L’ultima volta che ho preso l’aereo è stato per andare al funerale di mio padre, undici anni fa. Intanto, alla tv passa la pubblicità di una marca di cibo per gatti con Robbie Williams, il telefono mi dice che c’è un thread dei Blur che potrebbe interessarmi, non credo, Glastonbury ha anche lui i suoi Patagarri e il mondo è diventato un posto pieno di sciroccati che come riferimento hanno Alexa Chung che fa la pubblicità di Burberry e non Kate Moss con gli Hunter: voglio dire, c’è un limite a tutto, anche al non capire la differenza tra attitudine e pubblicità.
La verità è che questi sono anni di mezze seghe, con quelli che devono portarsi sul palco la bandiera della Palestina per finire sui giornali, quelli che pensano che il feticismo del gimmick e la posa morale bastino per fare di loro degli headliner o degli artisti, ed è così che Glastonbury è diventato il Live Aid delle pippe. Per fortuna, a un certo punto, sono arrivati sul palco i vecchi e se la sono portata a casa. Nel 2008 Noel Gallagher disse che Jay Z a Glastonbury non andava mica bene, perché se una cosa non è rotta non è che c’è bisogno di aggiustarla. Jay Z non rispose, ma a Glastonbury si presentò sul palco con la chitarra e attaccò a cantare “Wonderwall” con il pubblico in delirio che la cantava al posto suo perché lui, ricordiamolo, ha novantanove problemi e uno di questi è non sapere il testo della seconda canzone inglese più famosa al mondo.
Dicevamo, appunto, l’attitudine. La filosofia straight edge negli anni Novanta era ben praticata: non bevo, non fumo, non mi drogo, sono vegano, metto la kefiah e vado in Conchetta a sentire i Cheval de Frise. Oggi uguale, ma con musica di merda. La miseria si manifesta quando i cantanti fanno finta di dire cose “controverse”: cosa ci sarà mai di controverso nel ripetere quello che il pubblico vuole sentirsi dire? Se uno vuole farsi fare la morale va a un comizio del Partito democratico, che almeno è gratis, almeno credo. I cantanti pensano di avere un pubblico o un elettorato? Le bandiere sono marketing a costo zero, nessuno parlerà di quanto sei scarso, o fenomenale, perché sono tutti impegnati a parlare della bandiera e di quanto sei buono, ma non bravo, e questo è un problema soprattutto per i fenomenali, e non per gli scarsi. Il poser etico ha sostituito l’attitudine con il marketing, e se il marketing è a costo zero, lo sarà pure il ritorno.
Liam Gallagher, a tre giorni dalla reunion che abbiamo aspettato per sedici anni, ha pensato bene di scrivere un tweet con una parola che gli asiatici considerano un insulto, ma a nessuno questa volta è venuto in mente di boicottare il tour, e io ora mi chiedo: non è che bastava avere un talento gigantesco per far finire la cancel culture? Uno su X ha commentato «ma cosa vi aspettate da un uomo bianco che scrive RASTAS tutti i giorni da anni?», ed è subito nostalgia dell’appropriazione culturale come fatto, come idea, come manifesto, ma volesse il cielo che almeno sparirebbero quelli che fanno finta di essere degli artisti. Io, intanto, prego ogni giorno che nessun Gen Z scopra mai che al culmine della carriera Noel Gallagher a mezzo stampa augurò a Damon Albarn di prendersi l’Aids.
L’annuncio della reunion degli Oasis è stato il più bel giorno della vita di molti, purtroppo non di tutti, perché è un mondo brutto quello in cui preferiamo i nostri figli ai fratelli Gallagher.
Gli Oasis non solo non hanno messo i biglietti a dieci euro, ma hanno pure messo in piedi una rapina a volto scoperto: il parka Burberry, il parka Stoneisland, il parka come concetto, la collezione Adidas The band with the three stripes, la maglia del Manchester City disegnata da Noel usando il font più brutto che si sia mai visto, la maglia del Bohemian FC, tutta la capsule collection Oasis di Amazon, tutte le riviste con i cugini Gallagher in copertina, e soprattutto il parka “Lidl by Lidl” della Lidl con tasca refrigerata per tenerci le birre. Così come “chi non è socialista a vent’anni è senza cuore, chi lo è ancora a quaranta è senza cervello”, così è giusto essere team Blur a vent’anni, ma se lo sei a quaranta fatti due domande. Il perché è drammatico: il prime di Damon Albarn è tra il 1994 e il 1997, mentre il prime dei Gallagher è adesso. Chiamiamola crisi di mezza età, chiamiamolo film di Muccino Gabriele, chiamiamolo cortisolo, ma questo è. Per la Gen Z uguale, con in più la retroattrazione: ci sono orde di ventenni che sono andate fuori di testa per i Gallagher ventenni, cioè si sono innamorate di persone che non esistono più, poi sono arrivate pure le Gen Z per Damon Albarn, poi se non è appropriazione culturale questa non so che dire.
Un grande pregio degli Oasis, oltre ad aver fatto la storia con tre note, tre parole e zero bandiere, è di aver reso ininfluenti le domande delle interviste. Se il giornalista pensa che si parlerà della sua intelligentissima domanda e non di Noel Gallagher che definisce Twitter un parco giochi per idioti con l’augurio che Trump e suo fratello facciano un frontale a bordo di due auto a guida automatica, beh, devo dargli una brutta notizia.
Poi, se per intervistare un cantante bisogna prima passare dalla casa discografica, dall’ufficio stampa, da quello che gestisce i social con tre call e quattro Zoom, che esca qualcosa di autentico è complicato se non hai davanti un Gallagher a scelta o Fabri Fibra o Vasco Rossi. Questa sera ci sarà il primo concerto degli Oasis a Cardiff, io tra qualche settimana prenderò un aereo dopo undici anni per andare a Londra, e speriamo che vada meglio dell’ultima volta.