Lanceolata, media e major La piantaggine, un’erba buona diffusa grazie alle scarpe degli inglesi

È una pianta che ha mille nomi locali, tanta è la diffusione in tutto il Paese, e alla quale purtroppo non diamo l’attenzione che merita, forse proprio a causa del suo essere così comune

Plantago lanceolata, @Michel Langeveld, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

Facile trovarla, difficile prenderla sul serio, perché la piantaggine è un’erbaccia, e per giunta invasiva, una specie ubiquitaria e rustica, che si adatta a quasi tutti i climi e suoli, e che è possibile trovare in prati, pascoli, incolti, macerie, ai bordi delle strade e negli orti, fino a duemila metri circa di altezza. Insomma, una pianta su cui non ci si sofferma. Si dovrebbe farlo, invece, perché è utile, ed è buona. Può servire per alleviare il fastidio dei graffi e delle punture d’insetto ma è anche commestibile, e ha un sorprendente sapore di funghi.

In Italia, le specie più comuni e di maggiore interesse sono tre, tutte ugualmente utilizzate: plantago lanceolata, plantago media, plantago major. Plantago sembra provenire dal latino plánta, cioè simile alla pianta del piede, in riferimento, probabilmente, alle dimensioni e alla forma delle foglie. Per alcuni, invece, potrebbe derivare dai termini sempre latini planta e agere, cioè la pianta che fa crescere altre erbe.

Di certo, accompagna l’umanità da molto tempo. Analisi compiute sul polline trovato in sedimenti lacustri e torbiere hanno dimostrato come la pianta fiorisse abbondantemente già cinquemila anni fa, quando iniziarono le prime coltivazioni. Nell’antichità, tutte e tre le specie erano considerate preziose sia per uso interno sia per uso esterno. Teofrasto, nel terzo secolo avanti Cristo, cita la piantaggine lanceolata tra le verdure selvatiche che spuntano in primavera. Oltre a descrivere le numerose applicazioni medicinali delle foglie e delle radici delle diverse specie, Dioscoride ne menziona il consumo come verdura cotta, con le lenticchie.

Diffusa in tutta Italia, è nota con un numero esorbitante di termini locali. In Emilia-Romagna erba di p’chee, lanzola o linzola, leingua ad can o lengua ed can, leingua d’oca, orecia d’asan, piantazna; in Lombardia cortellana, erba cortella, lengua de cà o lengua de can; in Veneto piantagine femina, piantazemo o piantazeno; in Sardegna erba crabuna, lingua de cani, nerviada, niriada; in Sicilia centunervi strittu; in Piemonte aurigi d’aso, cugiè, cutela, fojola, lengua de can o lingua d’can, piantajo, piantia; in Friuli plantagn di save, plantagn lungh; in Liguria erba de sinque nuei, erba di quattro coste, erba nervina, lansairoera, lengua de can, luegna, sinquenui, ueggia de gattu; in Calabria cincunervi; in Abruzzo cendenierve o cinghenierve; in Toscana agnoglosso, arnoglossa o arnoglosso, capo di serpe, cinquenerbi o cinquenervi, lanciuola, lingua canina, lingua di botta, mestolaccio, orecchio d’asino, piantaggina lunga, piantaggine, piantaggine femmina.

Il particolare nome anglosassone della piantaggine, white man’s foot, letteralmente piede dell’uomo bianco, allude ai semi della pianta, che sono stati diffusi ovunque in epoca coloniale, trasportati sotto le scarpe e nei risvolti dei pantaloni. O così almeno pensavano gli indigeni americani, che non l’avevano mai vista prima dell’arrivo degli europei.

La piantaggine è ricca di mucillagini, che gonfiandosi nell’intestino agiscono da lassativo ed emolliente decongestionando le mucose irritate, ma anche di tannini con proprietà astringenti ed emostatiche. Ha una buona quantità di glicoside aucubina che stimola la secrezione di acido urico, vitamine A, C, K, acido silicico, flavonoidi e pectine e tutta la pianta è antibatterica ed espettorante, ottima per le affezioni delle vie respiratorie e per il trattamento delle allergie. Se ne fanno infusi, succhi, decotti ed è indicata nelle affezioni del cavo orale e della gola, nei disturbi gastrici, in caso di congiuntivite e ulcere, ferite e bruciature.

Per uso esterno, l’infusione, ma anche le foglie fresche triturate, possono essere impiegate per le piaghe che cicatrizzano con difficoltà, mentre il succo fresco può essere impiegato nella preparazione di caramelle efficaci in caso di tosse, e come pronto intervento per le punture di insetti. Gli estratti acquosi hanno proprietà idratanti della cute e possono servire per preparare maschere e creme per reidratare le pelli secche e disidratate.

In cucina oltre alle foglie piccole, giovani e tenere, vengono utilizzate anche le infiorescenze ancora immature della piantaggine maggiore, che ricordano molto il fungo fresco. Sono ottime nella preparazione di zuppe, minestre di verdure, risotti, vellutate, insalate, oppure ripassate in padella, cotte come gli spinaci.

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