
A un certo punto del liceo avevo una cotta per un tizio persino più ossessivo di me nei consumi culturali. La sua panchina di riferimenti era fatta d’una mezza dozzina di film, uno dei quali era “Scarface”, quello in cui De Palma fa incontrare Michael Corleone e Elena di Troia.
Alla mia cotta di quegli anni piaceva tantissimo zittirmi con la frase che Al Pacino diceva alla fine del più grosso bisticcio con Michelle Pfeiffer – meglio: con la frase che il doppiaggio gli faceva dire. La sceneggiatura aveva fatto dire a Tony Montana «si piglia un Quaalude, e torna ad amarmi». Il doppiaggio si era preso l’ampia libertà di cambiarlo in «si fa uno scotch, e torna la stronza di prima».
L’insolenza funzionava benché imprecisa (bevevo praticamente qualunque cosa, whisky escluso), e mi è rimasta impressa perché gli anni delle videocassette doppiate e del numero finito di consumi culturali possibili facevano sì che guardassimo un film abbastanza volte da impararne il frasario.
Ho ripensato a Tony Montana a pagina 185 di “La mia personale idea di inferno”, che già dal titolo è debitore al doppiaggese (non so bene se attribuire quella ridondanza non italiana all’influenza di “Personal Jesus” o a quella di “My own private Idaho”).
Ma prima di arrivare a pagina 185 dobbiamo parlare di Giulio Somazzi, che ha poco più di quarant’anni, fa l’autore televisivo, e ora pubblica il suo primo romanzo, perché vuoi non pubblicare un romanzo: mica i tuoi genitori possono continuare ad affannarsi a mettere in pausa sui titoli di coda dei programmi per dimostrare agli amici che hai un lavoro, ormai sono anziani.
Tutto ciò però attiene all’età adulta, quando uno cresce, si fa una famiglia, si trova un lavoro, e s’illude di potersi lasciare alle spalle la lettera scarlatta. Sottovalutando noi puritani del Massachusetts e la nostra propensione al rinfaccio perpetuo: ogni gennaio, io mando a Somazzi lo stesso screenshot.
Nota bene: io Somazzi non lo conosco. Conosco il suo editore (il romanzo è pubblicato dalla Accento di Alessandro Cattelan), conosco (non lo vedo da vent’anni, ma lo conosco) il direttore editoriale che l’ha scelto, conosco parecchie persone con cui ha fatto trasmissioni. In Italia non si può fare la rivoluzione perché siamo tutti a un grado di separazione da tutti, ma anche perché abbiamo tutti il numero di telefono di tutti, anche della gente che non conosciamo se non per i trascorsi di quand’era giovane e picchiatella.
Quando aveva più o meno trent’anni (un’età già di suo ingrata), Somazzi era un romano di Twitter (si chiamava ancora così), ovvero la peggior specie di picchiatelli. Quelli permalosissimi ma convinti d’essere autoironici. Quelli che a quella storia della caput mundi ci hanno creduto davvero. Quelli che parlano un dialetto locale convinti sia una lingua nazionale. Lo dico arrubbando due righe a “La mia personale idea di inferno”, quando parla dei pariolini che vivono «comportandosi a diciotto anni come se ne avessero venticinque, a venticinque come se ne avessero quarantacinque, a sessantacinque come se ne avessero trentacinque». L’autopercepito spiritoso su Twitter trova sempre qualcuno che «genio, puntesclamativo», e in genere si comporta a cinquant’anni come se ne avesse quindici. Figuriamoci poi se è romano.
È stato proprio Somazzi, non molto tempo fa, a illuminarmi un dettaglio: la ragione per cui i romani sono convinti d’essere spiritosi è che sono molto maleducati. Mi disse una cosa tipo: tu entri in una stanza, e ti dicono «ahò, ma come te sei vestito»; e io pensai: ma guarda che ragazzo sveglio, per forza si è evoluto da picchiatello, vedi che poi ogni tanto persino internet non riesce a rovinarti del tutto. A meno che, certo, non si sia della scuola filosofica del sestessismo, per cui è un peccato che il Somazzi abbia rinunciato alla sua giovanile insolenza e smesso di sbeffeggiare la gente che passava dentro al televisore per andare a lavorarci insieme, «perché così conviene secondo l’utilitarismo morale di quei tempi bui» (questo è Nabokov su Cervantes, che avevo pensato di saccheggiare molto per questo articolo, poi mi sono resa conto che ho appena usato un Adelphi per parlare dei Gallagher, se ne uso un altro per parlare di Somazzi c’è caso che Calasso risorga per prendermi a calci).
