
Prendendo per la prima volta la parola alla Camera a nome del Partito Liberaldemocratico, formazione nata l’8 marzo con un futuro congresso costitutivo a giugno, Luigi Marattin ha istituzionalizzato il ritorno di un partito a denominazione liberale sulla scena politica italiana. Sarebbe fin troppo facile fare ironia, considerando che si parla di una minoranza invisibile (ma reale: le iscrizioni stanno aumentando), ancora mai misurata alle urne e collocata in un microspazio di centro confuso e arruffato, che già soffre di credibilità dopo aver combinato solo guai, e indispettivo quel dieci per cento di italiani che si riesce a riunire solo a fatica. Un elettorato che certamente rifiuta il bipopulismo e, con ostinazione e un filo di disperazione, continua a indicare ai sondaggisti sigle politiche lontane dal mainstream.
Il Pld di Luigi Marattin e Andrea Marcucci si inserisce nell’affollato panorama di partiti, legittimati o meno, che ambiscono a occupare quello spazio politico — uno spazio che, pur indefinito, continua ad attirare moderati di varia estrazione e perfino cattolici quasi di sinistra. In questo contesto, su quella che sembra un’isola che non c’è, è comprensibile l’ironia, persino la presa in giro, come fa con crescente nervosismo Forza Italia, che ne avverte la concorrenza.
Ma nel nostro sistema politico bislacco e sregolato da una non legge elettorale, nessuno fa sarcasmo se dà spazio – con tanto di scranno parlamentare, anche dopo la riduzione del numero complessivo, e ufficio da Questore – a tale Antonio De Poli, che su Wikipedia risulta essere presidente dell’Unione di Centro, in realtà ultimo mohicano democristiano, con una carriera iniziata in epoche geologiche dimenticate, per un totale ininterrotto di oltre un quarto di secolo.
De Poli vale uno, come Luigi Marattin, ma, a differenza di quest’ultimo, ha diritto – per accordi tra Rai e centrodestra – a presenza nel TG2 delle 13 ogni due o tre giorni, con dichiarazione sonora, una volta al mese. Appena un gradino più sotto del ciellino Maurizio Lupi, che viene misurato attorno allo 0,9 per cento, ministro mancato per insufficienza di voti, ma con diritto a presenza fissa al Tg delle ore 13, nonché, un paio di volte a settimana, al TG1 delle 20 (quasi sempre con filmato di repertorio di una comica passeggiata in piazza Montecitorio insieme ad alcuni amici) e strapuntino, quando si ricordano, nelle riunioni di vertice del centrodestra.
Ci permettiamo dunque anche con De Poli e Lupi di fare un po’ di ironia, da sottrarre a quella dedicata a Marattin, che legittimamente vuole per sé un pezzo di quel dieci per cento (e più) in palio e che nel frattempo, se non altro, porta nel dibattito sane ricette liberali in economia ed è chiamato all’arduo compito di rappresentare un’idea severa rispetto alle disinvolte semplificazioni di tanti sedicenti liberali. Comunque, merce non avariata o da discount del centrodestra. E senza appelli patetici al moderatismo, come ha fatto lunedì sul Corriere il suddetto Maurizio Lupi, a dispetto del nome, agnello sacrificale delle esagerazioni dei suoi danti causa.
E soprattutto può essere un’alternativa alla rassegnazione rispetto alle timidezze dei riformisti del Partito democratico (del resto: Stefano Bonaccini è in grado di rappresentare i liberali? Non scherziamo) o una Forza Italia che, da quando è declinato e poi scomparso Silvio Berlusconi, ha tenuto il sacco a sovranisti ed estremisti vari, oggi sempre più chiaramente trumputiniani.
Vale allora la pena di approfondire un po’ la posizione di questo nascente Partito Liberaldemocratico, che tiene molto alla denominazione di partito, parola demonizzata per decenni dalla cultura politicamente corretta e poi, riconosciamolo, sdoganata solo dal primo Partito democratico.
Il Pld è dunque un partito di centro, e fin qui tutto chiaro, ma cosa lo differenzia da Italia Viva e Azione (lasciamo stare PiùEuropa, che è un mondo a sé)? Nel ricco dibattito fondativo dell’8 marzo si è capito che vuol essere il vero centro del centro, cioè distante e distinto da entrambi i poli. Nessuno dei due gli piace e dunque il connotato è quanto meno preciso. Marattin esemplifica dicendo che si rivolge a chi proprio non vuole Maurizio Landini ministro del Lavoro o Matteo Salvini ministro dell’Interno.
