
La Russia è pronta a mandare una schiera di little green men al confine dei Paesi Baltici, frontiera d’Europa e della Nato. Letteralmente, tanti omini verdi provenienti da Mosca o dalle steppe più remote della Federazione: in gergo, si indica così un gruppo di soldati con uniformi militari verdi anonime, prive di mostrine e altri simboli. Il Cremlino sarebbe quindi a un passo dall’allargamento del conflitto che da più di tre anni imperversa lungo il fronte del Donbas. La notizia arriva dal capo del servizio di intelligence tedesco, Bruno Kahl, secondo cui Mosca potrebbe inviare qualche decina di uomini ai confini dell’Estonia per mettere alla prova la tenuta dell’alleanza Nato.
Una follia, a giudicare dall’esistenza dell’articolo 5, quel punto del Patto Atlantico che regola l’impegno a intervenire anche militarmente nel caso di un attacco armato diretto contro uno Stato alleato. Eppure, come dice Kahl, i servizi segreti tedeschi sarebbero in possesso di precise indicazioni secondo cui i funzionari russi ritengono che gli obblighi di difesa collettiva sanciti dal trattato Nato non abbiano più alcuna validità pratica. Carta straccia, per dirla in breve: ma è davvero così? «Siamo abbastanza certi, e abbiamo dati di intelligence a dimostrarlo, che l’Ucraina è solo una tappa nel cammino verso Ovest», ha detto ancora Kahl. Un aspetto della vicenda è particolarmente interessante. E agghiacciante. Nessuno, infatti, né a Berlino né a Mosca, ha mai parlato della possibilità che la Russia avanzi con i suoi blindati fino ai confini Nato. La miccia con cui provare a far deflagrare la crisi, almeno secondo il Cremlino, non sarebbe altro che esperimento, uno stratagemma nel perfetto stile di chi, da anni, porta avanti azioni di guerra ibrida e in un contesto di strategia della tensione divenuto intollerabile.
Una prova di forza contro i meccanismi che regolano la tenuta dell’Occidente e, soprattutto, rivolta verso la fedeltà che gli Stati Uniti e il loro presidente Donald Trump sapranno dimostrare agli alleati europei. «Basta mandare degli omini verdi in Estonia a proteggere le minoranze russe presumibilmente oppresse»: l’ultima dichiarazione di Bruno Kahl contiene gli elementi essenziali che contraddistinguono questa storia apparentemente assurda e, al tempo stesso, così maledettamente reale.
Chi sono gli omini verdi? La definizione è nota fin dai tempi dell’invasione della Crimea da parte della Russia, nel 2014, e indica, come detto, gruppi di uomini con addosso uniformi verde militare o anche semplici abiti civili. Nello specifico, questi individui di solito rappresentano la frangia separatista della popolazione locale e, grazie al supporto di un reticolo ben articolato di fantomatici difensori della cultura russa, alimentano venti di sommossa per tentare di scardinare il potere autoctono. Una trama già vista dal Mar Nero al Donbas, che adesso minaccia un sequel decisamente sgradito soprattutto nelle repubbliche Baltiche.
Il timore di diventare la nuova Ucraina è particolarmente elevato in Estonia. Qui, dove dallo scorso marzo i cittadini extra-Ue non possono più esercitare il diritto di voto nelle elezioni locali, su una popolazione di poco più di un milione di abitanti quasi uno su quattro è di etnia russa, per non parlare dei circa novantamila in possesso anche della cittadinanza. La paura più grande, da queste parti, è di ritrovarsi gomito a gomito con un nemico pronto a invaderti da un momento all’altro. Oppure pronto a piazzarti davanti casa proprio loro, gli omini verdi: cambia poco.
