Un altro rinvioIl futuro dell’Ilva appeso alla nave rigassificatrice

Firma dell’accordo spostata al 31 luglio. Il sindaco di Taranto ha chiesto più tempo per decidere sul rigassificatore, coinvolgendo anche il consiglio comunale

(La Presse)

Se ne riparla il 31 luglio. Per la firma dell’accordo interistituzionale sulla decarbonizzazione e il futuro dell’ex Ilva di Taranto si è deciso per un secondo rinvio. L’incontro al ministero delle Imprese con gli enti locali si è concluso di nuovo con una fumata nera. E un verbale che rinvia a fine mese la decisione finale sull’accordo di programma, istituendo una commissione tecnica per valutare le opzioni in campo.

Ma il problema centrale del contendere tra Roma e Taranto resta lo stesso della settimana prima: la nave rigassificratice che dovrebbe alimentare i futuri impianti da 6 milioni di tonnellate (8 con Genova), secondo il progetto presentato dal governo.

Il ministro Adolfo Urso vorrebbe la nave in porto. Ma il sindaco di Taranto Piero Bitetti e il presidente della Regione Puglia sono contrari e propongono di posizionarla a dodici miglia dalla costa, cosa che il governo rifiuta. L’altra opzione sul tavolo è quella di collocarla nella diga foranea in rada, cosa che costerebbe però – secondo Urso – 400 milioni in più.

Il sindaco Bitetti al Mimit ha chiesto più tempo per decidere sul rigassificatore, volendo coinvolgere anche il consiglio comunale nella scelta. La nuova data del 31 luglio è stata fissata proprio perché il giorno prima si terrà il primo incontro del consiglio comunale, appena insediatosi dopo le elezioni dello scorso giugno. La notte prima dell’incontro al Mimit quindici consiglieri di maggioranza hanno firmato una lettera per dare sostegno al sindaco e invitarlo a non firmare l’accordo. E un gruppo di associazioni locali ha manifestato davanti al municipio. Il Comune di Taranto non sembra voler concedere aperture, anche se la richiesta di una serie di compensazioni per la città potrebbe aprire uno spiraglio di accordo a fine mese.

«L’Italia sta delegando al Comune di Taranto, ancora una volta, il suo destino industriale», ha detto Emiliano, mentre il sindaco di Taranto, «appena eletto, dovrà andare a dire ai suoi cittadini a nome dell’Italia intera che devono sopportare e soffrire per altri tot anni una situazione in cui le fonti inquinanti sono ancora aperte».

Il presidente della Regione Puglia, arrivando al Mimit, aveva già detto che la firma non ci sarebbe stata. Avanzando poi l’ipotesi di un accordo senza indicare però la fonte da cui attingere il gas per far funzionare gli impianti, ma soltanto «il fabbisogno che in un modo o in un altro va assicurato alla fabbrica». Un modo per prendere tempo e ottenere l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), facendo finta che il problema non esiste. Per alimentare l’acciaieria, ha detto Emiliano, «non è detto che debba per forza essere un rigassificatore. Potrebbe essere anche un’altra fonte». «È inutile litigare su una situazione, quella della nave, che non sappiamo neanche se sia possibile ormeggiarla, noi non abbiamo neanche questi elementi», ha detto. Elementi che ora dovrebbe valutare la nuova commissione tecnica composta dai ministeri competenti, enti locali, autorità portuale e Snam nel giro dei prossimi quindici giorni.

Il giorno prima dell’incontro con gli enti locali, Urso aveva presentato il nuovo piano per l’Ilva con una produzione di otto milioni di tonnellate d’acciaio all’anno, sei a Taranto e due a Genova, annunciando la necessità di una nuova gara per vendere gli asset dell’ex Ilva. Secondo il piano A, ci saranno quattro forni elettrici in tutto, di cui tre a Taranto e uno a Genova. A supporto dei quattro forni, ci saranno altrettanti impianti di preridotto (Dri, Direct reduced iron), tutti a Taranto. Che per essere alimentati avranno bisogno di 5,1 miliardi di metri cubi di gas l’anno, da ottenere – appunto – della contesa nave di rigassificazione. Senza la quantità di gas garantita dal rigassificatore galleggiante, sarebbe impossibile realizzare gli impianti di preridotto. La soluzione alternativa potrebbe essere un rigassificatore terrestre a Gioia Tauro, ma i tempi potrebbero allungarsi ancora.

Se poi non si dovesse raggiungere un accordo sull’arrivo della nave di rigassificazione e i Dri non si costruissero a Taranto ma altrove – ed è il piano B del governo – per i tre forni sarebbero sufficienti 2,5 miliardi di metri cubi di gas. Snam avrebbe già fatto sapere che senza la nave rigassificatrice i gasdotti attuali possono garantire a Taranto questa quantità, mentre tre forni elettrici e quattro Dri necessitano del doppio.

Quello che manca nel piano, però, oltre agli investimenti, sono anche i numeri dell’occupazione futura. Cosa non di poco conto, visto che la decarbonizzazione porterà a diversi esuberi. Che per giunta aumenteranno se a Taranto non dovessero esserci l’impianto del preridotto e la nave di rigassificazione. Secondo i commissari di Acciaierie d’Italia, l’unico scenario in grado di garantire il mantenimento di tutti i 20mila addetti diretti e indiretti dello stabilimento pugliese è il primo scenario. Mentre, senza il Dri, salterebbero almeno mille lavoratori.

È l’eterna storia dell’Ilva, divisa tra le pressioni ambientaliste e gli sforzi per salvare i posti di lavoro. Il 16 luglio è prevista la riunione della conferenza dei servizi al ministero dell’Ambiente sull’Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Giovedì 17 luglio è in programma al ministero dell’Ambiente la conferenza dei servizi per approvare la nuova Aia. E a breve è attesa la sentenza del Tribunale di Milano che, in assenza dell’autorizzazione, potrebbe decretare il capolinea dell’attività produttiva dell’acciaieria di Taranto.

Se si riuscirà a trovare la quadra sull’accordo, dal primo agosto e fino a ottobre si riaprirà pure la gara e sarà possibile rivedere le offerte di acquisto e presentarne di nuove. Gli azeri di Baku Steel, se vorranno nuovamente partecipare dopo tutto questo caos, dovranno ricominciare da zero. Chiuso il bando, sarà poi necessario passare per l’antitrust europeo e procedere con la normativa sul golden power. La partita dovrebbe concludersi all’inizio del 2026. Salvo intoppi. E con l’Ilva, la storia ci insegna che gli intoppi ci sono sempre. Mentre gli impianti sono al minimo, la vertenza Ilva resta incastrata nell’eterno scontro tra enti locali, azienda e Stato. E l’acciaieria il 10 luglio scorso ha festeggiato i suoi sessantacinque anni con tutti gli altoforni spenti.

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