La lunga ombraCome funziona la rete occulta dell’Iran in Europa

Attentati, sorveglianza, rapimenti, propaganda: il regime islamico ha costruito una rete repressiva con complicità di diplomatici e mediatori culturali per colpire attivisti e dissidenti esiliati

LaPresse

L’Europa di sopra e quella di sotto, la zona grigia e le zone d’ombra, avvolte da una nube di ingerenze e tentativi di destabilizzazione. Quell’Europa invisibile: fatta di operazioni clandestine, intimidazioni, sorveglianza digitale, religione usata come copertura ideologica e criminalità organizzata arruolata al servizio di regimi autoritari. È in questa seconda Europa che la Repubblica Islamica dell’Iran ha costruito, mattone dopo mattone, la sua rete di controllo, influenza e repressione.

Se in passato l’azione repressiva del regime khomeinista era confinata entro i propri confini, oggi l’Iran è una potenza transnazionale della paura, capace di colpire dissidenti, giornalisti, oppositori e minoranze anche a migliaia di chilometri da Teheran. Lo fa con l’efficacia chirurgica dei servizi segreti e con l’ambiguità complice della diplomazia, ma sempre più spesso anche con l’efficienza brutale della criminalità organizzata europea.

La lunga ombra del regime
La guerra ibrida di Teheran contro gli oppositori della teocrazia islamica ha come fulcro operativo due sigle: il Mois, il Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza, e l’Unità 840 della Quds Force, il reparto estero dei Guardiani della Rivoluzione. A loro si affiancano centri culturali, moschee sciite, televisioni satellitari, fondazioni editoriali e università compiacenti. Il nemico da abbattere non è solo l’oppositore in esilio ma il sistema di valori liberali che gli offre protezione.

Per anni l’Europa ha ignorato i segnali. Ma negli ultimi tempi una scia di sangue ha costretto le intelligence europee e i governi ad aprire gli occhi. A partire da Amsterdam, dove nel 2015 un uomo viene freddato con due colpi alla testa. Si chiama Ali Motamed – almeno così risulta dai documenti. In realtà è Mohammad Reza Kolahi, uno dei militanti del Mek ritenuto responsabile dell’attentato più sanguinoso della storia post-rivoluzionaria iraniana, quello contro la sede del Partito Repubblicano Islamico nel 1981. Viveva sotto falsa identità da anni. Teheran non lo aveva dimenticato. E lo ha fatto giustiziare come un traditore, con un colpo secco e senza clamore. I sicari? Assoldati attraverso intermediari della criminalità olandese.

Due anni dopo, nel 2017, un’altra esecuzione: a L’Aia viene assassinato Ahmad Mola Nissi, attivista iraniano di etnia araba e fondatore del movimento per l’autonomia del Khuzestan. L’omicidio viene ricostruito con freddezza: sorveglianza, appostamento, colpo in pieno giorno. Anche in questo caso le indagini indicano connessioni con l’intelligence iraniana.

Villepinte, la svolta
Nel 2018 l’Europa rischia la strage. A Villepinte, periferia parigina, è previsto il congresso annuale del MEK – il movimento dei Mujahedin del Popolo. Alla conferenza partecipano anche parlamentari europei, giornalisti e diplomatici. Un attentato viene sventato all’ultimo momento grazie a un’operazione congiunta tra intelligence tedesca, belga e francese.

L’artefice è Assadollah Assadi, terzo consigliere dell’ambasciata iraniana a Vienna. L’uomo, coperto da status diplomatico, stava consegnando personalmente l’esplosivo a due complici. Viene arrestato e condannato a vent’anni di carcere in Belgio. È la prima volta che un diplomatico iraniano in Europa viene riconosciuto come parte attiva di un’operazione terroristica.

Da quel momento la cortina si solleva. Le intelligence europee iniziano a cooperare. Emergono liste di obiettivi, fotografie, schede personali di dissidenti residenti in Francia, Germania, Svezia, Paesi Bassi e Regno Unito. I metodi sono sempre gli stessi: pedinamenti, spyware, tentativi di rapimento, intimidazioni fisiche o digitali.