Facendo seguito alle parole con cui il Segretario generale della Nato, Mark Rutte, invitava gli Alleati a incrementare del quattrocento per cento la capacità aerea, martedì il commissario europeo alla Difesa e alla Sicurezza, Andrius Kubilius, ha detto che «la guerra non è più irrealistica e la difesa non può più essere un pensiero secondario». A Tallin, ma in generale in tutta l’area baltica, questo discorso è scolpito da tempo nelle menti di cittadini e governanti: all’inizio dello scorso anno Estonia, Lettonia e Lituania hanno siglato un’intesa volta a rafforzare gli strumenti di difesa comune contro le minacce provenienti da Russia e Belarus, in quella che è stata definita la “Linea di difesa baltica”. Seicento tra bunker e fortificazioni, oltre a forti investimenti in termini sia umani sia economici, stimati in almeno sessanta milioni di euro: dopo l’annuncio del raddoppiamento delle truppe russe schierate lungo il confine, datato febbraio 2024, l’Estonia ha incrementato progressivamente la percentuale di prodotto interno dedicata alla Difesa fino all’accordo record sul 5,4 per cento che Tallin, in media, destinerà alla spesa militare fino al 2029.
Un traguardo notevole, reso possibile da un piano quadriennale di investimenti aggiuntivi che sfiora i tre miliardi e che promette di coinvolgere ogni settore della Difesa: «La decisione del governo significa che stiamo procedendo più rapidamente di prima nel rafforzamento delle capacità di difesa dell’Estonia, e questo vale per l’esercito, l’aeronautica e la marina», ha detto il primo ministro Kristen Michal.
Gli sforzi estoni si connettono al solco tracciato a inizio anno dalla Lituania, che si impegna a innalzare fino al sei per cento del Pil la propria spesa militare. Intanto, nelle scorse ore, proprio da Vilnius l’ex ministro degli Esteri, Gabrielius Landsbergis, ha espresso tutta la sua preoccupazione per la vicenda dei little green men in arrivo da Mosca, invocando «un’azione rapida e decisa» nella consapevolezza – ribadita anche durante un’intervista rilasciata a Linkiesta – che «l’unica strategia praticabile nei confronti della Russia è quella della deterrenza e della difesa, non quella dell’appeasement basato su accordi obsoleti». E mentre il resto d’Europa – con in testa l’Italia – attende di ricevere indicazioni definitive in occasione del vertice Nato in programma il prossimo 24 e 25 giugno a l’Aia, lungo il confine tra Estonia e Russia c’è chi all’arrivo degli omini verdi si sta preparando davvero, senza perdere altro tempo.
Il fiume Narva divide l’omonima città (la terza dopo Tallin e Tartu) dal territorio russo di Ivangorod: qui, nell’angolo più orientale del Paese, le due sponde – europea e non – distano appena qualche decina di metri. Si osservano continuamente e si sfiorano, sul ponte un tempo traboccante di auto di turisti e oggi, dopo l’aggressione all’Ucraina, riempito solo da pochi pedoni e da tanti ostacoli anticarro noti come denti di drago. Per rimarcare la propria identità, nel 2024 il Museo di Narva ha esposto un enorme striscione con la scritta “Putin criminale di guerra”, assieme al volto insanguinato del presidente russo. Un gesto significativo, considerando che il novantasei per cento dei quasi cinquantaseimila abitanti è di lingua russa: dopo le minacce alla direttrice e le pressioni dei gruppi politici locali, preoccupati per il possibile aumento della tensione sociale in città, al posto del manifesto oggi campeggiano comunque una bandiera ucraina e una dell’Unione europea.
A fine aprile il Capo di Stato maggiore delle Forze Armate estoni, il generale Vahur Karus, aveva annunciato l’intenzione di installare una base militare permanente proprio a Narva, dove collocare circa duecento tra soldati Nato, coscritti e riservisti. Una scelta strategica in ottica difensiva, ma anche un segnale forte e chiaro rivolto alla Russia: «È la dimostrazione che Narva è parte integrante dell’Estonia», ha detto Karus all’emittente Err, sottolineando l’intenzione di rendere i militari parte integrante della quotidianità urbana in termini di sicurezza ma anche di deterrenza. Cari omini verdi, siete avvisati: a Narva non si passa. E così lungo tutto il confine tra i Paesi Baltici e la Russia, tra il loro presente di libertà e un passato da cui, per primi, sono riusciti a fuggire e dove fanno di tutto affinché non torni mai più.