Casta estivaIl dramma di un Paese che non si merita Alberto Sordi

La moglie del ministro Urso che salta la coda in aeroporto ha infiammato i social. Il problema però non è chi passa avanti, ma chi si sente istruito solo perché usa le tecnologie moderne. Nanni Moretti era fin troppo ottimista, l’Italia è ferma a un copione scritto sessantacinque anni fa da Mario Soldati

Lapresse

Io non voglio parlare della moglie del ministro che al check-in salta la fila accompagnata dalla scorta, e dell’attore che lo riferisce indignato alla telecamera del telefono, e dei giornali cui non pare vero avere la storiella di casta estiva.

Non ne voglio parlare perché so che di quella vicenda lì mi scandalizzano cose diverse da quelle che scandalizzano i più, e non voglio fare la controcorrentista. Sì, la prima cosa che mi viene in mente davanti a quella notizia è: cosa sei classe dirigente a fare, se vai in un aeroporto pieno di turisti, indistinguibile dalle masse silenziosamente disperate.

La seconda è: cosa sei classe dirigente a fare, se devi andare a fare il check-in, e quindi non hai ancora imparato a viaggiare col bagaglio a mano e a fare il check-in on line, cosa esistono a fare le piattaforme se non per farvi guardare “Tra le nuvole” e farvi imparare a vivere.

La terza è: cos’hai sposato un ministro a fare se a luglio sei ancora in città. La quarta è: sì, ma pure quello che prende il telefono e dice «vergognatevi», ma assai più della cafonaggine dei ministri mi preoccupa il delirio nostro, convinti di dover riferire ogni cafonata al mondo.

Comunque: io a questa storia non mi sarei mai interessata, se non fosse stato per Carlo Calenda che ieri mattina – dopo che il ministro ha detto che era stata la scorta e lui non s’era accorto di niente – ha fatto un tweet (o come si chiamano ora) senza grandi margini di equivocabilità. Tra le altre cose, c’era scritto: «Ho avuto la scorta quando ero ministro. Mia moglie è salita sulla macchina di servizio due volte in cinque anni in occasione di pranzi ufficiali. Far saltare la fila del check in all’aeroporto alla propria famiglia nulla ha a che fare con la sicurezza. È semplicemente cafonaggine e prepotenza». A me sembra si capisca. Ma io non vivo nell’Italia del 1960, quella in cui Mario Soldati e Cesare Zavattini giravano “Chi legge?”. Per spiegare i commenti sotto al tweet di Calenda, bisogna partire da lì.

Non perché, dalle saline di Trapani, Soldati dice: «Esiste un grande pregiudizio contro gli arabi, ma bisogna dire che, specialmente al tempo in cui occuparono la Sicilia, erano portatori di grande civiltà». Neanche perché subito dopo confessa di non aver letto, «se non a brevi tratti», la “Storia dei musulmani di Sicilia” in cinque volumi. Pensa oggi, che crediamo di conoscere un saggio perché abbiamo letto tre card su Instagram.

Più che altro per il lavoratore delle saline che poco dopo risponde a domanda sulle sue letture “Romeo e Giulietta” e “I tre moschettieri”, e non c’è analfabeta odierno di quelli che Shakespeare e Dumas se li fanno riassumere dall’intelligenza artificiale che non si senta più colto di lui, e quella è una parte del problema.

Del problema di quello che commenta il tweet di Calenda dicendo «Il ministro salta la fila da che mondo è mondo. Anche tu lo avrai fatto o te lo avranno fatto fare, volontariamente o involontariamente»; di quella che si sente lucidissima a chiedere «fosse stato ministro esponente di governo di sinistra, il dottor Zingaretti avrebbe gridato allo scandalo nello stesso modo?»; di quello che «casta scandalosa, dei parassiti che campano sulle spalle dei cittadini. Mai un briciolo di dignità, di responsabilità, nulla di nulla. Un paese veramente unico nel suo genere, ma le coscienze in letargo da anni accettano qualsiasi sopruso» (qui ho amato moltissimo Calenda che gli risponde «Chissà chi ce li ha messi: i marziani?»).

Del problema che non è esattamente recente, “Ecce bombo” è del 1978, sono quarantasette anni da quando l’avventore del bar faceva venire un attacco d’ira a Nanni Moretti, «Rossi e neri sono tutti uguali? Ma che siamo, in un film di Alberto Sordi?»: il giovane Moretti s’illudeva di poterci rieducare, ma no, siamo così ontologicamente un film con Alberto Sordi che non basta che l’esserlo diventi satira sedimentata per mezzo secolo perché si smetta d’esserlo.

«La domanda per me resta perché persone come te e Urso sono ministri», scrive “Foca Protonica”, e non solo rossi e neri sono tutti uguali, ma gente rispettabile e istruita mette a disposizione il proprio recapito per discutere con “Foca Protonica”: non ce lo meritiamo, Alberto Sordi – nel senso che ci meritiamo di assai peggio.

Alla fine della sua risalita del Tirreno, Soldati chiacchierava con Feltrinelli e Bompiani e Mondadori. Giangiacomo Feltrinelli diceva che ci voleva la settimana di quaranta ore, col sabato libero avremmo potuto leggere di più. Si è visto a cosa è servito liberarci il tempo: a darci più tempo per essere scemi.

«Se gli italiani leggessero di più, molti problemi che non hanno apparentemente niente a che fare con la cultura sarebbero belli che risolti», diceva Mario Soldati a un libraio, e invece leggono molto meno di sessantacinque anni fa, quando tv ce n’era pochissima, videogiochi per niente, e non ci sentivamo tutti elzeviristi social.

Siamo nel 1960, quello in cui Soldati diceva a due marinai che in libreria non volevano libri ma carta per scrivere alle fidanzate «Voi non siete di quelli che leggete, voi siete di quelli che scrivete». Ma non siamo nel 1960, quello in cui il cameriere del bar a un cui tavolino andava a scrivere Tomasi di Lampedusa riferiva che con chi andava a trovarlo lì «stavano a chiacchierare in una lingua estera che io non apprendevo bene»: oggi “Foca Protonica” s’intrometterebbe nella conversazione, certa di capirla benissimo.

Però sì, siamo nel 1960. Quando, alla domanda sul perché in Italia si legge poco, Arnoldo Mondadori rispondeva «perché abbiamo troppi analfabeti, semianalfabeti, e postanalfabeti». Che, diversamente da allora, oggi sanno fare il check-in on line scegliendo il posto corridoio, e quindi si sentono pure qualificati per la modernità e abbondantemente istruiti: troppo arroganti per rendersi conto di quanto sono ciucci, ma almeno consapevoli che, potessero, salterebbero la fila.

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