4 giugno 1944: dopo nove mesi di occupazione, la V armata del generale Clark entra a Roma. Il giorno dopo, i carri armati americani sfilano per le strade cittadine in mezzo alla folla che festeggia la liberazione dal nazifascismo. Nei giorni successivi, i militari di stanza nella Capitale sono lontani da casa, sentono che la calda estate italiana sta arrivando e cominciano ad aver voglia di qualcosa che, pur non essendo un bene di prima necessità, è tuttavia fondamentale per tener alto l’umore delle truppe: il gelato.
Non se ne trova da nessuna parte. L’unica gelateria di Roma è il Palazzo del Freddo di Giovanni Fassi, all’Esquilino, che ha chiuso i battenti durante la guerra per le ovvie difficoltà nel reperire le materie prime. La Croce Rossa Americana è però decisa a soddisfare i desideri dei suoi soldati, così affitta da Fassi i suoi locali e rimette in funzione le macchine.
Dal mese di luglio del 1944, ogni mattina, via Principe Eugenio 65 brulica del via vai continuo delle camionette della “Red Cross” che caricano casse di gelati e partono alla volta dei quattro angoli della Capitale, per distribuirli agli uomini del generale Clark. Il gelato americano è, a quei tempi, di soli due gusti: cioccolato e vaniglia. Grazie a un procedimento inventato in Ohio, che aggiunge aria in fase di lavorazione, gli ice cream sono morbidi e spumosi. Ma la storia del gelato sta per cambiare per sempre.
A lavorare alla Fassi, come “direttore tecnico per l’igiene e il funzionamento dei macchinari”, è un geniale ingegnere jugoslavo di nome Alfred Wiesner. La storia di Algida comincia con lui, con due sole macchine per fare il gelato e due stanzette alla periferia di Roma Est…
Alfred Wiesner, ebreo e partigiano
Il gelato era sempre stato il pallino di Alfred Wiesner. Prima che l’avvento del nazismo interrompesse i suoi piani, questo giovane e intraprendente ebreo di Zagabria, nato nel 1908, aveva già progettato, costruito e avviato una sua industria a Zemun, vicino a Belgrado. Nel destino singolare di un uomo di talento e poco incline alla rassegnazione come lui, e nella successione dei drammatici, ma avventurosi eventi che lo vedranno protagonista, la piaga delle persecuzioni razziali non sembra essere che un inciampo. Forse, è persino un acceleratore.
Nel 1941, con la moglie Edith Artman, Alfred scappa a Buccari, in Croazia, allora sotto l’occupazione italiana, ma viene catturato e portato a Trieste. Da qui viene trasferito nel campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza, e poi a Bagni di Lucca, ma riesce a evadere e a raggiungere le Marche. Arrestato di nuovo e rinchiuso ad Ancona, Alfred approfitta delle bombe che cadono sulla città per scappare dal carcere e rifugiarsi in un piccolo abitato di campagna. È qui, a Morro d’Alba, che finisce la sua fuga e comincia la sua fortuna. L’ingegnere jugoslavo si unisce alla Resistenza marchigiana e un uomo buono, padre di undici figli, lo aiuta per tutta la durata della clandestinità. Il nome di Wiesner, da quel momento in poi, si lega indissolubilmente a quello di Celestino Faccenda e della sua famiglia. «I tedeschi sono andati due volte a cercarlo – racconta Franco, uno dei nipoti di Celestino – e due volte Wiesner si è salvato. Vennero, perquisirono tutte ‘ste casette, perché Morro era all’epoca un agglomerato di contadini, e non lo trovarono. Prima di andare a Roma e iniziare a lavorare con la Croce Rossa Americana, ringraziò mio nonno e disse che si sarebbe ricordato di lui».
Così fu. Nel 1946, gli americani lasciano la Capitale e “smobilitano” i dipendenti della Fassi, che per due anni hanno rifornito di gelato le truppe. Ad Alfred regalano due macchinari. È lì che l’idea prende forma: la guerra è finita. La gente deve rifarsi di tutte le privazioni subite. Il gelato sarà così richiesto che sarà impossibile soddisfare tutti, se non si industrializza il processo di lavorazione.
Giovanni Fassi, cui si rivolge per primo, declina la proposta, perché vuole continuare a condurre un’attività artigianale, ma Alfred trova subito degli alleati nel genero Alija Artman e in due colleghi conosciuti in quegli anni al Palazzo del Freddo: Giorgio Praeger, un altro ingegnere jugoslavo dalla storia simile alla sua, e Italo Barbiani, facoltoso industriale, proprietario di una distribuzione di uova al dettaglio ed esperto nella formulazione del gelato. Se Alfred è, insomma, il genio delle macchine e della progettazione, Barbiani è quello delle miscele. Non resta che trovare un nome per la nuova società. Ascoltato il progetto, un professore d’italiano suggerisce loro una parola latina che significa: “freddo, gelido”.
La nascita di Algida
L’“ÁLGIDA, Industria Alimenti Gelati” nasce il 29 marzo 1947. Il primo marchio è uno scudo che racchiude il nome “Álgida” e l’immagine di un cristallo di ghiaccio. Nella prima sede, a via del Pigneto 12, c’è posto solo per un piccolo ufficio spedizioni e per un’altra stanzetta, adibita alla produzione dei primi gelati.
In segno di riconoscenza verso Celestino Faccenda, l’uomo che a Morro d’Alba lo aveva salvato dai nazifascisti, Alfred assume quattro dei suoi undici figli. A uno di loro, Mario, si deve il primo gelato Algida in assoluto: una delizia da passeggio, un gelato al latte rivestito di cioccolato, da reggere con uno stecco di legno. È nato il Cremino.
Tratto da “Algida. Il cuore dell’estate dal 1947”, AA. VV., Treccani Libri, 176 pagine, 39 euro



