L’incipit di questo articolo potrebbe essere: siamo in mano ai matti. Ma ai matti è meglio se ci arriviamo gradualmente, quindi cominciamo da: quando avete usato l’ultima volta la frase «fosse l’ultima cosa che faccio»? La mia non la ricordo, ma sono certa che fosse una balla, come ogni volta che l’ho usata in vita mia.
Intanto, perché non sono Tom Cruise, e non è che dico «girerò questa scena in cui passo dieci minuti appesa a un elicottero, fosse l’ultima cosa che faccio», e c’è davvero il rischio che mi sfracelli e sia l’ultima cosa che faccio: al massimo dico «oggi ritrovo tutte le carte che servono al commercialista, fosse l’ultima cosa che faccio».
Poi perché non ho abbastanza tempra da ritenere ultimativi i miei ultimatum, e quindi quel «fosse l’ultima cosa che faccio» diventa che gioco al sudoku del New York Times, guardo un film, mangio un gelato, scrivo un articolo, e ormai è ora di cena e le carte per il commercialista non le ho cercate come ultima cosa che faccio oggi e probabilmente neanche le cercherò come prima cosa che farò domani.
A questo punto Instagram mi diagnosticherebbe un disturbo dell’attenzione, ma io vi assicuro che è solo pigrizia. Pigrizia, cialtroneria, lusso di poter rimandare, vita comoda che non mi ha allenata a quella tigna che serve per dire «fosse l’ultima cosa che faccio» senza mettersi a ridere, risultando credibili a sé stesse e agli interlocutori.
Se «fosse l’ultima cosa che faccio» lo dice uno a capo d’un esercito, c’è già da prenderlo più sul serio. Se lo dice l’uomo più ricco del mondo, un brividino mi viene. E qui arriviamo al punto dell’articolo di oggi, che è: mi pare vi siate un po’ dimenticati di Elon Musk, come se il suo conscious uncoupling da Donald Trump l’avesse reso meno miliardario e quindi meno temibile.
Nelle ultime due settimane, Musk ha fatto i due tweet (o come si chiamano ora) più spaventosi che io abbia mai visto. La minacciosità del primo è stata oscurata dall’essere stato postato la notte in cui Donald Trump ha bombardato l’Iran: occuparsi delle minacce di nicchia, in presenza di quelle urgenti, è un’attività per noi viziate e pigre e sempre più interessate al dito che alla luna.
Il tweet di Elon della notte tra il 20 e il 21 giugno faceva così: «Useremo Grok 3.5 (forse dovremmo chiamarlo 4), che ha avanzate capacità di ragionare, per riscrivere l’intero corpus della conoscenza umana, aggiungendo informazioni mancanti e cancellando errori. E poi si ricalibrerà sulle nuove nozioni. C’è troppa immondizia in qualsiasi modello fondativo addestrato da informazioni non corrette».
Ora. Non è che io non mi accorga di quanto fa schifo l’intelligenza artificiale: una giornalista che conosco dice che si capisce quanto sono messi male i giornali dal loro continuare a fare articoli sul timore che l’intelligenza artificiale ci rubi il lavoro quando l’intelligenza artificiale non ti sa dare una risposta decente neanche a una ricerca elementare.
Io non la uso, ma ormai è impossibile schivarla: se cerchi qualcosa su Google, il primo risultato è la risposta dell’intelligenza artificiale (tempo fa ho chiesto su Instagram come evitare di vedere l’immancabile stronzata artificiale in cima alle ricerche; mi hanno risposto che non compare se alla tua ricerca aggiungi una parolaccia: scema e pure con programmatori che ci tengono al bon ton, che combinazione irresistibile).
L’altro giorno volevo mandare a un’amica la mia vignetta preferita di Altan, quella in cui la circense si è staccata dal trapezio, il trapezista deve prenderla al volo, e le ingiunge: dimmi che mi ami, mi stimi, e mi desideri. Non volevo alzarmi per andare a fotografare il libro in cui è raccolta (ve l’ho detto che sono pigra), ho messo su Google “Altan dimmi che mi ami”. Ricopio le righe di intelligenza artificiale in cima alla schermata: «“Altan Dimmi che mi ami” è un libro di Francesco Tullio Altan, autore noto per i personaggi di Pimpa e Cipputi. Il libro è un invito alla coppia a riflettere sulla propria storia, a ripercorrere i momenti importanti e a esprimere i propri sentimenti». Ti distrai un attimo, e fanno scrivere ad Altan libri motivazionali.
