Ci sono alcune cose che non tornano nel dibattito sull’accordo commerciale raggiunto domenica tra Stati Uniti e Unione europea. Per esempio, il fatto che a sottolineare come Ursula von der Leyen in fondo abbia evitato il peggio, davanti a un interlocutore deciso a sfruttare al massimo la posizione di forza in cui si trovava, siano proprio coloro che più hanno insistito per arrivare alla trattativa in posizione di debolezza, come hanno fatto per mesi i governi italiano e tedesco, spingendo l’Unione a disarmare preventivamente e unilateralmente. Ma è ancora più significativo che a utilizzare l’argomento dello scampato pericolo, a fronte delle minacciose intenzioni di Donald Trump, da noi siano proprio i maggiori alleati e sostenitori della minaccia, cioè di Trump medesimo e della sua linea politica. A maggior ragione se venisse confermata l’intenzione di Giorgia Meloni di premere per ottenere la possibilità di aiutare le aziende colpite dai dazi, ovviamente con soldi pubblici: ed ecco che così anche l’argomento principe dei minimizzatori – alla fine i dazi li pagheranno i consumatori americani, di cosa ci preoccupiamo? – verrebbe meno, e i sovranisti italiani si confermerebbero insuperabili nel ruolo di quei camerieri incaricati di spiare le carte degli ospiti durante una partita di poker.
Resta poi tutto da vedere quale pericolo avremmo, sia pure provvisoriamente, scampato. Molti dicono: l’incertezza, perché produrrebbe danni economici molto peggiori dei dazi. Come se la parola di Trump contasse ancora qualcosa. Ma quante altre volte dobbiamo vederlo stracciare accordi da lui stesso voluti e sottoscritti, fare il contrario di quanto aveva promesso fino a un minuto prima e promettere il contrario di quanto aveva fatto e avrebbe continuato a fare dal minuto dopo, per capire una buona volta con chi abbiamo a che fare? Quale certezza pensiamo di avere guadagnato? Ho già scritto ieri, quindi non ci torno, perché considero l’accordo Usa-Ue una disfatta politica, prima che economica. Segnalo solo in proposito, perché del tutto convergente con la mia, l’opinione di Carmelo Palma: «Come Hitler a Monaco nel 1938 non ottenne solo i Sudeti, ma la certezza di potersi prendere l’intera Cecoslovacchia senza rischiare ritorsioni, Trump nel suo Golf Club in Scozia – i padroni convocano a domicilio – non ha solo ottenuto i quattrini che voleva, ma la sicurezza di potere continuare ad alzare il prezzo del ricatto con un ex alleato incline a valutare sempre nuovi e più impegnativi margini di sostenibilità, a fronte di sempre nuove e più impegnative richieste di sacrificio». Le prossime settimane diranno se queste valutazioni erano troppo pessimistiche, e nel caso se l’errore commesso dall’Unione europea, e da alcune forze politiche in particolare, sia stato effettivamente un errore, o più semplicemente una scelta di campo.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.