per coalizioni tanto sfrontatamente di potere. I junior partner delle due squadre – il Movimento 5 stelle a sinistra e la Lega a destra – sono in totale contraddizione con la rispettiva guida e talora in modo così smaccato da insultare l’intelligenza di chi li ascolta. Antonio Tajani si fa andar bene le contraddizioni più esasperate, perché il centrodestra lo ha inventato Silvio Berlusconi. Già, ma Berlusconi aveva carisma e pensare a un Tajani federatore del centro è davvero arduo.

Certo, per molti elettori il quadro diventa indigeribile. A destra lasciano fare a Salvini nella convinzione che si faccia male da solo, mentre a sinistra c’è eterna buona volontà verso i pentastellati, ma sotto sotto l’invidia del progressismo è davvero freudiana. Che peccato non poter guidare certi cortei, inebriarsi bruciando bandiere o scandendo “Italia fuori dalla Nato”, che è un modo almeno di far tornar giovani generazioni mature. Insomma, specie in tempi di confusione politica, di degenerazione finale in chiave trumpiana del nefasto populismo, ci sarebbe davvero bisogno di scelte nuove.

Provarci è possibile, ma qui viene il punto essenziale: dove si collocherà esattamente il nuovo Partito Liberaldemocratico di Marattin? Il problema chiave è il posizionamento. Si diceva che il luogo è molto affollato, e se solo il Partito democratico avesse lungimiranza e generosità avrebbe la grande occasione di essere il grande aggregatore del riformismo di marca europea. Qualcuno è invece lì, al centro, solo per fare la riserva di lusso. Ci riferiamo a Ernesto Maria Ruffini, che è in campo per prenotare – beato chi ci crede – il posto di candidato Presidente del Consiglio nel caso di pugnalata alle spalle di Elly Schlein. C’è qualche altra alternativa da pescare tra i presidenti di Regione o i sindaci e si vedrà. Certo, a oggi, la scelta tra Giorgia Meloni e Schlein sembra a esito scontato.

Ma che faranno i dioscuri Carlo Calenda e Matteo Renzi? Il leader di Italia Viva ha già fatto la sua scelta, con varie finte da par suo: sostenere Schlein per Chigi, dar retta a Goffredo Bettini che vuole il ramo (secco?) moderato accanto/dentro al Partito democratico. Soprattutto, parlare di campo largo senza farsi notare quando ne ride. Ha scelto da tempo di stare nello spazio del centrosinistra e in questo si è distinto da Calenda, che ha per molti il grande merito di non perdonarne una a quel gran progressista di Conte.

Ma proprio qui nasce il problema per il Partito Liberaldemocratico: quale sarà la differenza con Azione? Il posizionamento è la grande chimera. Chi oggi ne fa parte è vaccinato contro Calenda, cui viene attribuita la colpa del naufragio del Terzo Polo e dell’elezione trionfale di Marco Tarquinio con i voti buttati via dai liberali.

Marattin e Marcucci, per farcela, possono ricorrere allo stile più elegante, agli argomenti più approfonditi, alla capacità di proposta più raffinata, ma prima o poi il nodo del rapporto Azione/Pld si porrà, dentro la più generale questione del posizionamento, fermo restando che la forza attrattiva è più a sinistra che a destra, perché molta della base Partito Liberaldemocratico ha ripudiato antiche debolezze verso l’iniziale berlusconismo, e non torna più sul luogo di quel delitto. Certo, da qui al 2027 tante cose si possono fare e tante possono accadere. L’importante è che le idee trovino forza e gambe per camminare, perché di liberaldemocratici c’è bisogno.

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