Certo, c’è una differenza rispetto a Italia Viva, avvicinatasi al Partito democratico senza se e senza ma, e un po’ meno invece rispetto ad Azione, se non fosse che tra i liberaldemocratici resta un risentimento verso Carlo Calenda, per il cocciuto diniego ad accettare un cartello alle elezioni europee che avrebbe prodotto, a parità di voti, quattro o cinque seggi. Marattin e Marcucci, peraltro, vengono entrambi dal Partito democratico e hanno un dna che, in prospettiva, non potrà non sentire un richiamo della foresta di centrosinistra, anche se oggi negato.
Vedremo al congresso di giugno se questo nodo verrà alla fine sciolto, fermo restando che alle elezioni nazionali del 2027 saranno forse maturate tante cose diverse, difficili oggi da immaginare, e che potrebbero passare addirittura dalla fine dell’eterna vaghezza democristiana (lui dice popolare) di un Antonio Tajani (con riberlusconizzazione del partito nel senso di Marina?) e dalla fine del riformismo democratico (con schleinizzazione della minoranza, o sua uscita?) e, insomma, da terremoti vari nell’area di riferimento. Magari con una nuova legge elettorale proporzionale.
Variabili difficili da scrutare, a loro volta dipendenti dal destino di Giorgia Meloni, che ha avuto finora la strada in discesa ma ha davanti a sé curve e burroni pericolosi per chi fa troppo equilibrismo. Ma non si può – nel caos attuale – non dar credito ai liberali almeno in termini di contenuti, visto che la loro assenza totale in questi anni li ha almeno esentati dalle scivolate populiste o sovraniste dei loro imitatori.
Certo, devono essere contenuti coraggiosi, al limite della provocazione. Essere liberali coerenti è quanto di più difficile si possa immaginare, soprattutto nel mondo di oggi: Benedetto Croce, che pure accettò la presidenza del Partito liberale italiano (Pli), allo strumento partito non credeva proprio. Ma questo del coraggio è il punto essenziale, visto che Luigi Marattin non deve rendere conto a chi lo ha messo in lista con seggio sicuro come De Poli, e visto che la sua emancipazione è stata ben motivata sia quando è uscito dal Partito democratico a seguito della fine di Mario Draghi, sia da Italia Viva, quando, appunto, Matteo Renzi ha annunciato una conversione improvvisa che lo ha costretto, tra le altre cose, a smorzare i toni con Giuseppe Conte e alzarli con Ursula von der Leyen.
Nel repertorio di Luigi Marattin, c’è un liberalismo economico intransigente. Ne faccia incetta, come gli hanno raccomandato l’8 marzo al battesimo di Roma sia Ferruccio De Bortoli che Carlo Cottarelli. Tra tanti conformismi e opportunismi in circolazione, può essere aria fresca da respirare: non solo la materia europea, ma anche, per temi come le unioni bancarie o le presunte privatizzazioni dell’acciaio, tanto per restare nell’attualità. Perché non abolire la golden share?
Essere liberali deve essere qualcosa di scandaloso, controcorrente (date un matto ai liberali, vien da ripetere), in un Paese di convenienze ossificate. Se dopo decenni dalla fine del Pli e del Partito repubblicano italiano – gli antenati del Partito Liberaldemocratico, fondato oggi da quattro associazioni, due molto giovani ed energiche fino all’ingenuità, e due con le facce dell’ultima generazione liberale e repubblicana, per anni arrabbiata e delusa – vuol dire che nasce una nuova proposta, e questa non può che essere dirompente, senza nostalgie.
La mano libera di chi non ha padroni e che spera di tornare in Parlamento con la forza dei voti e delle idee, e non per la protezione di un capo partito, può fare cose rivoluzionarie. E oggi la prima rivoluzione da fare è la coerenza, denunciando sistematicamente coalizioni in cui il capo ha un vice che la pensa all’opposto. Essere un po’ estremisti non può che far bene al Centro, che non è il luogo del riflusso e della convenienza, ma della battaglia contro la strisciante conservazione dei luoghi comuni di destra e sinistra.