Il design è spesso (erroneamente) percepito come un tema elitario, riservato a oggetti costosi, opere da museo e fiere periodiche, ma è in realtà una forza silenziosa che rimodella ogni aspetto della nostra vita quotidiana.
Dall’interfaccia dello smartphone alla disposizione dei semafori, dalle sedie ergonomiche agli imballaggi sostenibili, il design incide concretamente sul nostro benessere, sull’efficienza, sulle nostre abitudini. Ed è anche un alleato in ottica decarbonizzazione, in linea con le sfide climatiche e ambientali della nostra epoca. Basti pensare che, secondo un report del Capgemini Research Institute, le decisioni prese a livello di product design determinano circa l’ottanta per cento dell’impatto di un oggetto sul pianeta.
Il design è, senza esagerare, vita. Ma rendersene conto non è così scontato, perché tutto parte dall’educazione. È giunto il momento di superare la visione estetizzante di questa disciplina e riconoscerne il valore sociale, funzionale ed ecologico, profondamente radicato nella realtà di tutti i giorni. Per riuscirci, bisogna toccare con mano il cambiamento: viaggiare, studiare, chiedere, curiosare, sbagliare. Insomma, creare una sinergia sempre più solida tra teoria e pratiche sperimentali, collaborative e non gerarchiche, che permettano l’emergere di nuove forme di conoscenza.
È questo l’obiettivo del nuovo master immersivo di IED (Istituto Europeo di Design) in “Social Ecological Design: Regenerative Practices for Everyday Life”, che partirà il prossimo novembre a Torino sotto il coordinamento di Michael Kaethler, sociologo del design e autore di diversi libri di riferimento sul tema, come “Social Matter, Social Design” (2020) e “The Auto-ethnographic Turn in Design” (2021).
Kaethler guida questo programma di studi insieme a un comitato scientifico concepito come un collettivo non gerarchico di voci, pratiche e prospettive, che include l’esperta di Design Ecology Anna Maria Orrù, fondatrice di Nordic Biomimicry e Montepreti Nature Academy, Francesca Gattello e Zeno Franchini di Marginal Studio, e dal direttore e co-fondatore di Osmos Network Adrian Vickery Hill.

In sedici mesi, il Master copre un ampio spettro di contenuti – dalla biomimetica all’etnografia culturale, dall’attivismo creativo al design inclusivo – per permettere agli studenti di acquisire competenze trasversali e sempre più utili in un’epoca in cui le pratiche quotidiane devono necessariamente abbracciare le esigenze di un pianeta ferito dall’impronta antropica. Ma è proprio da questa impronta antropica che si può e si deve ripartire per adattarci a tre crisi interconnesse – quella climatica, quella ambientale e quella sociale – e irrisolvibili senza un completo ripensamento del nostro sistema di valori, delle nostre relazioni e del modo in cui costruiamo e condividiamo conoscenza.
«Queste crisi non possono più essere affrontate come semplici problemi tecnici – spiega Kaethler –. In assenza di strumenti critici e di letture sociali e politiche adeguate, le nuove generazioni di designer rischiano di sentirsi impotenti, alimentando la sfiducia e l’idea che “non ci sia alternativa”. Oggi, di conseguenza, serve «un’educazione diversa: bisogna riportare al centro il concetto di “agency”, ovvero la capacità di incidere sul mondo e sulle relazioni attraverso la creatività, l’azione collettiva e un design consapevole delle dinamiche di potere e dei processi di transizione sociale, culturale ed ecologica».
Serve quindi un’educazione al design che sia portatrice di «un processo di emancipazione intellettuale capace di mettere in discussione lo status quo, ma soprattutto di disimpararlo, forte di una vocazione trasformativa che emerge con forza da una visione critica del presente. Dalle crisi ambientali alle disuguaglianze sociali fino all’erosione della democrazia, il design non può più limitarsi infatti alla creazione di oggetti, ma deve confrontarsi con i veri problemi del nostro tempo».
Non a caso, il mantra del corso è “andare oltre”: non solo oltre l’aula di studio, ma anche oltre la cecità ideologica che spesso domina l’approccio al design. Il corso si fonda su un metodo ibrido tra lezioni classiche e attività sul campo in Piemonte, Toscana e Sicilia, accogliendo persone con background e prospettive differenti.
Il programma è aperto a studenti e designer interessati alla trasformazione sociale ed ecologica, alla giustizia sociale, alla difesa dell’ambiente e all’imprenditoria sociale, così come a tutti coloro che sono disposti a indagare nuove modalità di pensiero e di pratica, con esperienze nell’ambito dell’arte, delle scienze sociali, dell’artigianato e del teatro.
Un elemento distintivo del corso è il forte legame con la natura e le comunità locali. In un’epoca in cui il design si è spesso allontanato dai bisogni reali delle persone e dei territori, il Master lo riporta al suo significato originario: «È un atto umano fondamentale, etico e responsabile, radicato nei bisogni tangibili e intangibili – continua Kaethler –. Solo attraverso il contatto diretto con contesti reali e complessi si può generare un impatto positivo, che nasce dal basso e si costruisce giorno dopo giorno».
Il primo trimestre del master si svolgerà a Torino e permetterà agli studenti di acquisire gli strumenti metodologici e teorici per affrontare il design socio-ecologico, anche attraverso studi culturali, sociali e di genere, culminando in un’esperienza immersiva di una settimana nelle Alpi piemontesi, uno dei migliori luoghi al mondo in cui cogliere l’essenza del rapporto tra uomo e natura.
Alternando lezioni frontali, workshop di etnografia e antropologia, un approfondimento sul «laboratorio urbano» di Torino e due settimane in Toscana nel centro di ricerca naturalistica di Montepreti, il corso si completa con un’esperienza sul campo della durata di sei settimane, a stretto contatto con le comunità marginalizzate siciliane, e lo sviluppo della tesi.
Il programma, racconta il coordinatore, «recupera la critica, intesa non come fine a sé stessa ma come pratica generativa, promuovendo un design che non si limita ad analizzare ma anche a creare e intervenire. Gli studenti non sono chiamati solo a riflettere o commentare i problemi da spettatori, ma soprattutto a proporre alternative, a creare relazioni, oggetti e scenari nuovi. A mettere in discussione i brief, i valori, gli obiettivi e le logiche sottese a ogni progetto».
In questo percorso si evolve anche il concetto di “carriera”: la complessità del mondo attuale richiede dinamismo, competenze trasversali e la capacità di mettere in discussione le proprie certezze. Per questo il Master incoraggia un equilibrio concreto tra sapere teorico e abilità pratiche: significa studiare la mattina, acquisire competenze manuali il pomeriggio – che si tratti di intagliare il legno, saldare o coltivare la terra – e condividere momenti di vita con le comunità locali la sera.
«Oggi più che mai, non si tratta solo di formare designer, ma di coltivare una comunità consapevole, attiva e solidale, capace di affrontare insieme le sfide urgenti del nostro tempo. Perché il design, se radicato nei bisogni reali e nelle relazioni umane, può ancora essere uno degli strumenti più potenti per immaginare e costruire un futuro diverso. E il mondo, ora, ne ha davvero bisogno», conclude Kaethler.