Monopoli mediaticiLa vera minaccia alla libertà di stampa in Europa è la concentrazione del mercato

La nuova edizione del Media Pluralism Monitor rivela come i media europei siano sempre più vulnerabili, non tanto per repressioni dirette, ma per l’indebolimento economico delle testate indipendenti

Unsplash

La settimana scorsa è stata pubblicata la nuova edizione del report Monitoring media pluralism in the European Union (Mpm), curato dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom (Cmpf) dello European University Institute (Eui) di Fiesole. Finanziato dalla Commissione europea e pubblicato fin dal 2013, il monitoraggio offre un’analisi comparata della situazione attuale e dei potenziali rischi per il pluralismo dell’informazione in trentadue Paesi europei – oltre ai ventisette membri dell’Unione europea, anche Albania, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia e Turchia.

Per stimare il grado di rischio per il pluralismo dell’informazione in ciascun paese, vengono tenuti in considerazione e valutati parametri di diversi ambiti: legale, economico e politico.

Una delle innovazioni metodologiche del report, infatti, è la scelta di affiancare a indicatori più classici, come le leggi a protezione della libertà di stampa e gli attacchi subiti dai giornalisti in ciascun paese, anche indicatori come proprietà dei media, influenza degli editori e inclusività del panorama giornalistico, per offrire valutazioni il più complete possibile, sulla salute dell’informazione nei Paesi osservati.

Il report è, in breve, la fotografia più accurata della libertà di stampa in Europa. Uno dei risultati più accessibili, tra quelli contenuti nel Mpm, riguarda gli indici tematici.

Per ciascuno dei ventisette Paesi membri vengono compilati cinque diversi indici. Quattro sono incentrati su diversi indicatori relativi al pluralismo e alla libertà dell’informazione: «Protezione fondamentale», le norme a difesa del diritto a informare e a essere informati; «Pluralismo del mercato», l’effettiva diversità dell’offerta informativa; «Indipendenza politica», la capacità della politica di influenzare la linea editoriale dei diversi media; e «Inclusività sociale», la diversità riscontrabile tra chi si occupa d’informazione (età, genere, provenienza).

Il quinto indice è l’indice generale, e si basa sulle medie ottenute nelle altre quattro classifiche. Ogni indice assegna a ogni paese uno specifico grado di rischio di deterioramento del pluralismo e della libertà d’informazione.

Per facilitare i confronti, inoltre, il report è corredato di una mappa interattiva che permette di confrontare a colpo d’occhio la situazione in tutti i Paesi per ciascun indicatore dei quattro indici analizzati («Protezione fondamentale», «Pluralismo del mercato», «Indipendenza politica» e «Inclusività sociale»).

Nell’indice generale, salta subito all’occhio la situazione particolarmente preoccupante dell’Ungheria, cui viene assegnato un grado di rischio del settantaquattro per cento, a fronte di una media Ue del quarantanove per cento. Come più volte raccontato in questa rubrica, per esempio qui, il governo ungherese ha fortemente indebolito i media indipendenti, arrivando a controllare la quasi totalità della sfera pubblica magiara, direttamente o indirettamente tramite imprenditori affini.

I mercati dell’informazione più pluralistici restano invece quelli dei Paesi scandinavi, dei baltici (Lettonia esclusa) e dell’Europa centro-settentrionale, mentre tra i Paesi messi peggio spicca la situazione di quelli mediterranei e dei due membri Ue dei Balcani orientali.

Dopo l’Ungheria, infatti, i Paesi dove l’offerta mediatica è meno diversificata, e più alto è il livello di dipendenza dei media dalla politica, sono Malta e Romania, seguite da Cipro, Bulgaria e Grecia, che si collocano molto in basso in tutti e quattro gli indicatori valutati nel documento.

Guardare agli indicatori singoli, tuttavia, permette di farsi una visione più accurata. I Paesi dell’Europa centro-settentrionale meglio posizionati nell’indice generale – Germania, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi – presentano un quadro normativo («Protezione fondamentale») particolarmente favorevole ai media, che sono a loro volta relativamente indipendenti dalla politica.

Anche in questi Paesi, tuttavia, stanno emergendo rischi nell’ambito del pluralismo del mercato dell’informazione, segno che le pressioni cui stanno soccombendo i media indipendenti derivino più dalle dinamiche di mercato che dalle interferenze della politica. Sia tra media tradizionali, che media digitali, si stanno consolidando tendenze oligopolistiche che vanno a nuocere alla biodiversità informativa degli ecosistemi mediatici dei Paesi Ue, al contempo minacciata, anche dalla crescente concentrazione della proprietà delle piattaforme digitali, che regolano distribuzione e accesso alle fonti informative.

Per dirla in breve, nella maggior parte dei Paesi Ue, le minacce esistenziali per la libertà di stampa non arrivano da leggi liberticide o da governi ostili ai media, ma dalle attuali dinamiche del mercato dell’informazione: sempre più concentrato, sempre meno libero.

Una delle novità del Mpm di quest’anno è l’analisi di alcuni ambiti specifici che verranno toccati dallo European Media Freedom Act (Emfa), il regolamento con cui la Commissione mira a proteggere l’autonomia dei media, specie quelli pubblici, nei Paesi membri.

L’Emfa, difatti, dovrebbe influire proprio sugli ambiti principali da cui dipende l’effettiva libertà d’azione dei media: indipendenza del servizio pubblico (approfondito qui), strumentalizzazione dei fondi pubblicitari statali (affrontata qui), concentrazione della proprietà dei giornali.

Nel report appena pubblicato, la situazione in questi tre ambiti viene analizzata per ciascun Paese dell’Unione, nel tentativo di provare a capire quanti gli stati Ue siano «pronti» a recepire le richieste della più ambiziosa normativa che l’Unione europea abbia mai approvato per difendere la libertà di stampa.

X