Dio, pasta, olio d’olivaLa ribellione globale al primato della cucina italiana, e l’obesità degli americani

Un’editorialista del Washington Post mette in un articolo tutti i luoghi comuni sulla nostra alimentazione e si chiede perché negli Stati Uniti sono tutti più grassi. È vero, i carboidrati sono un problema, ma la pigrizia che ho trovato a Beverly Hills è impareggiabile

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Tamar Haspel è un’editorialista del Washington Post che scrive, secondo le biografie che pubblica sulla quarta di copertina dei suoi libri, dell’intersezione tra cibo e scienza. Vorrei però oggi parlare a Tamar dell’intersezione tra South e North Doheny Drive, a Los Angeles.

Al confine tra il sud e il nord di Doheny Drive, nel quartiere di Beverly Hills, c’è un albergo chiamato Four Seasons. Ogni volta che leggo qualche pensosa analisi dell’obesità degli americani, compresa quella che ha pubblicato Tamar l’altroieri, intitolata “Why aren’t Italians as obese as Americans? It’s not really what they eat”, io penso alla volta in cui dormivo al Four Seasons e dovevo lavarmi i capelli. Ma a questo imperdibile nanetto autobiografico arriviamo dopo, perché prima dobbiamo parlare della ribellione globale al primato della cucina italiana.

Ormai ogni giorno apro i social e, dev’essere un nuovo modo di farsi notare, c’è qualche turista che dice che insomma, è in Italia e il cibo è noiosissimo, vuole tornare a casa, in Italia è tutto pasta e pizza, non c’è varietà, siamo banali e insapori.

«Ucciderei per un curry», twitta un’inglese che è al suo settimo giorno di vacanza in Sicilia. Qualcuno le dice che è un limite della Sicilia, ma se vai nelle grandi città è pieno di cucina internazionale, e io penso a come si cambia, per non morire, come si cambia, per RyanAir.

Quando mi trasferii a Roma, trentacinque anni fa, c’era un unico giapponese, e il sushi era un’idea così esotica che io ci misi sette anni a entrarci per la prima volta. A Roma si mangiava la carbonara, giacché una cosa che l’inglese in Sicilia non sa è che la cucina italiana non esiste: esistono venti cucine regionali. Adesso che a Bologna ci sono gli indiani e i giapponesi e tutte cose, il massimo dell’esotismo è andare a mangiare romano.

Non si bisticcia per decidere se cenare al giapponese o al cinese: si bisticcia perché io non ho mai mangiato bene in Sardegna e non ho mai mangiato male in Puglia (questa frase serve a farmi diffidare dai sardi indignati, sì: ma è anche la verità).

«Tornatene da dove sei venuta a mangiare quella merda che chiamate cibo»: no, non è un sardo che ha lasciato un commento sotto al mio articolo, è una canadese che risponde all’inglese aggiungendo che «L’Italia è per gli italiani e gli italiani non mangiano merda». Chissà perché la canadese ha deciso di dover difendere il primato della pasta alla Norma, e chissà cosa direbbe a Salvini e ai suoi tortellini al ragù: se l’ortodossia locale viene violata da un indigeno, è una violazione patriottica?

Ora, l’inglese non è chiaramente sveglissima, considerato che sostiene che in Sicilia è riuscita a farsi servire del pesce solo in un ristorante stellato, ma non è l’unica: la cucina italiana è evidentemente “La corazzata Potëmkin” di questa estate social.

Esempio di conversazione – su Threads – tra un’americana e una filippina: «La verità che nessuno vuole sentire è che che il cibo italiano è sopravvalutato» «È letteralmente sempre la stessa roba in venti diverse forme» (ettepareva che non fosse «letteralmente»). Ovviamente sotto a questi post ci sono italiani offesissimi, perché la dieta mediterranea per taluni è l’ultima intoccabilità: hanno smesso di credere in dio, ma non nell’olio d’oliva.

