Voglia di evasioneLa rivincita della musica elettronica e la critica all’uomo-macchina

La crescita economica dell’intera filiera musicale dell’elettronica (+16 per cento di incassi rispetto al pre-pandemia) rende giustizia a un genere figlio del suo tempo, fatto di incertezza, comunità digitali e voglia di libertà

La dj e produttrice discografica Peggy Gou (AP/LaPresse)

Parque Tejo, Lisbona. È l’alba, e per le ragazze e i ragazzi radunati alla Giornata mondiale della gioventù la sveglia è a ritmo di musica techno. In consolle Padre Guilherme Peixoto, che oltre a essere musicista e dj è anche sacerdote dell’arcidiocesi portoghese di Braga. Un accostamento quantomeno insolito, quello tra chiesa e musica elettronica, ma imprevedibilmente coerente. «Voglio portare un messaggio in una lingua diversa – ha detto il sacerdote in un’intervista per Agencia Ecclesia, se sono in una chiesa uso una lingua, ma se sono in una discoteca non userò la lingua della chiesa, dell’eucaristia, della celebrazione. È un altro tipo di celebrazione».

Secondo l’International music summit business report 2023, un’analisi realizzata da MIDia Research, la musica dance e, più in generale, la musica elettronica, è ormai entrata con decisione nello scenario musicale, anche grazie all’evoluzione post-pandemica dei festival. I ricavi degli eventi di questo genere sono aumentati, crescendo del trentaquattro per cento. Gli incassi totali dell’intera filiera musicale registrano un importo di 11,3 miliardi di dollari, segnando una crescita del sedici per cento rispetto al pre-pandemia. «Il fatto che oggi, ai festival, ci siano più dj che live band è anche una questione di costi – racconta a Linkiesta Etc il dj comasco Matteo Montini -. Ai primi servono solo una consolle e una chiavetta usb, rispetto a scenografie, backline e tech rider richiesti dalle band. È tutto più snello e veloce». 

L’elettronica  ha fatto breccia nel cuore di molti soprattutto per il suo carattere democratico, per cui è possibile divertirsi a un dj-set senza necessariamente avere una cultura musicale. Ne è una prova l’esplosione di eventi sui palchi di tutta Italia: dal Kappa future festival di Torino al Decibel open air a Firenze, passando per il VIVA! a Locorotondo, il Nameless Festival ad Annone di Brianza e il Woodoofest a Cassago Magnago. E ancora: Locus, Electropark a Genova, Terraforma, Lost. Senza dimenticare il ben più noto C2C Festival di Torino (ex Club To Club), che di recente ha allargato i suoi orizzonti a tutta la scena avant-pop. «L’evoluzione della società ha portato a un alleggerimento della fruizione della  musica – continua Montini –, è qualcosa di più leggero, non più incentrato sulle sonorità, i giri di basso, i testi: è tutto più superficiale e più fruibile, ridotto alla base ritmica».

Questo genere sta spopolando anche sui social, che hanno fatto da cassa di risonanza, facendo diventare virali alcune hit, che sono poi state portate sui dancefloor internazionali. Ne è un esempio la famosissima (It Goes Like) Nanana, di Peggy Gou. «Su TikTok, la crescita dell’elettronica rispetto alla musica hip-hop è dieci volte più veloce», si legge sull’analisi di MIDia Research. Nel 2021 l’applicazione aveva lanciato la campagna #ElectronicMusic, ospitando performance live di artisti come Diclosure, BICEP e David Guetta. Nel marzo 2023, poi, la creazione di contenuti in linea con l’hashtag è salita del 113 per cento.

Peggy Gou (AP/LaPresse)

Ma perché ci piace sempre di più la musica elettronica? Prima della pandemia, in Italia, la musica indie aveva il monopolio della scena. Come apripista, Il sorprendente album d’esordio de I Cani, del 2011. Un genere «che fa da colonna sonora al passaggio all’età adulta, alle incertezze e le frustrazioni personali», in cui si parla di riflessione e introspezione, di elaborazione di contenuti e concetti con precisi riferimenti culturali; un racconto intimo, cinico e a volte romantico, che fa di ogni testo una pagina di diario.

