Mondi paralleliCronache di una città che ha dimenticato la luce, e di una quotidianità avvolta nel fumo

In “La città del fumo” (Utopia editore) Can Xue, con la traduzione di Maria Rita Masci, racconta di abitanti di una città che si abituano a vivere in una quotidianità avvolta dal fumo, dove i confini tra la vita e la morte si fanno sempre più labili e incerti, e il mistero regna sovrano

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La nostra città è chiamata la città del fumo, io ne sono un abitante e ho sessantotto anni. Il fumo non è arrivato da un giorno all’altro, ci ha messo molto tempo a trasformare la città in quello che è oggi. Ricordo che quando ero piccolo il nonno mi ripeteva spesso «non piangere, al tramonto tornerà tutto limpido e brillante». Lo diceva perché il pomeriggio i contadini della zona bruciavano le stoppie e, quando il fumo denso si propagava in città, mi mettevo a strepitare e a piangere. Il tramonto però era bello: il cielo splendeva e il fumo si disperdeva. Bruciare le stoppie era un lavoro stagionale e così in certi periodi dell’anno smettevano di farlo, perciò non è certo da dove sia provenuto il fumo che insediò la nostra città. All’inizio non era denso, si disperdeva un po’ nell’aria.

Passarono anni e ci abituammo, perché ci si abitua a tutto. In fondo era giusto una cosa bizzarra che confondeva un po’ i contorni delle cose, niente di grave. Finché resisteva la luce del tramonto, potevamo rivedere l’aspetto originario della città. Ma con il passare del tempo anche quella andò attenuandosi, perché il fumo diventava sempre più denso.

Smettemmo di vederla intorno al mio trentacinquesimo anno d’età. A quel punto non riuscivamo più a distinguere il viso delle persone a sei o sette metri. Anche senza la luce del tramonto, io, mio padre e mia madre (il nonno nel frattempo era morto) avvertivamo ancora la presenza del sole e, quando eravamo in cortile, giravamo istintivamente il viso verso ovest per sentirne il tepore. Il fumo bloccava la luce, ma non il tepore. Nessuno si chiese che impatto avrebbe avuto sulla città e su di noi quella coltre discesa da chissà dove.

La gente si fece una ragione del fatto che fosse arrivata e non se ne andasse, la accettò come accettava l’aria. Volente o nolente si rendeva conto che di anno in anno il fumo si faceva più denso, al punto che alla fine le case, le persone e le automobili diventarono delle vaghe ombre. Tuttavia neppure questo costituì un grande ostacolo, bastava rallentare il ritmo dell’esistenza. Le automobili iniziarono a camminare a passo d’uomo e la gente ad avanzare sui marciapiedi con la lentezza delle tartarughe. Oggi le nostre trachee e i nostri polmoni sono molto amici del fumo, non lo considerano diverso dall’aria, e così circola tranquillamente nei nostri corpi, senza creare problemi.

Una giornata di Zia Wang
Sono Zia Wang della città del fumo. La città del fumo è un fiume ampio e io sono un battello a vapore che lo percorre. Cinque anni fa ho cominciato a considerare la città del fumo come un grande fiume, non è appropriato? Quanto a me, inizio a lavorare la mattina presto appena apro gli occhi e continuo ininterrottamente trasportando gruppi di persone da una sponda all’altra di questo fiume. Al mattino il fumo è molto denso, non si vede niente, solo ombre che si muovono. Per questo lancio il mio richiamo, e ho sempre la voce roca. A volte grido ma non esce alcun suono. I pontili galleggianti a cui attracca il battello ondeggiano molto, qualche passeggero cade in acqua con uno strillo lacerante. Chi sarà caduto? Non si riesce a vedere. Forse non è caduto nessuno, è un semplice dramma quotidiano.

«La amo, Zia Wang. Le stagioni cambiano, arriva di nuovo il rigido inverno, ma lei c’è sempre. Seduta sul battello mi guardo intorno come una cieca, non vedo persone, né ponti e neppure il cielo », sussurra una ragazzina. Non indico la strada alla gente perché una strada non c’è. Sveglio i cuori con la mia sirena. Se ne stanno profondamente addormentati in cabina. Ehi, svegliatevi, Zia Wang vi chiama, dovete muovervi. Seguite il flusso, non vi guardate attorno, sollevate bene i piedi.

Cominciano a contorcersi, all’inizio oscillano, poi formano una fila. Quando sono in fila è più difficile che cadano in acqua. Mi chiedo sempre a cosa stiano pensando. O non pensano a niente? Poi ottengo una risposta. Tre ragazzine mi dicono che non pensano a niente, si limitano a camminare, lo sguardo fisso davanti. Che c’è davanti? Niente, soltanto le schiene grigie degli altri, rattoppate, come logorate per il vento del fiume. Le ragazzine scoppiano in una risata cristallina, non riescono a vedermi, mi parlano dal pontile galleggiante. In cabina ci sono alcuni uomini di mezza età oppressi dall’ansia, non guardano all’esterno, ma verso la loro cavità addominale, come se lì dentro ci fosse un motore. 

Non amano comunicare con gli altri, parlano ininterrottamente con se stessi. Riesco a sentire cosa dicono, anche se non voglio. Di solito parlano di cibo, oggi ho mangiato pesce, ieri ho mangiato rape, domani mangerò pomodori. Non c’è da meravigliarsi se si guardano sempre l’addome, forse vogliono vedere il viaggio che fa il cibo al suo interno. Sono ostinati, arroganti. Parlando a bassa voce, si addormentano.

Quando attracchiamo, suono con forza la sirena ma non si svegliano. Allora mi precipito in cabina e lancio una serie di improperi. A quel punto si svegliano ma con difficoltà. Il fumo in cabina è molto denso e non riescono a riconoscersi il volto vicendevolmente, anche se sono compagni di viaggio, possono individuare la direzione da seguire unicamente toccandosi e ascoltando il suono delle voci. Il battello si ferma con un urto e l’urto è il segnale. Si alzano tutti in piedi, raccolgono i bagagli e si preparano a sbarcare.

La città del fumo, Can Xue (Utopia editore)

Tratto da “La città del fumo” (Utopia Editore) di Can Xue, pp.224, 18€

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