
Una delle grandi contraddizioni del dibattito italiano sulla difesa è l’incapacità di guardare alle reali alternative in campo. Rifiutare il piano europeo per la difesa, anziché impegnarsi per migliorarlo, non avvicina affatto a quel disarmo auspicato proprio da chi è contrario al piano di Bruxelles. Al contrario: significa rafforzare lo status quo, legittimando, di fatto, le politiche di Donald Trump e impedendo all’Europa di diventare un attore capace di incidere davvero nelle dinamiche internazionali. I nuovi target NATO lo dimostrano chiaramente. Eppure, si continua a identificare l’Europa come il “nemico” principale: si bruciano bandiere in piazza, si raffigura Ursula von der Leyen con i baffi di Hitler. In questo modo, si ostacola una difesa comune e si indebolisce l’idea stessa di una NATO più europea e di tutto ciò che ci renderebbe più autonomi. Ecco il grande paradosso in cui siamo immersi.
Indipendentemente da come evolverà il rapporto NATO-UE, il disimpegno americano all’interno della prima è già oggi un dato di fatto. Al vertice dell’Alleanza di Madrid (2022) è stato approvato un nuovo piano per avere più truppe pronte alla mobilitazione in caso di crisi o conflitti in Europa. Questo piano prevede la capacità di mobilitare 100.000 uomini entro dieci giorni e ulteriori 200.000 tra i dieci e i trenta giorni: non parliamo di truppe americane, ma quasi esclusivamente europee. Per questa ragione, anche nell’ipotesi in cui non volessimo costruire alcuna difesa sovranazionale nell’ambito dell’Unione Europea, già oggi per rispettare questo piano – inutile dire, molto ambizioso – servono investimenti rilevanti.
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Sia chiaro: non possiamo illudere le persone. Spenderemo di più, con o senza l’Europa. Questo libro andrà in stampa prima del vertice NATO di fine giugno 2025, ma già sappiamo che si alzerà la soglia minima degli investimenti in difesa (dal 2% del PIL a una cifra compresa tra il 3,5% e il 5%), mettendo nero su bianco ciò che ancora manca all’Europa in termini di uomini, carri armati, veicoli, artiglieria, velivoli, abilitatori strategici. Stiamo già spendendo di più: il processo è cominciato prima di Trump. Prendiamo l’Italia. Nel Documento Programmatico Pluriennale della Difesa per il triennio 2024-2026 del ministero della Difesa si legge un lungo elenco di acquisti per rafforzare e ammodernare le nostre capacità militari. Ventiquattro velivoli Eurofighter, venticinque F-35, ventuno sistemi lanciarazzi HIMARS, 1.050 veicoli blindati per la fanteria pesante, un’ulteriore batteria di missili SAMP/T, due ulteriori fregate – la prima, la Spartaco Schergat, consegnata ad aprile 2025 –, nuovi Main Battle Tank, carri armati pesanti di nuova generazione. Sono solo alcuni esempi per dire che il riarmo nazionale è già una realtà concreta e subirà un’ulteriore accelerazione per l’aggravarsi del contesto internazionale. Senza contare che questo sta già avvenendo con una significativa presenza di armamenti made in USA: solo nel 2023, le importazioni italiane di armamenti dagli Stati Uniti hanno raggiunto i cinquecentocinque milioni di euro, pari al 40% del totale.
Dunque, anche ragionando in una prospettiva puramente nazionale, immaginando che l’Europa non faccia alcun passo in avanti verso una difesa comune, l’Italia non potrà sottrarsi all’aumento della spesa militare. Se vorrà continuare a godere della protezione americana, dovrà comunque pagare il prezzo. Perché non diventi lacrime e sangue, la nostra migliore chance, ancora una volta, si chiama Europa.
