Se sono ortiche pizzicheranno Una peluria urticante nasconde doti eccellenti

Secondo Ildegarda di Bingen, celebre erborista, «in ciascuna creatura che viene da Dio, anche quella che sembra più inutile, vi è un’utilità anche se l’uomo non la conosce». Andiamo allora alla ricerca delle tante proprietà di questa pianta spontanea

Foto di Paul Morley su Unsplash

L’ortica non gode di buona fama, perché è “un’erbaccia”, perché la peluria delle sue foglie irrita la pelle con cui viene a contatto – da qui il nome: urtica, cioè brucia -, perché infesta i luoghi incolti, mettendo a rischio le gambe e le mani degli escursionisti, perché quando si parla di sprecare o buttare via qualcosa di utile si dice “gettare alle ortiche”.  E perché persino nei racconti popolari è proverbiale, come nella infinita serie di dicerie attribuita a Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. «Qual è quell’erba che fin i ciechi la conoscono?», Bertoldo: «L’ortica».

Invece, vale la pena di munirsi di guanti e raccoglierla, soprattutto a inizio stagione, quando le foglie sono ancora tenere, e in ogni caso prima della fioritura, a giugno/luglio, perché è buona (basta bollirla) e fa benissimo. Bisogna cercarla nei campi e nei terreni incolti, nei luoghi umidi e ricchi di azoto, meglio se ombrosi, come boschi e corsi d’acqua, mentre non ama il caldo secco e i terreni aridi.

Era una estimatrice dell’ortica la geniale e visionaria monaca benedettina Ildegarda di Bingen, che tra le altre cose era erborista, e la sconsigliava cruda (!), ma la raccomandava cotta, poiché spurga lo stomaco. Diceva che «in ciascuna creatura che viene da Dio, anche quella che sembra più inutile, vi è un’utilità anche se l’uomo non la conosce».

Questo è molto vero per l’ortica: da tutte le parti della pianta (foglie, radici e gambo), si possono ricavare sostanze utili per l’organismo.

Non a caso è utilizzata sin dall’antichità come alimento e medicinale. Nell’antico Egitto, per curare le artriti, dai legionari romani per alleviare i dolori muscolari e i reumatismi, e rimedi medicinali a base di ortica sono descritti da Teofrasto, Plinio il Vecchio, Ippocrate. In più, è facile da trovare perché è diffusa in Europa, Asia, Nord Africa e Nord America, anche se le sue origini risalgono alle regioni più fredde dell’Europa e dell’Asia.

La “puntura” delle foglie è dovuta a piccole sacche colme di sostanze irritanti che liberano il loro contenuto quando si sfregano e a volte può essere molto dolorosa. Un antico rimedio della nonna consiglia in questi casi di usare la menta piperita: il mentolo, infatti, ha proprietà anestetizzanti.

Per il resto, sono tanti i benefici: contiene proteine, zolfo, calcio, ferro, potassio, è ricca di antiossidanti, ha proprietà diuretiche, antidiabetiche e antinfiammatorie, può aiutare in caso di infezioni del tratto urinario e calcoli renali, ed è un ingrediente prezioso in cosmesi, come trattamento per l’acne giovanile e nelle lozioni per i capelli.

Meno noto, ma ugualmente importante, è l’impiego delle sue fibre nell’industria tessile: dalle uniformi dell’esercito di Napoleone a quelle dei tedeschi nel Novecento. A cavallo della prima e della seconda guerra mondiale, infatti, sostituì il cotone, diventato introvabile, e trovando per la prima volta impiego nella produzione industriale. Un uso che si sta riscoprendo anche in Italia in questi anni come lavorazione artigianale ed ecosostenibile.

Infine, il macerato viene impiegato in agricoltura biologica per tenere lontani gli insetti e prevenire malattie come oidio e peronospora, e come fertilizzante organico alternativo.

Per trarre beneficio dalle sue proprietà, in erboristeria si usano decotti di foglie essiccate, ma ci sono anche modi molto più piacevoli di consumarla, come ad esempio in risotti, frittate, minestre. O anche un pesto, da solo, o mescolato al basilico per condire lasagne e primi piatti. E poi, insieme alla ricotta nel ripieno per i ravioli, come ingrediente per gli gnocchi o le torte salate. O anche, semplicemente, come contorno: lessate e condite con olio e limone.

Del resto, ha un passato divino: in un quadro di Albrecht Durer, famoso pittore e incisore tedesco della fine del Quattrocento, un angelo offre al Creatore un’ortica.

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