Ho visto un’intervista a Pierluigi Roscioli – che quando eravamo giovani era un panettiere e ora, insieme al fratello Alessandro, è il proprietario di uno dei posti più gastrofighetti di Roma, di quelli che devi farti raccomandare per avere un tavolo, e se te lo trovano devi liberarglielo dopo un’ora – in cui raccontava che, all’inizio della vita di quel bistrot divenuto poi famoso per la carbonara, il cuoco che avevano preso si rifiutava d’essere così banale da cucinarla. Avevano un menu, rievoca, di tacos al salmone. Chissà i turisti social contrari alla cucina italiana come sarebbero stati contenti, peccato che RyanAir sia arrivato quando da Roscioli già si mangiava la carbonara.

Però ora dobbiamo occuparci dell’intersezione di quelle due strade a Beverly Hills, e di Tamar Haspel – mica vi sarete già dimenticati di lei. «Ho avuto la gran fortuna di passare tutto maggio in Italia. E, se qualcuno vi ha raccontato d’essere stato lì in vacanza, d’aver mangiato tantissimo e d’essere tornato a casa dimagrito, sono qui per dirvi che non funziona sempre così. […] In effetti c’è da interrogarsi: mangiano biscotti a colazione, il pranzo e la cena sono di molte portate, con la pasta o il risotto come primo e la carne come secondo. Qualche volta pure gli antipasti».

Ora, Tamar, io non so dove tu sia stata a maggio, ma quel che descrivi, ti giuro, non è normale (tranne i biscotti a colazione, quelli in effetti li mangiano in molti e io non me ne capacito: abbiamo smesso di dire il rosario la sera ma non abbiamo cominciato a fare la colazione salata la mattina, un passo avanti e due indietro).

Lo so che tu sei americana e siete convinti che gli italiani facciano anche tre ore di pennichella dopo pranzo. Avete quest’idea che l’Italia sia quella di don Fefè, il Mastroianni di “Divorzio all’italiana” (detto tra noi: magari). Io non conosco nessuno che mangi più portate e stia a tavola tre ore a pranzo. Neanche a Roma, un posto che fa sembrare Caracas produttiva come Zurigo e in cui la fissazione per la magrezza non è la stessa di Milano.

Magari la sera (e: non dopo una certa età, quando abbiamo tutti il reflusso). Magari quando andiamo a trovare le nonne, per le quali il linguaggio dell’amore è friggere. Ma di norma, ti giuro, Tamar, non mangiamo tre portate, sennò davvero ci servirebbe il pisolino di don Fefè, dopo pranzo (piuttosto, dimmi un po’: voialtri bevete whisky la mattina in ufficio come Don Draper?).

La ragione per cui gli italiani sono meno obesi degli americani, Tamar, temo non sia quella che ipotizzi tu: porzioni più piccole (se mangi tre portate invece di una, l’essere la porzione di ognuna più piccola di quelle americane ti tutela fino a un certo punto). E neanche – giuri te l’abbiano garantito gli scienziati – che per gli italiani non esista lo stuzzichino fuori pasto: chi credi abbia inventato l’aperitivo rinforzato? Parliamo la lingua più morta tra quelle vive, e l’unica parola che abbiamo inventato negli ultimi decenni è “apericena”: fatti delle domande.

La descrizione che fai degli italiani che fanno la spesa senza mangiucchiare, impensabile per gli americani, è abbastanza vera: i concerti in America sono un inferno perché il pubblico non fa altro che andare avanti e indietro a prendere altra birra altri popcorn altre stronzate: se non ingoiano per tre minuti pare che non riescano a divertirsi.

Ma la ragione è quella che hai letto in mille articoli prima del tuo. Tra il nord e il sud di Doheny c’è il Four Seasons. Se giri a sinistra, su Burton Way, e fai cento metri, c’è il salone di parrucchiere di Chris McMillan. Era famoso perché aveva inventato il taglio scalato di Jennifer Aniston, ma non divaghiamo.

La prossima volta che ti domandi perché gli americani siano grassi, la risposta è: ero al Four Seasons, dovevo andare a farmi la messinpiega da McMillan; il concierge mi ha detto che mi avrebbe portata l’autista. La mancanza di cucina indiana a Favignana è sicuramente un problema, ma avere il culo a forma di sedile di automobile ho l’impressione sia un problema maggiore.

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