
Le mani sono state strette. L’accordo sui dazi al quindici per cento è stato annunciato. Ma il testo del deal tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è ancora tutto da scrivere. Non c’è una lista di prodotti con le relative percentuali accanto, né si sa quali saranno le esenzioni. I negoziati vanno avanti e le imprese italiane vivono in una sorta di limbo che dura ormai dal famoso Liberation Day di aprile.
«Le nostre merci continuano a partire verso gli Stati Uniti, ma non io so mai alla fine quale dazio sarà applicato sui nostri prodotti», dice Francesco Mutti, amministratore delegato dell’omonima azienda di conserve, che negli Stati Uniti rappresenta la prima marca italiana di pomodoro. «Fonti diverse ci dicono che con il 15 per cento si assorbiranno tutti gli altri tassi che già paghiamo, altre invece no. Che non è una cosa irrilevante, perché noi mediamente paghiamo già un undici-dodici per cento. Se dal dodici passiamo al quindici va male, ma non malissimo. Diverso se invece bisogna aggiungere il quindici per cento on top».
E poi c’è la svalutazione del dollaro, che da inizio anno, più o meno da quando Donald Trump si è insediato, viaggia intorno al tredici per cento. «Un quindici per cento più tredici per cento comincia a essere un ventotto per cento», ricorda Mutti. «Se il quindici per cento si dovesse aggiungere ai tassi che già paghiamo, sarebbe quindi uno stravolgimento».
Con seicentotrentacinque milioni di fatturato nel 2024 e cinquecento dipendenti fissi, il marchio Mutti ha un export che vale circa il cinquantasei per cento dei ricavi, di cui il dieci per cento negli Stati Uniti pari a un fatturato di 25,2 milioni di dollari. Nella filiale commerciale americana, lavorano dodici dipendenti.
Questi sono i settanta giorni caldissimi della campagna del pomodoro, quando negli stabilimenti Mutti si aggiungono fino a 1.300 stagionali che lavorano subito il prodotto fresco in arrivo dai campi per la famosa polpa di pomodoro, «crushed tomatoes» negli Stati Uniti. I camion carichi entrano ed escono, mentre sulle linee scorrono le latte pronte ad andare anche Oltreoceano. Non solo nei grandi supermercati, ma anche nei migliori ristoranti italiani.
«È la terza volta che Trump cambia idea e cifre nel giro di due mesi», commenta Mutti. «Vediamo dove si va ad atterrare ora e da lì poi piano piano vedremo come cambiare le nostre politiche. Senz’altro, la prima cosa che abbiamo fatto, purtroppo, è stato ridurre in modo sostanziale gli investimenti in marketing negli Stati Uniti. L’anno scorso siamo stati premiati dall’American Chamber of Commerce proprio per i pesanti investimenti in distribuzione e marketing che stavamo facendo. Quest’anno non vado a buttare soldi dove magari dall’oggi al domani vedo crollare le vendite. Abbiamo dei clienti, vogliamo continuare a servirli, ma non investiamo più in questo momento».
Polpa, salsa, sughi e concentrato di pomodoro Mutti negli Stati Uniti sono posizionati in una fascia premium, destinata quindi a consumatori altospendenti. «Abbiamo creato un segmento di mercato che prima nel mondo del pomodoro non esisteva», spiega Mutti, che in Italia è anche presidente di Centromarca. «Il nostro consumatore non ci sceglie per il prezzo, ma per quello che rappresentiamo, per una questione di qualità. Il che lo rende un po’ meno sensibile alla leva del prezzo. Ma se il prezzo aumenta di pochi centesimi si continuerà a comprare, il problema è se i nostri prodotti finiranno per costare molto di più».
Si continua a lavorare quindi nell’attesa. «Finché non abbiamo tabelle ufficiali anche sulle categorie agricole, è difficile valutare l’impatto», ammette Mutti. «L’incertezza è la nemica dell’economia. Noi facciamo tanti investimenti in macchinari per lo sviluppo dei nostri piani industriali, guardando a orizzonti di medio lungo periodo. Ma in questa situazione diventa un gioco tutto sul breve e brevissimo periodo. Che significa “spremere il limone”, cioè non costruire, ma vedere solo come estrarre valore. Questo comporta che, invece di assumere, si licenzia. E invece di investire, si spreme».
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti al question time ha detto che con i dazi al quindici per cento l’Italia perderà mezzo punto di Pil nel 2026. La cosa peggiore è che «non si riesce a capire la razionalità sottostante», commenta Mutti. «Ci troviamo in una guerra commerciale che non ha molto senso. Oltre alla spinta inflazionistica che si genererà per i consumatori americani, fatico anche a vedere un grande valore aggiunto di reshoring. Noi non pensiamo minimamente di andare a fare il Pomodoro Mutti negli Stati Uniti».
Ma il piano B per Mutti è già pronto. «Ci piacerebbe continuare a crescere negli Stati Uniti, avere un approccio sano e reciproco. Gli Stati Uniti sono il mercato extra-europeo più strategico per lo sviluppo internazionale di Mutti, convinti che anche in America ci sia spazio per una cultura del pomodoro che valorizzi qualità, filiera e sostenibilità. Ma se domani dovessero essere messi dazi insostenibili che facessero crollare il mercato, abbiamo tanti mercati nei quali crescere e alla peggio lo sostituiremo. La speranza, comunque, è che si lavori tutti per una soluzione condivisa e positiva, che tenga conto delle ricadute su imprese, lavoratori e consumatori».