Rogan batte YaleIl ghostwriter di Obama, il cognato no-vax e il talento perduto di non sentirsi superiori

I liberal benintenzionati sono convinti che ignorare un parente picchiatello basti a raddrizzarne le convinzioni. Poi però uno è un drago con la tavola da surf, e la gerarchia si incrina

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David Litt compie trentanove anni a settembre, e ha già fatto più carriera di quanta voi e io ce ne sogneremo a settantanove. A ventiquattro anni, un’età alla quale io faticavo a trovarmi il culo con le mani, Litt scriveva i discorsi alla Casa Bianca. È, tra le altre cose, responsabile di quattro dei discorsi che Barack Obama fece alla cena per i corrispondenti, a Washington, e su questo poi ci torniamo, perché sembra un dettaglio marginale ma non lo è.

Litt arriva alla Casa Bianca quasi alla fine del primo mandato Obama, resta lì per il secondo, poi arriva Trump, poi arriva il Covid. Ora cosa c’entra il Covid, direte voi. C’entra perché, un po’ come quei picchiatelli che quando qualcuno su un social parla di emergenze umanitarie arrivano a dire «e allora il greenpaaaass», facendo chiedere a tutti i normali che vita meravigliosa tu debba avere perché il problema più grave che ti si è presentato, quello su cui dopo anni ancora rimugini, sia un codice da far vedere ai ristoranti nei mesi in cui si poteva cenar fuori solo da vaccinati, proprio come per loro, per Litt il Covid è stato un bivio.

Quando arrivarono i vaccini, la sorella di Litt stava col marito Matt da una decina d’anni, nel corso dei quali David aveva già capito di non avere granché in comune col cognato. In un articolo sul New York Times nel quale non sembra particolarmente deciso a risultare simpatico, Litt spiega che «non avevamo niente in comune: lui faceva pesi ascoltando il metal, io andavo a correre ascoltando i musical. Io ero uno degli autori dei discorsi del presidente Obama e avevo una laurea a Yale, lui era un fan di Joe Rogan e presto sarebbe diventato elettricista».

È interessante che più avanti nell’articolo Litt ci dica che la riconciliazione col cognato è avvenuta quando lui si è avventurato in un campo in cui Matt era più competente, il surf, «e nell’oceano la gerarchia si è invertita: Matt è un ottimo surfista – si potrebbe dire: un’élite – e io no». Si è invertita nel senso che prima, David, tu credevi che, nel ventunesimo secolo, carta battesse sasso e Yale battesse Rogan?

Certo che lo credevi, e per capirlo bisogna leggere il tuo memoir (“Thanks, Obama: My hopey, changey White House years”), e quel che racconti della cena per i corrispondenti del 2011, quella in cui eri appena arrivato alla Casa Bianca. Ma per ora restiamo a questo incredibile articolo sul New York Times, nel quale risulti convinto che tra laureati a Yale ed elettricisti ci sia da augurarsi che i nostri figli rientrino nella prima categoria, acciocché li possiamo mantenere a vita.

Il Covid, dicevo. Ci spiega Litt che quando arriva la pandemia non si tratta più di che musica ascolti quando fai ginnastica (quand’è che «fare ginnastica» è diventato «allenarsi»? Quand’è che un’iscrizione alla Virgin di Corso Como ha iniziato a fare di noi degli atleti olimpici?). «Le nostre preferenze sono diventate qualcosa di più che questioni di gusto: eravamo in fazioni opposte di una guerra civile culturale». Tradotto dal mitomanese: il cognato non si vaccinava.

Come tutti, leggo da anni articoli (specialmente americani) e post (specialmente di giovani mitomani italiani che amano percepirsi di San Francisco) sulle faide familiari dovute alle diverse convinzioni politiche. Nella vita, non conosco nessuno che abbia litigato con qualcun altro di cui era amico o è parente per le ragioni che secondo l’internet sono al centro della vita di tutti noi: il vaccino, Israele, il riscaldamento globale, la ricetta della carbonara, il jobs act, gli orali della maturità. È più facile che la gente litighi su dove andare in vacanza o sul fatto che quella stronza di mia cognata s’è vestita di nero al mio matrimonio, che per quelle che secondo giornali e social sono le grandi cause. Tranne che a casa Litt.

