Assist a PutinLa guerra in Medio Oriente non deve mettere in secondo piano il dramma degli ucraini

Lo scambio di colpi tra Israele e Iran è terribile, porta morti e feriti e colpisce i civili. Ma non deve far dimenticare che in Europa c’è un popolo che combatte per la sua sopravvivenza tutti i giorni, difendendo anche la nostra libertà, da più di tre anni

AP/Lapresse

Il G7 di Kananaskis, tra le Montagne Rocciose del Canada, è stato deludente. Dal vertice internazionale non è emerso granché. I leader avevano l’occasione di compattare il fronte occidentale su diversi dossier, nonostante i capricci di Donald Trump. È mancata però la forza di spirito sulle questioni più importanti, a partire da quella su cui dovrebbe essere più facile trovare terreno comune: la lotta degli ucraini contro l’invasione militare della Russia.

Il difetto del G7 è solo il riflesso di uno schema più grande, che abbiamo già visto. È un motivo ricorrente: si parla di Ucraina solo fin quando un altro argomento non attira l’attenzione, allora la resistenza di Kyjiv passa in secondo piano, diventa rumore di fondo, fino a sbiadire. Eppure da più di tre anni alle porte dell’Europa c’è un autocrate sanguinario che martorizza una nazione intera e minaccia da vicino l’intero continente.

In questo caso è il Medio Oriente a rubare la scena. La regione è – giustamente – al centro del dibattito pubblico perché da una settimana Israele e Iran si scambiano attacchi senza sosta, provocando morti e feriti anche tra i civili. L’effetto collaterale è quello di portare l’Ucraina in coda alle pagine dei giornali, quando va bene. Più spesso, sparisce del tutto dalle cronache. Così dimentichiamo che in Europa c’è un popolo che combatte per la sua sopravvivenza tutti i giorni, difendendo anche la nostra libertà.

A inizio settimana, sempre mentre il governo israeliano di Benjamin Netanyahu comandava raid aerei contro l’Iran e il regime degli ayatollah rispondeva bombardando le città israeliane, l’esercito russo ha attaccato l’Ucraina con 138 droni Shahed e altri droni di vario tipo lanciati dalle città russe di Bryansk, Kursk, Oryol e Shatalovo. La contraerea li ha abbattuti tutti, ma ci sono state conseguenze dovute ai detriti e alle esplosioni. Era la notte tra il 15 e il 16 giugno. Martedì 17 è andata peggio, un massiccio attacco combinato di droni e missili, durato diverse ore, ha provocato ventotto morti e 134 feriti a Kyjiv. E ormai da quasi tre anni e mezzo è la cronaca quotidiana dell’Ucraina. Che può sembrare ripetitiva o stancante, ma è comunque un’inammissibile guerra d’aggressione condotta da uno Stato imperialista.

Era importante che il G7 trovasse almeno unità d’intenti sull’Ucraina. Invece niente. Donald Trump ha abbandonato il vertice in anticipo facendo saltare anche il bilaterale con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Poi si è perfino lamentato dell’assenza della Russia, ha detto che era meglio quando si stava al G8, e ha respinto ogni ipotesi di dichiarazione congiunta a sostegno di Kyjiv. E nel frattempo è riuscito a farsi venire la brillante idea di poter mettere Vladimir Putin a fare da mediatore tra Israele e Iran, legittimandolo come diplomatico di pace.

E va bene, di Trump non ci si può fidare – anche se gli ucraini hanno bisogno degli aiuti americani. Ma dal vertice canadese è emerso davvero poco. L’Ucraina ha ottenuto un pacchetto di aiuti militari da 1,7 miliardi di dollari dal Canada, e praticamente nient’altro. Zelensky ha perfino annullato la conferenza stampa prevista per martedì sera. Il primo ministro canadese Mark Carney invece ci è andato, in conferenza stampa, e ha detto che diverse nazioni del G7 avrebbero preferito un tono più deciso nei confronti dell’Ucraina, ma poi si sono tutti concentrati su una dichiarazione congiunta sulla crisi in Medio Oriente: «Data la situazione eccezionale e in rapida evoluzione in Iran, ci siamo concentrati su questo».

Il vertice doveva essere, per Zelensky e per l’Ucraina, un’opportunità per rivitalizzare il sostegno occidentale, per dare nuovi input all’adozione di sanzioni contro la Russia e imporre pressioni economiche punitive sulla macchina da guerra di Putin. Potenzialmente, ma forse siamo già nel campo della fantasia, ricostruire le relazioni con Trump in un incontro faccia a faccia.

Invece gli ucraini sono ancora una volta passati in secondo piano. Lasciati soli dai Paesi che dicono di rappresentare e difendere gli stessi valori che loro oggi rappresentano e difendono. Loro, gli ucraini, forse nemmeno ci faranno caso. E continueranno a lottare. Ce lo ricordano Michele Chiaruzzi e Sofia Ventura nel libro “Perché l’Ucraina combatte” (Linkiesta Books). La volontà di potenza di Putin doveva portarlo a un’avanzata di conquista pressoché incontrastata, almeno nei suoi sogni, e poi sarebbe proseguita in altre zone dell’Europa orientale – oggi ancora sotto minaccia quotidiana. Invece l’armata putiniana si è schiantata contro la volontà di resistenza degli ucraini. «L’Ucraina combatte una guerra di difesa e resistenza per respingere la Russia, ma la guerra dell’Ucraina è anche qualcos’altro e molto di più: è una guerra d’indipendenza attraverso l’integrazione con l’Unione europea. In altri termini, è una guerra per una sopravvivenza nazionale che si intende realizzare attraverso l’integrazione sovranazionale. Non è solo una guerra in Europa: è una guerra d’Europa», scrivono Chiaruzzi e Ventura.

Kyjiv difende la sua indipendenza per difendere l’Europa e l’Occidente tutto. Peccato che i suoi alleati, di tanto in tanto, se ne dimentichino.

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