Fare politicaRiuscirà la tenda riformista di Renzi a svegliare l’opposizione addormentata nel Pd?

Il leader di Italia Viva ha proposto al tripartito populista Pd-M5s-Avs una strada per vincere le elezioni, come ai tempi di Ds e Margherita. Di fatto è un’ultima picconata al progetto unitario del Partito democratico, ma quel Pd non esiste più. Cosa farà la minoranza che si oppone a Schlein?

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Una tenda riformista, presto. Per mettere insieme «storie e persone diverse ma unite dal desiderio di vedere il centrosinistra in grado di vincere le politiche e non solo di riempire le piazze». Matteo Renzi ha ripreso il filo di un discorso che ormai ha diverso tempo alle spalle, da quando Italia viva ha scelto di collocarsi nel centrosinistra, precisandolo un po’ di più e trovando questa espressione – la tenda riformista – per far capire meglio il senso dell’operazione. Di «tenda», Renzi aveva parlato per primo.

Non sfugge che è la stessa parola usata pochi giorni fa da Goffredo Bettini su l’Unità, quando alludeva alla necessità di «impiantare un soggetto liberale, repubblicano, progressista, ma moderato che manca alla nostra alleanza», appunto a una tenda sotto cui raccogliere forze nuove della società laiche, riformiste, moderate.

Con la solita malizia, Bettini auspicava poi «una nuova generazione che deve irrompere», anche per evitare le solite polemiche sui nomi: non è difficile ipotizzare che pensasse a Renzi e Carlo Calenda. Quindi aggiungeva, senza nominarli, che «se venisse anche da loro una parola di incoraggiamento, di stimolo, di coraggio, sarebbe tutto più facile e tutto più ricco».

Ora Renzi se ne esce con la stessa immagine della tenda, e più o meno svolgendo lo stesso ragionamento: «Dobbiamo fare un’opposizione non ideologica, come quella della Cgil sul referendum, ma un’opposizione sui contenuti, costruendo accanto al nucleo di sinistra-sinistra una tenda riformista in grado di accogliere storie e persone diverse, ma unite dal desiderio di vedere il centrosinistra in grado di vincere le politiche e non solo di riempire le piazze. Per farlo, occorre la cultura di governo blairiana e la pazienza di attuare il messaggio degasperiano del centro, che guarda a sinistra».

Il ragionamento non è nuovo, ma stavolta pare allargarsi a nuovi protagonisti. Sembra dunque di ritornare allo schema Ds-Margherita, cioè da una parte il tripartito Pd-M5s-Avs radicale, di sinistra, un po’ populista, e dall’altra la «tenda riformista», una tenda blu come l’Europa, a fare da contrappeso ai giallorossi in un’alleanza davvero competitiva con la destra di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.

Vedremo se l’idea funzionerà, cioè se sarà in grado di attrarre nuove forze e ricomporre un qualche discorso con Azione (possibile) e i Liberaldemocratici (meno possibile). In termini più politologici, lo schema sinistra radicale–tenda riformista è la negazione del progetto originario del Partito democratico di costruire un soggetto unitario capace di mescolare i diversi riformismi, quello più di sinistra e quello più moderato. Rottura è la bussola che guida i riformisti dem (infatti Filippo Sensi aveva replicato a Bettini con una certa durezza), tuttavia in minoranza nel loro partito.

Secondo un riformista della prima ora, Claudio Petruccioli, questa componente dovrebbe riorganizzarsi e puntare a guidare il Partito democratico: obiettivo, allo stato, impossibile. Già è tanto che Pina Picierno, Lorenzo Guerini, Alessandro Alfieri, Giorgio Gori, Lia Quartapelle e gli altri riescano a fare il controcanto a Schlein, e in fondo una minoranza vivace è utile anche alla segretaria. Una presenza riformista dentro il Pd, una tenda decisiva per vincere, dentro l’alleanza: piano piano qualcosa si precisa. Forse.

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