Si è perso da tempo il conto delle follie trumpiane, e della deriva autoritaria dell’America guidata dai picchiatelli Maga. Per stanchezza, non seguo più la questione ormai comica del “metto i dazi, tolgo i dazi”, se non per la geniale definizione del Financial Times: “Taco” (Trump always chickens out, Trump si ritira sempre come un coniglio), confermata ieri dall’esito della telefonata con il presidente cinese Xi Jinping.
Segue elenco parziale delle stravaganze trumpiane che mi sono passate davanti negli ultimi giorni, prima della guerra civile con Elon Musk (di cui scrivo più sotto): Thomas Fugate, un ex giardiniere di ventidue anni, senza nessuna esperienza se non quella di commesso in un negozio di alimentari fino al 2023, è stato nominato capo della prevenzione del terrorismo al Dipartimento sulla sicurezza nazionale. Benissimo.
Ai consolati americani in giro per il mondo è stata data indicazione di sospettare particolarmente di quegli stranieri richiedenti il visto per studiare negli Stati Uniti che non postano niente online o che hanno account privati, perché l’assenza social potrebbe essere una manovra raffinatissima per nascondere opinioni politiche non gradite al gran capo della Casa Bianca. Non credo valga però per i bianchi afrikaaners.
Ai cittadini di dodici Paesi africani scelti a caso, alcuni dei quali in buoni rapporti con Washington, non sarà permesso di viaggiare in America. Senza nessun motivo.
L’ennesimo ordine esecutivo di Trump, che pretende di governare il paese e il mondo con bolle papali, ha avviato un’indagine, anche questa a caso, contro Joe Biden, con l’evidente intento di distrarre l’attenzione dal più grande indebitamento pubblico della storia americana contenuto nel suo “Big, Beautiful Bill”, che fa venire il voltastomaco a molti repubblicani e ha scatenato le ire di Elon Musk. Dei quattro milioni di americani che nei prossimi anni perderanno la copertura sanitaria interessa poco sia ai repubblicani sia a Musk, ma sono le prime e più dirette vittime della grande e bellissima legge trumpiana.
Ieri Trump ha detto che non ha più un buon rapporto con Musk, e che è «molto deluso da Elon», ma che i due non potessero coesistere a lungo qui lo abbiamo scritto prima ancora che Trump entrasse in carica. La risposta di Musk è arrivata ovviamente via X: «Senza di me Trump avrebbe perso le elezioni, e i democratici controllerebbero la Camera. Che ingrato!».
Il resto è puro avanspettacolo, con Trump che dice che Elon ha perso la testa quando lui ha tolto gli incentivi alle macchine elettriche che nessuno voleva comprare (però Trump l’ha comprata), e con Musk che decide essere arrivato il momento di sganciare la bomba: «Trump è nei file di Epstein, è questa la regione per cui non sono stati resi pubblici. Buona giornata Donald». Kanye West che prova a far da paciere, Steve Bannon invita Trump a espellere Musk in quanto «straniero clandestino», Trump che minaccia di togliere i contributi federali alle aziende di Elon, ed Elon che prevede la recessione a causa dei dazi, e finisce per chiedere l’impeachment di Trump. Posso solo immaginare il panico a Palazzo Chigi.
Sempre ieri, giornatina, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ricordato a Trump che oggi, sei giugno, è l’anniversario del D-Day, il giorno in cui gli americani liberarono l’Europa. Davanti al caminetto dello Studio Ovale, Trump gli ha risposto in modo incredibile: «Non è stato un giorno piacevole per voi. Non è stata una grande giornata», come se avesse davanti un nazista dell’Afd, uno di quelli che lui, Elon e Vance si auguravano vincessero le elezioni tedesche.
La capa dell’intelligence americana, Tulsi Gabbard, avrebbe intanto trovato un modo innovativo per convincere Trump ad assorbire il Presidential Daily Briefing, il rapporto quotidiano d’intelligence che il presidente riceve tutti i giorni dalla comunità dei servizi segreti.
Trump gli dà un’occhiata ogni tanto, di gran lunga meno di qualsiasi altro predecessore. Non è interessato a conoscere le minacce quotidiane alla sicurezza del mondo, si annoia a leggere, e non è bastato nemmeno ridurre tutto a una sola paginetta quotidiana fatta per punti. Trump guarda solo la tv, in particolare FoxNews, così pare che Gabbard abbia pensato di produrre uno show televisivo quotidiano, dedicato a un solo spettatore, coinvolgendo produttori, studi tv e anchorman di FoxNews (uno di loro, il grottesco Pete Hegseth, in effetti Trump lo ha già nominato capo del Pentagono). Chissà se si scambieranno le analisi riservate su Zoom.
Non è stata meno stravagante la telefonata a Putin, con l’annuncio trumpiano che, dopo l’attacco dei servizi ucraini con i droni di qualche giorno fa, l’amico Vlad potrebbe colpire per rappresaglia l’Ucraina. Come se fin qui invece Mosca non avesse mai colpito l’Ucraina.
La cosa più bizzarra della telefonata a Putin non è nemmeno quella che Donald-nel-paese-delle-meraviglie forse è riuscito a intuire («è stata una buona conversazione, ma non al punto da portare immediatamente alla pace»), ma è la richiesta di Putin, apparentemente condivisa da Trump, di partecipare ai colloqui con l’Iran per aiutare a farli concludere positivamente.
Abbiamo già visto mille volte quanto sia genuina la volontà di pace di Putin, ma evidentemente il boss del Cremlino prova gusto a prendere per i fondelli Trump, al punto da porsi come paciere non solo sull’Ucraina, ma anche sull’Iran.
Eppure la Russia colpisce l’Ucraina quotidianamente con droni e missili balistici iraniani, anche se non è detto che Trump lo sappia. «Iran e Russia sono partner» ha provato a dire a voce alta la mezza trumpiana mezza antitrumpiana Nikki Haley, «È assurdo pensare che permetteremmo a Putin di essere il principale negoziatore tra gli Stati Uniti e l’Iran sull’accordo nucleare iraniano, in cambio dell’aiuto degli Stati Uniti alla Russia per quanto riguarda l’Ucraina».
Ora a Putin manca solo di proporsi come negoziatore di pace tra Trump e Musk.