Vecchia puttana di palcoscenicoIl secolo di Gassman e Taricone e le chat nascoste dei tempi nostri

Se quel secolo lì fosse stato come questo, il Mattatore non ce l’avremmo avuto. L’avrebbero cacciato all’altezza di «Chi è ’sta cicciona?»

(Il Sorpasso)

«Sono una vecchia puttana di palcoscenico». Lo diceva Vittorio Gassman per spiegare che, dopo essersi accorto di quanto il pubblico ci tenesse a rassicurarlo e a manifestargli il proprio affetto se sul palco si scordava qualcosa, aveva preso a fingere vuoti di memoria.

Ieri era una giornata di anniversari tristi, quindi per distrarmi RaiPlay mi ha mandato Panicucci Oreste. Panicucci Oreste è uno delle decine di personaggi che, nel novembre 1985, Gassman interpretò in una cosa talmente dimenticata che quasi non me ne ricordavo neppure io. S’intitolava “Cinecittà Cinecittà”, andò su Rai2, i critici lo massacrarono al grido di «ormai hai un’età, ancora ci rifai “Il mattatore”». Naturalmente è pieno di meraviglie e oggi ci sembrerebbe la cosa migliore del palinsesto, ma quello più che merito di Gassman è il portato del declino delle élite: sono passati quarant’anni.

Panicucci Oreste, disperato mitomane autocertificantesi classe e stile, che tenta disperatamente di ottenere una parte da un qualsivoglia produttore, fa molto ridere, ma ancora più ridere fa il constatare che le élite declinano ma i temi di discussione sono immobili.

Vi trascrivo una tirata del Gassman dell’85, su Cinecittà abbandonata dalle produzioni cinematografiche: «Sarai contento. Parlo con te, telespettatore. Lo sai, no?, che la responsabilità di questa crisi di Cinecittà è vostra, è tua. Di te, che te ne stai lì, ti vedo sai, davanti al televisore, l’oppio dei popoli. Col fiasco di vino, i piedi sul tavolo, lèvati almeno lo stuzzicadenti dalla bocca! E andate, tornate al cinema, questa festa d’arte, della cultura, questo grande rito che ti fornisce tutto, non c’è che l’imbarazzo della scelta, guarda qui [sfoglia la pagina della programmazione in sala]: Alcione, “Pierino e l’esperta di lingua”, vabbè, Quirinale, “I tre carabinieri e la porno…” – vabbè, magari per una sera potete pure rimanere davanti al televisore, male non vi fa». C’è persino il film di Pierino, ad Alvaro Vitali appena morto: poteva essere più attuale?

Alcuni mesi fa a Roma ha chiuso non ricordo già più che sala, ed è partita la chat tra le migliori menti del cinema romano, dopo i successi di quella del 25 aprile: salviamo le sale cinematografiche. «Il concetto di socialità deve rimanere alla base di una fruizione artistica», scrivevano i nostri prodi, e non c’era neppure un Gassman a farne parodia.

Come sempre, le chat parallele a quella ufficiale, in cui i vili esponenti della cultura italiana dicevano ciò che non avrebbero mai osato dire nella chat delle buone intenzioni, erano più divertenti. Caro produttore Tal dei Tali che ti contrisci per le chiusure, ma coi soldi che hai buttato a finanziare il regista Talaltro dei Talaltri, sai quante sale cinematografiche avresti potuto salvare?

È stato lì che ho iniziato a chiedermi a che posto stesse, tra i miei Gassman preferiti, l’Elisa di “La musa”, l’episodio dei “Mostri” in cui, vestito da donna, l’uomo più bello del Novecento italiano proponeva come vincitore dello Strega un romanzo in cui sentiva «nerbo, virilità: con tutte queste checche in giro», e solo perché si portava a letto l’autore. Pensa oggi.

Ma pensa oggi anche all’impresentabilità di Gassman nel ruolo di Gassman che spiega la recitazione, in “Cinecittà Cinecittà”, dicendo che «l’attrice non deve saper fare un tubo: gli unici due tipi vincenti femminili nel cinema sono la scema affettuosa e l’intellettuale scassapalle», per poi suggerire a chi voglia rimorchiare sul set di puntare le parrucchiere perché le attrici sono «frigide e asessuate». Mi sembra già di vedere la petizione che ne chiede l’azzeramento della carriera: che fortuna che fosse un secolo con meno petizioni, meno opinioni, meno tutto.

Ma forse non sarebbe mai arrivato all’essere un sessantatreenne che cazzeggiava a Cinecittà, facendo scrivere a Beniamino Placido «Gassman non si rende conto di proporci la stessa minestra riscaldata di venticinque anni fa. Con l’aggravante che venticinque anni fa c’era un solo canale televisivo, autorizzato a dirci: “O mangi questa minestra o ti butti dalla finestra”. Mentre oggi di canali televisivi allettanti ce n’è almeno una mezza dozzina», e procedendo poi a pentirsi di non avere invece guardato “Drive In”.

Non riesco a immaginare cosa scriverebbe un Placido di oggi (figura inimmaginabile) dello spettacolo d’un Gassman di oggi (figura altrettanto inimmaginabile): forse che avrebbe dovuto invece guardare “Lol”? Ho il sospetto che Placido si trattenga a stento dallo scrivere che insomma, come si può passare da Pasolini a questa robetta (quell’estate Gassman aveva girato l’adattamento televisivo di “Affabulazione”, dal quale si era portato sul set di “Cinecittà Cinecittà” vari attori, da Ninetto Davoli a Fanny Ardant: il pezzetto con la Ardant è stupendo, ma credo che Placido si fosse fermato alla prima puntata, e neanche aveva RaiPlay, povero lui).

Se quel secolo lì, pur identico a questo qui nelle preoccupazioni, fosse stato come questo anche nelle modalità suscettibili, il Gassman sessantenne non ce l’avremmo avuto. L’avrebbero cacciato dal consesso civile quarantenne, all’altezza di «Chi è ’sta cicciona?» «Mia madre» «Perbacco, bella donna» (è il Bruno Cortona del “Sorpasso”, spero lo sapeste già).

O poco più che cinquantenne, quando l’avvocato ambizioso che aveva sposato per soldi l’ereditiera cessa diceva al fantasma della moglie che no, non l’amava neanche ora, «se una non è stata importante da viva non è importante neanche da morta» (so che lo sapete: è il Gianni Perego di “C’eravamo tanto amati”).

Invece per fortuna era quel secolo lì, in cui il maschio stronzo era un carattere, e noi eravamo in grado di usarlo per intrattenerci senza sentircene sminuite. Ieri, oltre a essere venticinque anni dalla morte di Vittorio Gassman, erano quindici da quella di Pietro Taricone, che al finire del secolo sembrò dare per un attimo un senso persino ai reality, e che poi è morto troppo giovane per riuscire anche lui a diventare una vecchia puttana di palcoscenico.

Era, il secolo di Gassman e di Taricone, quando non miravamo soprattutto a venire percepiti come brave persone (non essendolo) e quindi non ci spaventava vedere i nostri peggiori difetti, in forma brillante, incarnati dalla gente dentro agli schermi. Dice Gassman a un certo punto di “Cinecittà Cinecittà” «Quando sentirete dire di un attore “quant’è buono, quant’è simpatico”, state tranquilli che si tratta di un fallito: l’odio è il segno del successo», ed è tutto rimasto uguale identico, solo che oggi un inimmaginabile Gassman le verità scostumate le direbbe nelle chat parallele, mica in quella che vedono tutti.

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