Ma il punto più oscuro è un altro. Teheran ha delegato parte della sua repressione alle mafie europee. L’Unità 840 della Quds Force utilizza gang scandinave, network balcanici, Hells Angels, milizie in cerca di denaro o ideologia. È il caso del gruppo criminale Foxtrot, guidato in Svezia da Rawa Majid, un narcotrafficante con origini curdo-iraniane. Nel 2023 le autorità svedesi rivelano che Majid è stato contattato da emissari iraniani per attacchi contro attivisti pro-israeliani e membri della diaspora iraniana rifugiati nel Nord Europa.

In Germania, i Hells Angels legati a Ramin Yektaparast, cittadino tedesco di origini iraniane, sono stati coinvolti in operazioni di sorveglianza contro sinagoghe e centri ebraici a Bochum ed Essen. A Berlino un uomo arrestato nel 2024 viene accusato di essere in contatto con emissari della Quds Force per raccogliere dati su associazioni ebraiche e dissidenti.

Silenzi e complicità
Nel Regno Unito gli 007 del MI5 hanno documentato tentativi di rapimento contro giornalisti dell’emittente Iran International. Due reporter sono stati messi sotto protezione dopo che un commando iraniano, operante tramite investigatori privati, aveva progettato un’operazione di sequestro e trasferimento in Iran. La stessa Masih Alinejad, giornalista e attivista per i diritti delle donne, è sopravvissuta a un tentativo di rapimento orchestrato tra Iran, Canada e Stati Uniti. Tutti i documenti investigativi puntano su un punto solo: la repressione non è più nazionale, è globale.

A Madrid, nel novembre 2023, Alejo Vidal-Quadras, ex vicepresidente del Parlamento europeo e fondatore del partito di destra Vox, sopravvive miracolosamente a un colpo d’arma da fuoco in pieno centro. Figura centrale del fronte europeista e tra le voci più critiche del regime iraniano in Spagna, Vidal-Quadras era stato uno dei principali sostenitori internazionali del Mek, l’organizzazione dei Mujahedin del Popolo.

L’attentatore, un cittadino francese con legami in ambienti islamisti radicali, viene arrestato poco dopo. Le autorità spagnole – supportate da elementi raccolti dall’antiterrorismo francese – ipotizzano il coinvolgimento di cellule legate all’intelligence iraniana, in una vendetta politica orchestrata attraverso terzi, come da modello operativo consueto della Quds Force.

Lo scudo della cultura
Mentre i sicari agiscono nel buio, la macchina culturale del regime lavora alla luce del sole. A Madrid, sede europea di HispanTV, il canale satellitare in lingua spagnola controllato direttamente da Teheran, si produce quotidianamente propaganda in chiave anti-americana, antisionista e anti-Ue. La televisione ha goduto per anni della collaborazione di Pablo Iglesias, leader di Podemos ed ex vicepresidente del governo spagnolo, che ha condotto il talk show Fort Apache, finanziato dalla stessa emittente. Il flusso di denaro – alcuni milioni di euro – è stato confermato da inchieste giudiziarie e rapporti del Cni.

A Berlino, Amburgo, Bruxelles e Vienna operano centri culturali e religiosi sciiti che ricevono fondi dal governo iraniano. Le pubblicazioni, le celebrazioni religiose, i corsi di lingua e teologia sono strumenti di penetrazione ideologica. Ma dietro questi eventi si celano reti di raccolta informativa che segnalano dissidenti, documentano attivisti e schedano manifestanti.

Una strategia di dominio senza uniformi
Teheran ha costruito una strategia di dominio invisibile, in cui religione, diplomazia, violenza e criminalità organizzata si fondono in un’unica infrastruttura. Il nemico è chiunque osi contestare l’ordine islamico, anche a migliaia di chilometri di distanza. Chi fugge, chi denuncia, chi pubblica: nessuno è al sicuro.

I governi europei hanno troppo a lungo considerato questi episodi come isolati. Ma la mappa è ormai chiara. L’Iran ha portato la sua polizia segreta in terra europea, nascosta sotto la toga dei diplomatici, le vesti dei religiosi o la felpa dei motociclisti.

La Repubblica Islamica ha imparato a usare le nostre libertà contro di noi. Ha trasformato l’asilo in una trappola, la stampa libera in un bersaglio, la diplomazia in un’arma. Le democrazie liberali non possono più permettersi il lusso dell’indifferenza.

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