Ieri non ho dedicato neanche una riga all’ennesimo accenno di Pier Silvio Berlusconi alla possibilità di una sua prossima «discesa in campo», che non esclude ma nemmeno include (l’anno scorso diceva di subire il fascino della politica e di avercela persino nel dna, ma di non volerla fare lo stesso). Nemmeno una parola ho speso su tutti i giudizi da lui elargiti nella stessa occasione, a proposito di Ius Scholae e del futuro di Forza Italia, di Antonio Tajani e di Matteo Renzi, del governo e della presidente del Consiglio (nessuno dei quali avrà recato dispiacere a Giorgia Meloni). In tutta onestà, nonostante l’ampio spazio dedicato dai giornali alle sue parole, non mi pareva una notizia così interessante.
Ci torno oggi per un motivo doppiamente doloroso, dovendo non solo riconoscere di avere sbagliato, ma pure dare ragione a Marco Travaglio, che sul Fatto quotidiano segnala come nessuno degli articoli summenzionati abbia fatto notare l’aspetto più surreale della vicenda, e cioè il «monumentale conflitto d’interessi ereditario» del giovane Berlusconi, che dà ordini a Forza Italia e voti ai suoi dirigenti, nonché ministri. «Il tutto, tocco di classe finale, mentre sta presentando i palinsesti delle sue tv».