Con la pandemia, poi, tutto è cambiato. «Il lockdown ha accentuato quella che era già una tendenza strisciante, nella musica e nella cultura come nella vita sociale – ha affermato il critico musicale Simon Reynolds -, quella al distanziamento, al ripiegamento nella propria bolla. Da un lato l’interazione fisica si annulla, dall’altro si riscoprono i suoni più ambient, minimali, new age. Roba che quando sei chiuso in casa in qualche modo ti conforta. […] Vedo i miei figli che fanno i rave virtuali sul computer ed è pure divertente, con i commenti a cascata, gli “wow” e gli “yeah” digitati compulsivamente che hanno un po’ la funzione delle braccia alzate, però, ecco, non è esattamente la stessa cosa». 

Durante i lockdown piangere nella propria stanza con Calcutta nelle orecchie non era più un’opzione: mossi da una sorta di istinto di sopravvivenza abbiamo reagito all’incubo di un confinamento permanente con una musica dagli alti bpm. Dopo la pandemia, infatti, i generi musicali “veloci” sono cambiati: la frequenza si è fatta più martellante e il ritmo più sostenuto, come dimostrano l’hard techno e l’industrial, il cui ritmo è molto cambiato da inizio 2018.

La diffusione a macchia d’olio della musica elettronica è data anche dalla diffusione di software di produzione musicale: tutti possono sperimentare, senza lunghi corsi di formazione, né dovendo necessariamente acquistare synth o sequencer. Con un tutorial su YouTube, un mac e un software disponibile anche gratuitamente, è possibile produrre un tipo di musica che è figlia del suo tempo, fatta di digitale, di incertezza, di paura che si insinua tra le mura domestiche, di voglia di evasione e bisogno di prossimità. La musica di Burial, uno dei produttori più influenti della musica elettronica del ventunesimo secolo, verrà descritta infatti da  Reynolds come la musica perfetta da lockdown, «la colonna sonora di un mondo in cui lo Stato ti ha lasciato indietro».

«C’è anche un forte senso di libertà. Da un punto di vista storico le radici della musica elettronica si sono trovate nella scena rave sviluppatasi soprattutto in Inghilterra, si pensi a Bristol e ai The Prodigy, che appartenevano a un movimento socio-culturale di trasgressione. E la gente ha ancora bisogno di questo senso di libertà, a livello mentale e corporeo», chiude Montini.

Jessica Pouranfar, musicoterapeuta presso il Northwestern Medicine Central DuPage Hospital and Northwestern Medicine Delnor Hospital, ha affermato che «il modo in cui ascoltiamo la musica è estremamente psicologico e fisiologico. […] La frequenza, il volume e il tipo di genere musicale innescano delle risposte fisiologiche, che sono capaci di cambiare il battito cardiaco e il ritmo respiratorio».

L’esperta ha sottolineato il valore evasivo della musica, indispensabile durante la pandemia per reagire all’isolamento e per esorcizzare quelle crisi esistenziali che hanno scandito un tempo che sembrava sospeso, un tempo fuori dal tempo. «Anche se nel mondo stanno succedendo cose terribili, tra cui il Covid-19 e le ingiustizie sociali […], abbiamo un desiderio innato di voler essere felici e che la musica che ascoltiamo rifletta questo desiderio». Si pensi ai balconi, che nel 2020 sono diventati i main stage di concerti improvvisati, come ultimi baluardi di resistenza alla frammentazione sociale. Proprio in quei pochi metri si sono costruite delle mini comunità, sviluppatesi intorno ai cortili di casa e tenute insieme dal potere aggregativo della musica. 

ph. Daniele Baldi

Il bisogno di spensieratezza e di voglia di stare insieme, quindi, possono essere i motori che trainano un’intera industria musicale, dai contenuti più leggeri rispetto ad altri generi. Una musica considerata meno impegnata, perché più accessibile, perché il messaggio di sintetizzatori e mixer punta ai sensi, all’emozione di un’esperienza condivisa e forte, perché umana, meno cerebrale e più fisica: un suono anti-status al cui centro c’è il ballo, vissuto come rito e atto comunitario. «Il movimento dei corpi che si muovono all’unisono su un’unica base crea un’energia molto forte. Abbiamo capito tutti, provandola, soprattutto post-pandemia, di averne bisogno», chiude Montini.