Litt non può smettere di vedere il cognato perché non è un amico ma un congiunto, però risponde a monosillabi alle sue domande, ed è qui che arriva quella che mi sembra la più incredibile frase dell’articolo. «Il mio gelo non era personale: era strategico. Non essere amichevole con le persone che rifiutavano il vaccino sembrava la cosa giusta da fare. Come altro potevamo motivarle a migliorarsi?». È molto interessante che, anni dopo, Litt non veda niente di strano in questa frase, una frase che se la metti in Google Translate diventa «la sinistra non vincerà le elezioni per i prossimi trecento anni».

Mica la pensavo così solo io, insiste Litt, citando articoli d’epoca sulla necessità di far sentire i non vaccinati esclusi dal consesso sociale, e spiegandoci che ad Atene (intesa come quella dell’antica Grecia, non quella di millenni dopo dove arrivi con RyanAir) pure venivi escluso dalla società se rappresentavi una minaccia allo stato.

Dice che se non ha funzionato è colpa dei social: di quest’epoca di relazioni parasociali in cui se i tuoi amici ti respingono trovi nuovi amici (Litt è diventato autore dei discorsi di Obama senz’avere la più pallida idea di cosa significhi «relazione parasociale»: c’è speranza per quel vostro figlio che non ha voluto fare l’elettricista).

La cena per i corrispondenti dalla Casa Bianca del 2011 si svolge in un weekend particolare: meno di ventiquattr’ore dopo, Barack Obama annuncerà che hanno ucciso Osama bin Laden. Litt aveva già avuto il grande onore di sentire delle sue battute dette dal presidente l’anno prima, quando ancora non lavorava lì: per quella serata in cui il Presidente fa battute, la Casa Bianca chiede ogni anno l’aiuto di vari autori comici.

Nel suo primo anno alla Casa Bianca – il 2011, quando Trump diceva che Obama era nato in Kenya, e pretendeva di vederne il certificato di nascita – Litt aveva scritto a Obama una battuta in cui si diceva che il nome completo del governatore del Minnesota era Tim bin Laden Pawlenty, e il presidente l’aveva cambiata. Litt non sapeva perché, visto che l’operazione per far secco bin Laden era nota solo ai consiglieri più anziani, e se n’era molto offeso: cosa sei ventiquattrenne a fare, se non per essere ottuso.

Quella del 2011 è la cena alla quale Trump, che è in sala ospite di Newsweek, viene sbeffeggiato da Obama (e dal conduttore della serata, Seth Meyers, che all’epoca era il capo degli autori del “Saturday Night Live”). La decisione del Donald di candidarsi alla presidenza è, secondo molti, frutto del fatto che quella sera Obama lo prese per il culo dicendo che lui prendeva grandi decisioni su chi licenziare in “The apprentice”, altro che quella robetta di cui si occupava il presidente. Nel suo memoir, Litt dà la colpa a Judd Apatow, il regista di “40 anni vergine”.

Giura che le battute su Trump le aveva scritte Apatow, il principale dei loro consulenti esterni, mica lui, e io capisco che essere responsabile della presidenza Trump non sia un peso che uno vuole vedere sulle spalle del sé stesso ventiquattrenne. Era quattordici anni fa: possiamo dire che è in prescrizione? Non so, immagino dipenda dalla curva d’apprendimento. Quella di Litt mi sembra un po’ piatta, visto che alla seconda presidenza Trump è ancora convinto di essere più adatto a spiegarci il mondo di quanto lo sia un ascoltatore di Joe Rogan.

Ricopierò, a beneficio dell’elettricista Matt che di sicuro non l’ha letto ma può trovare utile citarlo alle cene di famiglia, un rigo di “Thanks, Obama” (mi chiedo se il titolo venga da quella volta, era il 2016 e la candidatura di Trump era stata annunciata da poco, in cui Obama, ospite del programma di Jimmy Fallon, scrisse dei bigliettini di ringraziamento, il più esilarante dei quali era «grazie, Congresso, per aver trascorso otto anni a desiderare di sostituirmi con un repubblicano: adesso mi rivalutate, eh?»).

Litt spiega che nel 2011 la popolarità di Trump era in calo, il certificato di nascita era stato un espediente per stare al centro della conversazione ma Obama gliel’aveva smontato rendendolo pubblico il giorno prima, e insomma, quando vide Trump imbarazzato mentre Obama cafonamente infieriva, Litt pensò: «Beh, per lui è proprio finita». Stacco. 2016. 2024. Nanni Moretti avrebbe detto: con questi Litt non vinceremo mai.

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