Lo stesso giorno ho cercato “Soncini Guccini Review”: mi serviva un’intervista che avevo fatto a Francesco Guccini per Review, il mensile del Foglio. Risultato artificiale: «Guia Soncini è una commediografa e sceneggiatrice che collabora di frequente con Francesco Guccini. Hanno lavorato insieme su vari progetti, incluse pièce e sceneggiature che s’ispirano alla sua musica» (non è manco una bruttissima idea, certo meglio che far riscrivere “Donne che amano troppo” ad Altan, ma sull’attendibilità direi che ha ragione Elon).
Solo che io non mi fido degli abitanti del presente. Non mi fido del loro analfabetismo con PhD, non mi fido della loro inesistente capacità di discernere le fonti, non mi fido della loro meno che minima comprensione di tutto, dal testo al tono. Io l’idea che un po’ di ingegneri californiani riscrivano l’umano sapere la considero il soggetto d’una puntata di “Black Mirror”.
Tra il primo e il secondo spaventevole tweet di Elon sono passati dieci giorni, durante i quali Trump non è che ci abbia fatto mancare le sue follie. Avrebbe, per dire, detto a Candace Owens, opinionista molto di destra, che deve smetterla di sostenere che Brigitte Macron sia un uomo, perché è per colpa di queste fantasie che Macron (inteso come Emmanuel) boicotta la pace tra Russia e Ucraina, e facciamo così, Candace, se la smetti vengo al tuo podcast. Non voglio soffermarmi sull’ipotesi di un mondo i destini bellici del quale siano legati ai podcast.
Poi è arrivato Elon, perché io ve l’ho sempre detto che quei due gareggiano per il ruolo di troll-in-chief, e quindi Musk rilancia acciocché si sappia che il più matto è lui. Tweet di lunedì notte: «Ogni parlamentare che ha fatto campagna elettorale parlando della necessità di ridurre il debito pubblico e poi ha subito votato per il più gran aumento della storia dovrebbe chinare la testa vergognandosi!». E fin qui, siamo a un tradizionale Gabibbo: vergognatevi, puntesclamativo. Ma poi arriva il resto.
«E l’anno prossimo perderanno le primarie, fosse l’ultima cosa che faccio sulla Terra». La specifica del pianeta mi fa tornare in mente un altro dei matti ai quali siamo in mano: Peter Thiel, primo miliardario dell’internet a sostenere Trump, cofondatore di PayPal. Intervistato da Ross Douthat per il New York Times ha raccontato che nel 2024, prima delle elezioni, ha avuto una conversazione con Elon così strutturata. Thiel: se Trump perde, voglio andarmene dal paese. Musk: non c’è un altro posto dove andare.
E a quel punto, come stesse parlando di boicottare un supermercato, uno degli uomini più ricchi del mondo dice a Douthat, che non gli ride in faccia e non so come faccia, che lui dopo è tornato a casa, ha ripensato a questa conversazione e ha detto a sé stesso con gran delusione che Elon non credeva più in Marte. «Il 2024 è stato l’anno in cui Elon ha smesso di credere in Marte: non come sciocco esperimento scientifico, ma come progetto politico: nel 2024 ha iniziato a credere che anche se fosse andato su Marte il governo socialista e gli woke l’avrebbero seguito fin lì». Siamo in mano ai matti.
Quindi, alle elezioni parlamentari di metà mandato del 2026 Musk intende buttare almeno tanti soldi quanti ne ha buttati per far eleggere Trump (Joe Rogan ha detto che, se Elon non avesse buttato tutti quei soldi in Twitter, Trump non avrebbe vinto) per far eleggere non so chi: un qualsivoglia avversario dei repubblicani che hanno votato per l’innalzamento del debito pubblico. Solo che gli avversari dei repubblicani di solito sono democratici: ben più propensi al debito pubblico.
E infatti, da Twitter (o come si chiama ora), Elon continua a lanciare sondaggi per la terza via (non credo sappia chi è Blair, potrebbe farselo spiegare da Renzi, che da Fedez ne parlava con una nostalgia che lo rende il politico di riferimento per vegliarde che comprano i biglietti degli Oasis per sentirsi di nuovo ventenni).
Il terzo polo dev’essere rappresentato, dice il calendiano Musk, e lui è disposto a comprare il fatto che lo sia: forse i soldi non possono comprare la felicità, ma possono comprare la fine del bipartitismo. Cosa potrà mai andar storto.