
In bilico tra sperimentazione sonora, improvvisazione vocale e ricerca acustica site-specific, Sara Persico è una delle voci più interessanti della scena elettroacustica contemporanea. Nata a Napoli ma artisticamente in movimento tra diverse latitudini, ha sviluppato una pratica in cui il suono diventa materia viva, capace di assorbire e restituire l’energia dei luoghi, delle architetture e dei corpi. A Nextones 2025, all’interno del paesaggio minerale della Val D’Ossola, Persico presenta “Sphaîra”, una performance audiovisiva realizzata in collaborazione con l’artista visiva Mika Oki.
Il lavoro prende origine da una sessione di registrazione sotto la cupola in cemento armato del teatro progettato da Oscar Niemeyer a Tripoli, in Libano: un’architettura incompiuta, ma capace di generare echi simbolici e acustici potenti. Da questo ascolto immersivo nasce un progetto che fonde registrazioni ambientali, vocalità trasfigurata ed elettronica visionaria, in un dialogo profondo tra spazio, suono e memoria. Abbiamo parlato con Sara del suo approccio alla composizione, del significato di portare un lavoro così denso in un contesto come Nextones, e del suo rapporto con la natura come spazio performativo e sensoriale.

In “Sphaîra”, il suono e l’architettura dialogano in modo profondissimo. Come hai approcciato la cupola di Niemeyer dal punto di vista acustico e performativo per questo progetto? C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che lo spazio stava “suonando con te”?
Il dome di Niemeyer è un luogo in cui è impossibile separare il suono dalla sua entità fisica. Entrarvi significa essere avvolti dalle sue proprietà acustiche, che colpiscono per la loro unicità e capacità di suscitare sorpresa e curiosità. L’intero teatro sperimentale può essere considerato una vera e propria “installazione sonora”: pannelli di metallo sospesi dal soffitto permettono di generare effetti naturali di delay e riverbero. Ho affrontato la registrazione in modo spontaneo, cercando i suoni che mi interessavano, gli effetti naturali, registrando l’impulse response dello spazio e lasciandomi guidare dall’ascolto. La caotica città di Tripoli risuona all’interno del duomo e ho immerso la mia voce in quelle risonanze, esplorando le possibilità. Il momento preciso in cui ho sentito che lo spazio stava risuonando con me si trova nella traccia “34°26’14”N 35°49’24”E”; è il momento in cui ero seduta a terra e ascoltavo e basta, poi ho iniziato a sussurrare una melodia.
Nextones si svolge in un contesto naturale molto forte, immerso nelle cave della Val D’Ossola. Come influisce questo tipo di ambiente — crudo, geologico, aperto — sul tuo modo di pensare la performance e il suono?
L’AV di Sphaîra si presta particolarmente a spazi aperti e contesti naturali. L’abbiamo presentata lo scorso giugno al festival La Nature, che si svolge in una foresta in Belgio, in cui c’è stata una sinergia incredibile con il pubblico. La performance, con la scenografia visuale creata da Mika Oki, è un’esperienza trasformativa: ogni luogo ne rivela una forma diversa, modellata dallo spazio e dal contesto in cui prende vita. Nel Duomo di Niemeyer, costruito interamente in pietra, la relazione tra materia, suono e spazio assume una qualità unica. È proprio questa fisicità a rendere l’interazione tra acustica e architettura così intensa e accattivante.

Nel tuo lavoro c’è una forte componente di registrazioni ambientali e manipolazione vocale che sfida i confini tra umano e non-umano. Quanto conta per te l’elemento naturale come “fonte” sonora e quanto invece come “contesto” simbolico?
Mi piace pensare che l’album sia nato all’interno di un ecosistema. Materia ed elementi naturali si intrecciano: i rumori della strada, gli animali circostanti, la chiamata alla preghiera, le voci… tutto si mescola con suoni che appartengono tanto al presente quanto al passato. Alcune persone, dopo aver ascoltato Sphaîra, hanno detto di aver percepito delle presenze, dei fantasmi. Capisco perfettamente a cosa si riferiscono. La storia del duomo con un’architettura ed un ruolo così visionario, in un periodo in cui il Libano veniva visto come luogo fiorente, la cui costruzione è stata interrotta dallo scoppio della guerra civile nel 1975, e che è stata utilizzata anche per imprigionare e giustiziare ostaggi, lascia una forte sensazione a chi vi entra in contatto. Quando entri, quella storia si sente ancora. È una forma di energia che rimane impressa nello spazio e che, in qualche modo, si manifesta anche nel suono.

La tua pratica spazia tra elettronica, improvvisazione e arte performativa. In un festival multidisciplinare come Nextones, pensi che il pubblico sia più ricettivo a queste contaminazioni? Hai avvertito una diversa intensità nel presentare un lavoro come “Sphaîra” in un contesto così ibrido?
Presentare la nostra performance in un contesto il cui pubblico è stato abituato e stimolato a sperimentare e ad affidarsi è un bel punto di partenza. Credo che la cava di Val d’Ossola sia un luogo potente per sviluppare un tipo di festival del genere che fonde diverse discipline e si nutre della combinazione di mondi diversi.
Nel disco si percepisce un lavoro molto stratificato sulla memoria sonora, sulla trasformazione e sull’eco. Se dovessi pensare al suono come una forma di ecologia, cosa ti piacerebbe che chi ascolta “Sphaîra” portasse via con sé, anche a livello sensoriale o ambientale?
Senza dubbio il rapporto emozionale con lo spazio che ci circonda, la capacità sensoriale che nasce da un tipo di ascolto profondo. Ciò che ci è stato portato via da questa società e che stiamo provando a riprenderci, in qualche modo.