È ovviamente facile per tutti accusare Ursula von der Leyen dell’esito della trattativa sui dazi con Donald Trump. L’accusa ha una sua rispettabile coerenza se a muovere le critiche sono leader e esponenti di partiti che le rimproverano di non avere costretto (e forse neppure invitato) i Paesi membri dell’Unione europea a ragionare secondo un interesse europeo di lungo periodo e di non avere loro imposto – prendere o lasciare – un approccio più muscolare nel solo campo in cui l’Unione avrebbe potuto permetterselo nei confronti degli Stati Uniti, quello appunto del commercio internazionale. L’Unione europea è complessivamente il primo cliente dei beni e servizi statunitensi e pesa tre volte la Cina.
La stessa accusa è invece grottesca se a rivolgergliela sono i capataz del sovranismo anti-europeista che, dopo avere fatto tutto il possibile per neutralizzare un approccio unitario e quindi per indebolire il potere negoziale della Presidente della Commissione, adesso irrideranno il risultato raggiunto, per ribadire l’inutilità della gabbia europea e riproporre la soluzione miracolosa dell’ognun per sé e Dio per tutti nei rapporti con la Casa Bianca.
Con tutto il rispetto per gli economisti che discutono e discuteranno sulla sostenibilità o meno per economia europea di quella tripla tassa rappresentata dai dazi, dalla svalutazione del dollaro e dagli acquisti e investimenti estorti come prova d’amore verso l’America, è proprio l’interpretazione economico-commerciale di questo scontro ad essere anni luce lontana dalla verità di quella guerra civile che Trump e il partito Maga hanno dichiarato nel cuore dell’Occidente e di quel big bang dei rapporti tra Usa ed Europa, che coltivano come fine strategico.
La guerra dei dazi è solo uno, e neppure il principale e più offensivo dei mezzi a disposizione di Trump, di gran lunga sopravanzato dalla minaccia di abbandonare l’Ucraina e poi l’intera l’Europa alla mercé dell’amico di Mosca.
L’accordo (al netto delle incertezze che rimangono ancora sui suoi reali contenuti) potrà rivelarsi più o meno negativo per l’Unione europea e per l’America, ma di certo non ripristinerà alcuna stabilità né normalità nei rapporti tra Stati Uniti e Unione europea.
Come Hitler a Monaco nel 1938 non ottenne solo i Sudeti, ma la certezza di potersi prendere l’intera Cecoslovacchia senza rischiare ritorsioni, Trump nel suo Golf Club in Scozia – i padroni convocano a domicilio – non ha solo ottenuto i quattrini che voleva, ma la sicurezza di potere continuare ad alzare il prezzo del ricatto con un ex alleato incline a valutare sempre nuovi e più impegnativi margini di sostenibilità, a fronte di sempre nuove e più impegnative richieste di sacrificio.
Le concessioni non sono mai un freno, ma un incentivo al brigantaggio, anche perché l’obiettivo di Trump non è quello di riequilibrare la bilancia commerciale dei beni con l’Europa e con gli altri alleati storici dell’America, ma di distruggere il framework di quell’alleanza tra le democrazie che ha rappresentato per decenni l’infrastruttura giuridica e politica dell’ordine economico globale. Trump non vuole riequilibrarlo a vantaggio degli Stati Uniti, vuole distruggerlo perché pensa che anche sul commercio internazionale qualunque regola multilaterale, anzi proprio il rule of law in quanto tale, sia un freno ingiustificato alla superiore potenza statunitense.
È del tutto irrilevante che l’idea di un’America triumphans sulle macerie del vecchio Occidente sia un’illusione che gli americani rischiano di pagare a carissimo prezzo e che l’accusa all’Unione di “avere fregato” gli Stati Uniti e di vivere alle loro spalle sia un falso storico degno dei Protocolli dei Savi di Sion. Ciò che adesso rileva è che questa è la base ideologica della rivoluzione Maga e la matrice non solo politica, ma morale di tutto ciò che Trump continuerà a fare e a disfare fin che rimarrà alla Casa Bianca.
Continuare a dar da mangiare al coccodrillo sperando che dopo averci mangiato tutto non ci mangi tutti è l’autocandidatura degli europei a diventare una digeribilissima pietanza imperiale.
Se – come sembra probabile – a ritenere preferibile il pizzo di oggi per evitare un pizzo più gravoso domani sono stati proprio i governi tedesco e italiano, nell’illusione di limitare i danni, una delle cattive notizie di questa vicenda è che forse l’europeismo di Friedrich Merz non è così diverso da quello di Giorgia Meloni.