Royal RumbleLe caotiche primarie del Pd, e la missione impossibile dei suoi segretari

“Perché non vinciamo mai?” è la domanda che si fanno gli elettori del PD a ogni sconfitta. È anche il titolo del libro di Antonio Ferrante, che prova a dare una risposta con ironia, ripercorrendo le tante mutazioni del partito e gli eterni congressi,

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Le primarie del PD per la sinistra italiana sono la finale dei mondiali o, per gli amanti del wrestling, la Royal Rumble: un evento nazionale, pieno di tensione, drammi, sorprese e risultati contestabili e contestati. È l’unica elezione che il PD riesce davvero ad organizzare quasi bene, anche se a volte è riuscito ad uscirne addirittura più debole di prima.

Nel PD, le primarie sono a volte strumento, a volte vocazione, altre ancora grimaldello, dipende dalle stagioni. Non a caso, a seconda dell’utilità delle correnti che hanno già scelto il segretario, si esaltano o si stigmatizzano.

In queste occasioni si profonde il massimo sforzo di partecipazione, si assiste a dibattiti accesi, i gazebo appaiono affollati, ma solo perché progressivamente ridotti di numero nel corso degli anni, con tanto di lunghe file di votanti sotto la pioggia battente.

La suspence sul vincitore, al netto dell’ultimo congresso, solitamente ricalca quella delle partite del dream team di basket americano alle Olimpiadi che sbarca già con la medaglia d’oro in tasca. Questo perché le principali correnti si mettono d’accordo su chi sarà il segretario prima ancora che si presentino le candidature. […]

Sulla base di questi presupposti, possiamo distinguere tre tipologie di primarie PD:
1. Le primarie vere, più uniche che rare: due o tre candidati con visioni diverse si presentano. La partecipazione è forte. Alla fine, si vince di poco. Ma si perde tutti insieme nel giro di sei mesi.
2. Le primarie telecomandate, sostanzialmente la regola. Tipicamente, c’è un candidato favorito dal partito, uno messo lì per non far brutta figura o qualche “outsider” pieno di buone intenzioni ma non sostenuto da nessuna corrente. Il secondo prende il 24% e viene definito “grande protagonista”.
3. Le primarie catastrofiche, di cui si è parlato sopra. Vince quello che nessuno si aspettava. Il partito entra in crisi. Il giorno dopo arrivano le dichiarazioni: “Serve un chiarimento politico.”

Al netto della tipologia 2, le fasi delle primarie sono sostanzialmente cinque:
– Fase 1: Tutti dicono che sarà una festa della democrazia.
– Fase 2: I candidati iniziano a pizzicarsi sostenendo che l’altro “non rappresenta i valori autentici del PD”, quando non si prendono proprio per imbroglioni a vicenda.
– Fase 3: Le correnti si schierano, ma negano di farlo.
– Fase 4: Qualcuno denuncia brogli (di solito quelli che perdono).
– Fase 5: Vince uno.

Tutti si dichiarano uniti dietro di lui. Dopo due settimane, cominciano le bordate a mezzo stampa e social su tutto, dalla linea politica fino all’abbigliamento.

Il fortunato vincitore scoprirà così a breve di avere ottenuto un mandato fragile dentro a un partito diviso ma contento di aver votato e, come extra, riceverà in premio l’odio e il rancore degli sconfitti.

Ecco perché le primarie PD sono l’equivalente politico di un Natale tra parenti: si parte con le migliori intenzioni ma si finisce per tirarsi i piatti e, nonostante tutto, si continua a organizzarle, perché alla fine per gli iscritti sono l’ultima cosa che dà l’illusione che il PD sia ancora un partito “di popolo”.

Almeno finché non arriva il sondaggio di Mentana del lunedì sera a dire il contrario. […]

Essere segretario del PD non è un mestiere: è una missione impossibile, con termine incerto e riconoscimento variabile.

Appena eletto, il segretario è il volto del cambiamento. Viene accolto da standing ovation, editoriali entusiasti e tweet con cuoricini rossi.

Dopo 10 giorni:
– Qualcuno dice: “È troppo prudente.”
– Qualcun altro dice: “È troppo divisivo.”
– I sondaggi: “Chi?!”

Dopo un mese:
– Le correnti che lo avevano sostenuto iniziano a criticarlo con discrezione.
– I fedelissimi diventano “delusi”.
– I giornali parlano di “malumori crescenti”.

Nel PD, il segretario è il capro espiatorio con diritto d’intervista. Un segretario del PD, per sperare di restare in sella almeno per metà del suo mandato, deve allo stesso tempo:
– Mediare tra chi si odia da 20 anni.
– Scrivere documenti che non offendano nessuno.
– Rappresentare l’identità del partito (che non esiste).
– Convincere gli elettori di sinistra che non è troppo moderato e quelli moderati che non è troppo di sinistra.
– Perdere con dignità. E poi rimanere. O dimettersi. Ma rimanere. Ma dimettersi.

Se volessimo provare a riassumere le tipologie di segretario nella storia del PD potremmo classificarli così:
1. Il sognatore/fondatore. Quello che diceva “un partito nuovo!”, salvo accorgersi dopo sei mesi che il nuovo è pieno di vecchio. Allora provava a piazzare isuoi alle politiche senza uno straccio di logica, ottenendo una sonora sconfitta. Finale scontato, le dimissioni, con l’aggravante di lasciare in dote al suo successore, normalmente acerrimo avversario interno, i parlamentari a lui vicini che si mostreranno collaborativi con la nuova gestione con la stessa disponibilità di un padrone di casa cui hanno occupato abusivamente l’appartamento.

2. Il rottamatore. Entra in scena a colpi di slogan. “Riforme, riforme, riforme”. Poi il registro cambia: scissioni, scissioni, scissioni. Imbarca chiunque, dagli ex missini ai berlusconiani pentiti e raggiunge il quaranta per cento, sfida il restante sessanta e ovviamente perde tutto.

3. Il segretario che si crede premier. Dopo un po’ capisce che non lo sarà. Ma intanto ha fatto una bella campagna su Instagram e consegnato il Paese al centrodestra, litigando con Conte ma imbarcando il peggio dei Cinquestelle. Questione di agende.

4. La segretaria “rock”. Vince le primarie dopo aver perso nei circoli, cioè capovolge il voto degli iscritti del PD, il ché, per logica prima che per politica, dovrebbe essere un motivo per rammaricarsi. Invece nel PD non solo il voto di un tesserato di Fratelli d’Italia che ha due euro da buttare vale più di quello di un compagno che tiene nel portafogli la tessera PCI del ’52 firmata da Togliatti, ma si va pure fieri del risultato.

Al netto delle abissali differenze tra loro, il percorso di tutti i segretari PD è stato più o meno lo stesso:
1. Viene eletto tra gli applausi.
2. Parla di unità.
3. Le correnti si dividono su cosa significhi unità.
4. Il PD perde le elezioni.
5. Si dimette.
6. Viene rimpianto.

Il segretario del PD è come il protagonista di un noir politico: si presenta pieno di ideali, viene tradito da quelli che lo hanno sostenuto, e alla fine – mentre esce di scena – lascia un messaggio: “Bisogna ascoltare il Paese”. E il partito applaude. Per poi ricominciare da capo.

Perchè non vinciamo mai. Analisi semiseria di un partito mai partito - Antonio Ferrante - copertina

Tratto da “Perché non vinciamo mai. Analisi semiseria di un partito mai partito” (Gfe), di Antonio Ferrante, 10€, pp. 96

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