Sono trascorsi trentaquattro anni dal referendum sulla preferenza unica, il primo tentativo referendario (riuscito) di cambiare la legge elettorale della Camera, da cui sono scaturiti altri quesiti, infinite proposte di sistemi comparati per eleggere i parlamentari (inglese, francese, tedesco, australiano, neozelandese per poi approdare sui più locali Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum), due o tre riforme istituzionali con relative consultazioni costituzionali, un’ampia offerta di sistemi elettorali diversi per Comuni e Regioni, relazioni di commissioni bicamerali per riscrivere la Costituzione, dotte consulte di saggi, convegni di esperti, case di pane, riunioni di rane, vecchi costituzionalisti che ballano nei talk show, cani randagi, cammelli e re magi.
Insomma, come ricorda spesso Francesco Cundari su Linkiesta, abbiamo trascorso più di trent’anni a parlare sempre della stessa cosa, riuscendo anche a cambiare ogni volta sistema o legge con una punta in più o in meno di maggioritario come quando si provano le tonalità di biondo dal parrucchiere, ma tornando sempre al punto di partenza, quello della necessaria, urgente e inesorabile richiesta di riformare ancora una volta la legge elettorale e la seconda parte della Costituzione.
Confesso, nonostante i tre decenni persi dietro il nulla, di provare comunque una sincera nostalgia per il costituzionalista-tronista che allietava le nostre serate televisive a cavallo tra il primo e il secondo millennio, non in assoluto ovviamente, ma rispetto alle maschere geopolitiche con cui siamo costretti a convivere in questi ultimi tempi. Meglio Habermas di Orsini, direbbe Giuliano Amato.
Allo stesso tempo segnalo però con piacere che per l’opposizione Pd-Avs le riforme istituzionali non sono centrali nella loro agenda politica, evviva. I Cinquestelle non vogliono più abolire la democrazia rappresentativa, del resto hanno già smembrato il Parlamento con un’altra riforma costituzionale seguita da referendum, e per il momento appaiono sazi. I centristi ci credono di più, come dimostra uno dei venti (ottimi) punti dell’agenda liberale indipendente presentata da Carlo Calenda, quello che chiede, oplà, una Bicamerale per le riforme, così come ci crede anche Matteo Renzi con il suo slogan “sindaco d’Italia”, nonostante Renzi sia l’ultimo presidente del Consiglio rimasto vittima di una riforma costituzionale approvata dal Parlamento e poi respinta dagli elettori al referendum, e quindi dovrebbe essere il primo a starne alla larga.
Dunque, le riforme non sono più l’argomento unico del dibattito politico, e questo è già un grande passo avanti dell’umanità, quasi quanto l’invenzione della ruota. Purtroppo, però, la tentazione è sempre in agguato.
L’attuale legislatura è cominciata sotto i peggiori auspici, perché Giorgia Meloni voleva spendere il capitale politico ottenuto alle elezioni per approvare, con l’aiutino dei riformisti di sinistra e di centro, il cosiddetto premierato forte (anche se tecnicamente la forma di governo da lei proposta non è un premierato, come sa chiunque abbia trascorso gli ultimi trentaquattro anni ad ascoltare dibattiti sul tema). Il paese – chissà come mai – aveva però altre priorità e non sembrava mostrare un adeguato entusiasmo. Capita la mala parata, il governo si è convinto a mettere la sordina alle riforme istituzionali, senza allontanarsene molto, in verità, visto che si è impegnato sull’altro evergreen riformatorio di questi trenta e rotti anni: la riforma della giustizia.
Senonché, da qualche giorno, in Parlamento sono ripresi i lavori sul disegno di legge sul premierato e sulla legge elettorale, registrando ancora una volta l’eterno ritorno dell’identico. Vedremo come andrà a finire l’ennesimo tentativo, se in un altro nulla di fatto, o in Ungheria.
Senza entrare nel merito della riforma Meloni, sono affascinato dall’elemento psicologico ed emotivo, prima ancora che politico, per cui, nonostante i trentaquattro anni di tentativi, chiunque vinca le elezioni e poi prenda il potere si mette subito a progettare, assieme alle migliori menti della sua sezione di partito, un sistema istituzionale diverso da quello con il quale è stato eletto.
Nei paesi che transitano dalla democrazia verso l’autocrazia l’intenzione è palese: modificare le regole per restare saldi in sella, e impedire l’ascesa dell’opposizione, come succede appunto in Russia, Ungheria e Turchia, ma nei paesi che non corrono questo rischio, come dovrebbe essere l’Italia, perché insistere ancora sullo stesso tema, sulle stesse soluzioni, sulle stesse riforme che l’esperienza dovrebbe aver insegnato non essere efficaci, tanto che non appena le facciamo poi chiediamo subito di modificarle, per non parlare, inoltre, del disinteresse mostrato più volte dagli elettori?
Eppure si torna sempre al solito punto: l’attrazione per la Grande Riforma è una melodia misteriosa e irresistibile, nonostante si sappia perfettamente che l’esito più probabile è quello di schiantarsi contro il muro.
Senza scomodare Martin Luther King, che sognava un mondo più equo e giusto, mi limito a desiderare per il nostro paese l’ascesa di un leader e di un partito politico che non citino nemmeno per sbaglio l’urgenza di riformare le istituzioni, se non per azzerare tutto quanto e ritornare al sistema ideato nel 1948 per far uscire l’Italia dal Fascismo e dalla guerra, a quel sistema repubblicano privo dei bizantinismi che hanno accompagnato il dibattito pubblico degli ultimi trentaquattro anni.
Sogno un leader e un partito dotati di tappi di cera alle orecchie per respingere il canto ammaliatore delle sirene riformatrici, e non cedere alla tentazione del “Fine riforme mai”.