Operazione economica specialeI dazi di Trump all’Europa sono come i bombardamenti di Putin sull’Ucraina

L’aggressione tariffaria della Casa Bianca contro gli ex alleati dell’America non è una guerra commerciale ma civile, e mira a distruggere l’ordine politico occidentale e i suoi fondamenti intellettuali e morali

AP/Lapresse

I Paesi europei negli ultimi tre anni dovrebbero avere appreso da Vladimir Putin tutto quello che serve oggi nel rapporto con Donald Trump. L’operazione economica speciale della Casa Bianca contro l’Unione europea ha nella sostanza gli stessi fini dell’operazione militare speciale del Cremlino contro l’Ucraina: distruggere l’ordine politico interno e internazionale di quella comunità di democrazie, che per comodità abbiamo chiamato Occidente, ma che in realtà andava dai ghiacci dell’Alaska alle spiagge dell’Oceania, corrompendone e pervertendone tutti i fondamenti intellettuali e morali.

I dazi di Trump contro l’Unione europea, il Canada, il Messico, il Giappone e la Corea del Sud hanno lo stesso obiettivo politico dei missili di Putin sull’Ucraina: imporre l’alternativa mostruosa tra la pace e la libertà.

Trump vuole scomporre il vecchio ordine occidentale fondato su un sistema di cooperazione politica e competizione economica tra gli stati – di cui proprio l’Unione europea è stato l’esperimento di maggiore successo – che non riconosce il principio dell’America First.

Putin vuole ricomporre il vecchio ordine imperiale di cui la fine della Guerra Fredda e dell’Unione Sovietica ha privato la Russia, punendo tutti quei Paesi – prima la Georgia, poi l’Ucraina e poi chissà quale altro – che rifiutano il principio del Russkiy Mir.

Dunque, nella sostanza, fanno la stessa cosa, cioè stanno provando a costruire, ciascuno con le armi disponibili più efficaci e congeniali, due ordini politici sostanzialmente gemelli, Trump con la difficoltà di fare dell’America qualcosa di sempre più simile alla Russia anche all’interno (l’America, però, non è la Russia) e Putin con il problema di ricostruire un impero a partire da uno stato fallito di centocinquanta milioni di abitanti, che ha il Pil del Benelux (fortunatamente, anche la Russia non è l’America).

La gran parte delle analisi sulla guerra commerciale di Trump si fondano su un presupposto sbagliato: che si tratti, appunto, di una guerra economica e che il fine sia quello di migliorare i conti del bilancio federale e i redditi dei cittadini americani. Se così fosse, avrebbero senso le critiche a una strategia che, ove messa concretamente in pratica, comporterebbe conseguenze economicamente negative anche per gli Stati Uniti.

Trump però non vuole migliorare la posizione economica relativa degli Stati Uniti verso i concorrenti commerciali, bensì vuole forzosamente inglobare in modo diretto (i dazi) o indiretto (le delocalizzazioni) parte delle risorse dei Paesi (ex) alleati nel bilancio pubblico e nel mercato privato americano, come prezzo della protezione che la Casa Bianca continuerebbe a fornire, in modo molto condizionato, a questi Paesi.

Trump segue esattamente lo schema di qualunque mafioso dedito all’estorsione: offre ai taglieggiati una protezione dalla minaccia che egli stesso rappresenta, per il fatto di avere e di essere disponibilissimo a utilizzare in modo eslege il monopolio della forza politica, economica e militare che gli Stati Uniti sono ancora in grado di esercitare a livello globale.

A Trump non importa affatto di riportare negli Stati Uniti le manifatture, per cui oggi mancherebbe anche la manodopera, e importa ancora meno di chiudere il suo mandato con un’America più prospera e felice di quella ereditata da Joe Biden, per la stessa ragione per cui Putin non pensa affatto che la potenza della Russia si misuri guardando agli indici come il Pil e l’inflazione, bensì a quelli dell’obbedienza estorta col terrore e di una primazia imposta coi bagni di sangue del nemico.

La guerra di Trump non è una guerra commerciale; è una guerra – e basta. Se gli si volesse prestare un aggettivo, dovremmo dire che è una guerra civile, dentro l’America e dentro l’intero Occidente. È ovvio che adesso gli Stati europei – come gli altri Stati (ex) alleati finiti nel mirino – devono rispondere il modo razionale, senza riflessi condizionati e falli di frustrazione e con un occhio attentissimo all’etica delle conseguenze. Ma con Trump le leadership europee dovrebbero in primo luogo evitare gli stessi errori fatti con Putin: quello di rimuovere il senso dell’orrore illudendosi che dietro le sue parole o le sue azioni ci possa essere qualcosa di meno orribile dell’evidenza e convincersi che la migliore difesa sia la resa e che accettare il male possa servire a risparmiarsi il peggio.

Evitare l’escalation con la Russia ha incentivato l’escalation della Russia contro l’Ucraina. Evitare l’escalation contro Trump – ad esempio accettando dazi al dieci per cento arricchiti dall’esenzione americana dalla minimun global tax – ha portato alla lettera di Trump a Ursula von der Leyen, in cui il primo si felicita con la seconda che l’Europa possa finalmente pagare il prezzo giusto alla generosità dell’America, con «un dazio doganale pari solo al trenta per cento sui prodotti europei spediti negli Stati Uniti».

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