Alcuni sottogeneri dell’elettronica, poi, hanno dato vita a sperimentazioni che hanno abbracciato anche dei messaggi politici. Ne è un esempio la Techno, il cui ritmo oscilla tra i 140 e 170 bpm e che salgono poi tra i 150 e i 200 quando si parla di tekno, generalmente associata ai rave. Il pioniere di questo genere è Kraftwerk, un progetto multimediale nato nel 1970 da Ralf Hütter e Florian Schneider. Il duo based in Düsseldorf inizia a unire musiche, visioni, robotica e arti performative in una «Gesamtkunstwerk», un’opera d’arte totale. Nel ‘78 pubblicano l’album Die Mensch-Machine (l’uomo-macchina), che sarà un tema centrale nel mondo dell’elettronica. Una riflessione sulla paura per il futuro, sulla discrasia tra innovazione tecnologica e socio-culturale, sulla linea sempre più sottile che divide l’essere umano dalla macchina, che diventa nell’elettronica un mezzo per parlare di sentimenti, di sesso, di amore, ma in modo straniante: con voci distorte e bassi martellanti.

Un prodotto musicale tramite cui l’uomo cerca di evadere da una realtà stagnante, che sembra non avere più nulla di umano, ma che è cinicamente consapevole che – come sosteneva Gilles Deleuze – «On n’échappe pas de la machine» (Non si scappa dalla macchina). Le composizioni di Kraftwerk e i loro suoni sintetizzati vennero ripresi poi un decennio più tardi, nel clima post-industriale di Detroit, la Motor City dove si affermarono grandi case automobilistiche come Ford, General Motors e Chrysler. Negli anni Ottanta la maggior parte delle fabbriche chiuse i battenti a seguito della meccanizzazione, del decentramento produttivo e della crisi economica, trasformando il centro città in una distesa di capannoni dismessi e case abbandonate. 

Lì, Juan Atkins, Derrick May e Kevin Saunderson, tre ragazzi del quartiere abbandonato di Belleville, ispirati dalle trasmissioni radiofoniche del DJ anticonformista Electrifying Mojo e dalle teorie futuriste di Toffler, proposero una musica tecnologica che riproducesse il rumore delle officine, ma pensata per essere ballata da corpi umani.

C2C Festival nel 2020 (ph. Stefano Mattea)

La musica come rifiuto dell’alienazione, un atto politico che mirava anche a recuperare la perdita di senso data dal lavoro nelle fabbriche e dal vuoto comunitario che ne conseguì, quando queste vennero chiuse. «Eravamo ragazzini che crescevano in quell’ambiente, con così tanti stili, così tanti generi, e molto in fretta, senza confini particolari. Non siamo cresciuti con l’idea che ci dovesse piacere un certo tipo di musica, che essendo neri avremmo dovuto amare la musica nera. Non siamo cresciuti così», racconta il trio in un’intervista. Il loro obiettivo era quello di abbracciare le tecnologie per farsi portatori di nuove forme di civilizzazione, divenendo i ribelli neri della città dei motori. Negli anni Novanta i tre raggiunsero il successo e la techno divenne la musica di riferimento della club culture

Oltre a quelli sopracitati, la stagione dei festival di musica elettronica, in Italia, non è ancora finita. Tra i prossimi appuntamenti per ballare a ritmo di bpm martellanti segnaliamo il Bass Forest di Bolzano, dal 18 al 19 agosto, il Ricci weekender music festival dal 1 al 4 settembre a Catania, il Decibel Open Air a Firenze dal 9 al 10 settembre, lo Spring Attitude Festival tra il 23 e 24 settembre a Roma, presso gli  Studi di Cinecittà e infine l’appuntamento annuale del C2C Festival, dal 2 al 5 novembre, a Torino.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter