Il mondo a disposizioneNon esistono rimedi magici contro il sovraffollamento turistico

Nel saggio “Il turismo che non paga” (Edizioni Ambiente), Cristina Nadotti analizza gli impatti sociali ed ecologici dell’industria dei viaggi e delle vacanze, che va radicalmente ripensata

Una manifestazione contro l’overtourism a Barcellona, il 15 giugno 2025 (AP Photo/LaPresse, ph. Pau Venteo)

Partiamo dal considerare il numero chiuso, così come si è cercato di applicarlo con l’installazione dei tornelli a Venezia (una misura controversa, ancora in discussione al momento in cui si scrive, sperimentata per un breve lasso di tempo e accantonata), o del limite di accesso, previo pagamento, ad alcune spiagge, come a Stintino, nel Nord Sardegna. In città d’arte come Venezia, come faccio a decidere chi ha diritto a entrare? Solo i residenti? E se un residente, magari per necessità, riceve la visita di un parente che vive altrove, quest’ultimo deve essere considerato alla stregua di un turista? 

Guardiamo al pagamento di 3,5 euro e alla prenotazione richiesti per stare sulla spiaggia de La Pelosa, a Stintino, dal 1° giugno al 31 ottobre: la capienza massima stabilita è di 1.500 persone, ma chiunque si sia avvicinato a uno dei tratti di mare più fotografati degli ultimi anni ha potuto verificare che stendere una stuoia (obbligatoria per non portare via la sabbia) è impossibile. Numero chiuso e tassa, insomma, non servono certo a tutelare il prezioso arenile, o a garantire vivibilità ai bagnanti, appaiono più come un’operazione di facciata e un buon modo per fare cassa.

Eppure, proprio limitare gli accessi è la misura di contrasto al sovraffollamento che viene invocata e applicata più spesso. L’altro rimedio magico di ogni politico nazionale o locale è “destagionalizzare”, un totem in ogni strategia di programmazione turistica, tanto invocato quanto privo di risultati, soprattutto in Italia. 

Come si fa a destagionalizzare in un Paese dove le scuole chiudono per il periodo più lungo in estate? Come si fa a evitare che le persone vogliano fare un bagno alla Pelosa soprattutto da giugno ad agosto, quando l’acqua è più calda e le giornate più lunghe? Come convincere gli escursionisti che le passeggiate in montagna si possono fare anche a settembre, quando le giornate sono più corte? 

Senza considerare che spesso i turisti vogliono andare in alcuni posti proprio perché ci sono altre persone e “c’è vita”. Quanto al potere dell’introduzione del numero chiuso, beh, Venezia e Stintino sono lì a dimostrarci quanto hanno funzionato. Anche chi studia queste misure e ha contribuito a elaborare meccanismi per attuarle è dubbioso sulla loro efficacia.

Sulla regolamentazione dei flussi turistici Jan Van der Borg, professore di Economia applicata a Ca’ Foscari, fa ricerca e pubblicazioni da oltre 30 anni e del numero chiuso dice: “È uno strumento da usare solo in situazioni di assoluta emergenza, dove il prodotto turistico primario rischia di sparire, o dove c’è una palese conflittualità tra offerta limitata e domanda potenziale. Nel 1995 ho lavorato sul caso dell’Alhambra, a Granada in Spagna, dove siamo partiti dal valutare la capacità di carico turistica del monumento. Per quanto capire quali sono i limiti potenziali di un sito sia un’indicazione molto importante, trovo sia soltanto un punto di partenza per elaborare una politica di gestione dei flussi e per il posizionamento turistico del luogo. Non lo intendo come un limite tassativo, che fa sì che una persona possa entrare e una no, anche perché è davvero difficile stabilire dei criteri di accesso, soprattutto per un sito patrimonio dell’umanità, che in quanto tale, appunto, non dovrebbe appartenere a nessuno in particolare”.

E qui si affronta un punto cruciale del sovraffollamento turistico: le persone vogliono andare a visitare alcuni luoghi perché sono commercializzati come “belli” e “da non perdere”. Prendiamo il riconoscimento di patrimonio mondiale dell’umanità conferito dall’Unesco: il marchio è insieme fortuna e condanna delle località che lo ottengono, perché da un lato ne certifica il successo e dall’altro le destina all’affollamento. E ancora, invocare come rimedio, insieme alla destagionalizzazione, la delocalizzazione è vendere fumo.

Nessun turista accetterà di sostituire una visita al Colosseo a Roma con quella all’anfiteatro di Santa Maria Capua a Vetere, che al più celebre anfiteatro Flavio ha fatto da modello. E non ha senso dirgli che sulle Dolomiti ci sono un’infinità di scorci e passeggiate altrettanto belli quanto le Tre Cime di Lavaredo. Per spiegare i fenomeni psicologici e sociali per cui collezioniamo città, monumenti e musei come figurine ci vorrebbe un libro a parte e la letteratura in proposito è assai ampia. 

Quel che importa sottolineare in questo caso è che il turismo è intrinsecamente collegato all’idea di libertà, alla soddisfazione di scegliere cosa vedere, come vederlo e perché: sfido chiunque ad aver provato una sensazione di libertà maggiore di quella sperimentata nel primo viaggio scelto e organizzato personalmente. Alla base del viaggio (o del turismo, non faccio distinzioni) c’è, come dice magistralmente Marco d’Eramo, “l’inebriante sensazione – che per la prima volta la rivoluzione delle comunicazioni ha dato agli esseri umani – di avere ‘il mondo a disposizione’”.

Da “Il turismo che non paga” (Edizioni Ambiente), di Cristina Nadotti con prefazione di Ferdinando Cotugno, aprile 2025, 240 pagine, 19 €

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