Eppur si muoveLe opposizioni ci riprovano con il salario minimo

Al Senato, Cinque Stelle, Pd, Avs e Azione hanno firmato due emendamenti per cancellare la delega in bianco al governo contro il lavoro povero, riproponendo la legge che la maggioranza aveva affossato

(photo by Cecilia Fabiano/LaPresse)

Divisi nel referendum anti Jobs Act proposto dalla Cgil, i partiti di opposizione tornano a riunirsi nel nome del salario minimo. Dopo il flop sull’affluenza alle urne e la mancata «spallata al governo», in commissione Lavoro al Senato, esponenti di Movimento Cinque Stelle, Partito democratico, Alleanza verdi e sinistra e Azione hanno firmato insieme due emendamenti per cancellare la delega all’esecutivo per legiferare contro il lavoro povero, riproponendo la legge sul salario minimo a 9 euro l’ora che la maggioranza guidata da Giorgia Meloni aveva affossato.

A fine 2023, con un emendamento firmato dal deputato di Fratelli d’Italia Walter Rizzetto, la maggioranza aveva depennato la legge delle opposizioni, dando delega al governo di intervenire entro sei mesi per assicurare ai lavoratori una «equa retribuzione», puntando sulla maggiore diffusione della contrattazione collettiva e non sul salario minimo. La lotta contro il lavoro povero, tema cavalcato a sinistra ma molto sentito anche nell’elettorato di destra, era stato così sottratto alle opposizioni.

Il governo, in realtà, aveva detto di no al salario minimo, ma non aveva ancora pronta un’alternativa. E in effetti, da allora, non si è mosso nulla. Pd, Cinque Stelle e Avs hanno raccolto nel frattempo le firme per una legge iniziativa popolare sul minimo orario a 9 euro, ma anche di questa non si è fatto niente.

Ora, dopo oltre un anno e mezzo di silenzio e un referendum sul lavoro fallito, le opposizioni ci riprovano. Anche nel tentativo di non dare l’impressione all’elettorato di aver usato il referendum contro il Jobs Act come strumento politico contro Meloni, o peggio come mezzo di risoluzione di faide tutte interne alla sinistra.

La norma unitaria sul salario minimo nel 2023 era stata appoggiata dai partiti di opposizione, tranne Italia viva. I due emendamenti presentati l’11 giugno al Senato ripropongono lo stesso schema, con le firme di Stefano Patuanelli, Francesco Boccia, Giuseppe De Cristofaro, Carlo Calenda, Orfeo Mazzella, Susanna Camusso, Tino Magni, Marco Lombardo, Sandra Zampa, Ylenia Zambito, Maria Domenica Castellone e Barbara Guidolin.

Il testo degli emendamenti chiede una «retribuzione complessiva sufficiente e proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro prestato», non inferiore a quella prevista dal contratto collettivo nazionale di lavoro in vigore per il settore. Il trattamento economico minimo orario stabilito dal Ccnl, comunque, non può essere inferiore a 9 euro lordi. La proposta prevede che al ministero del Lavoro venga istituita una Commissione per aggiornare ogni anno all’inflazione il trattamento economico minimo orario. E per contenere gli eventuali maggiori costi a carico dei datori di lavoro, è previsto anche un “Fondo per il salario minimo” con una dotazione di 100 milioni di euro.

«Checché ne dicano Giorgia Meloni e i suoi ventriloqui, in Italia c’è un’emergenza salari che non si risolve con la sterile propaganda», dice Stefano Patuanelli. «Fissare un salario minimo per legge è un tema su cui abbiamo dalla nostra parte la maggioranza degli italiani. Fra di loro ci sono anche molti cittadini che nel 2022 hanno votato Fratelli d’Italia, Lega o Forza Italia credendo alle loro promesse da campagna elettorale, tutte puntualmente tradite».

La Lega, nel frattempo, ha sbaragliato le carte nella maggioranza e ha presentato un suo disegno di legge sui salari, con una flat tax al 5 per cento per cinque anni per i neoassunti under 30, rivalutazione dei salari all’inflazione e incentivi per i rinnovi dei contratti nazionali. I leghisti hanno previsto pure un «trattamento economico accessorio» collegato al costo della vita nelle diverse aree del Paese. Un sistema che richiama quello delle vecchie gabbie salariali, che a Fratelli d’Italia non è piaciuto.

La proposta del partito della presidente del Consiglio Meloni prevede invece la defiscalizzazione dell’aumento dei contratti collettivi per tre anni. «C’è un tema di coperture da trovare», ha detto Rizzetto. «Non vorrei però che si arrivasse a una sorta di ingorgo, perché ricordiamoci che c’è la delega salari che è già stata votata dalla Camera nel dicembre 2023 e che sta per terminare il suo iter al Senato». Nell’«ingorgo», ora, è tornato pure il salario minimo, che un tempo però piaceva a Rizzetto, quando era deputato del Movimento Cinque Stelle.

 

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