Ma torniamo allo scorso decennio. Poiché all’epoca l’internet (non di riflessi rapidissimi) non aveva ancora capito che insultare me è un gioco al quale non si può vincere, romani e no mi insolentivano con più veemenza di ora. Quindi qualche mia amica aveva messo su mi pare un Tumblr (sono passati almeno dodici anni, non ho ricordi precisissimi) intitolato “Gli schiantati”, in cui immortalare i modi in cui si accartocciavano su loro stessi nel vano tentativo di scalfire la mia autostima, un bunker più impenetrabile di quelli nucleari iraniani. Un bel giorno, il Somazzi decide di andare su Google e cercare una mia foto.
Già sapete come va a finire, perché è abbastanza un classico il format dell’uomo che risponde alla donna «sì ma tu sei un cesso» (sottinteso: ho vinto io perché non ti scoperei, che è evidentemente ciò che desideri). Certi lo ripetono a vita, cercando invano per decenni una che resti ferita quanto vorrebbero all’idea che lui proprio non ti concederebbe a noleggio il suo pene.
Il dettaglio interessante è un altro. Per dirmi (ricopio dall’originale romanesco perché non voglio tradire la filologia) «Mettice questa su glischiantati se ciai er coraggio», Somazzi non aveva preso una foto recente (avevo all’epoca quarantun anni: Google non era pieno quanto ora di foto in cui sono lo Scrondo, ma ce n’era ampia disponibilità), ma ne aveva presa una con due caratteristiche.
La prima era che avevo ventiquattro anni e insomma non dovrò mica spiegarvi il concetto di bellezza dell’asino (il doppiaggese di beauté de l’âge è un omaggio a quel punto del romanzo di Somazzi in cui un personaggio ha un «treno di pensieri»).
La seconda era che quello era un servizio fotografico professionale organizzato dalla Rai perché stava per partire il primo programma che avrei condotto in radio, e io sapendo che veniva un fotografo mi ero presentata riccia, struccata, con una maglia elasticizzata e un orologio di Topolino: do sempre torto a quella mia amica che dice che devo ringraziare a vita i miei genitori per avermi sempre considerata un genio e una strafiga, cementando in me quella convinzione contro ogni evidenza, ma a guardare quella foto forse in effetti non sbaglia (cito di nuovo dal romanzo: «Ogni volta che si sentiva di somigliare a suo padre in qualcosa, provava un imbarazzo acuto che gli rimaneva addosso per un lasso di tempo che pareva eterno»).
Tempo fa mi hanno raccontato d’un autore che, discutendo d’una recensione che tutti tentavano di convincerlo fosse entusiasta, aveva obiettato «Ma non è che ci sia proprio scritto: che bel romanzo, come mi è piaciuto». Da quando me l’hanno raccontato, l’ho riferito ad almeno dieci romanzieri, e tutti hanno detto senza alcuna ironia: certo, è questo che vogliamo sentirci dire.
Di recente mi hanno proposto di recensire un romanzo americano, che mi hanno mandato accompagnato dall’informazione che era stato elogiato dal New York Times. Con una frase che mi suonava strana. Sono quindi andata a cercare la recensione, e sul NYT quella frase c’era solo per metà, poi l’editore italiano aveva aggiunto una metà che potesse far colpo sul pubblico di qui. Quindi adesso sto pensando al povero ufficio stampa di Accento che oggi cerca invano una frase di questo articolo da poter usare per pubblicizzare il libro, e alla fine si chiede se la sintesi «è come Nabokov, anzi come Cervantes» sia accettabile.
Mentre leggevo “La mia personale idea di inferno” pensavo agli anni di quella mia foto, quella scattata a RadioRai. In quegli stessi anni si svolge la più stupendissima scena del romanzo, in cui Somazzi (vabbè, il suo protagonista: come tutte le opere prime, questo romanzo contiene più autore che io narrante) è adolescente. Una scena di cui si potrebbe dire che è il suo tentativo di scrivere il “Lamento di Portnoy” (o come s’intitola ora). Una scena di cui io invece voglio dire solo due parole: Fanny Cadeo.
Una scena dopo aver letto la quale (io leggo disordinatamente, quindi quella scena, che è nella parte centrale, l’ho letta prima dell’inizio) ho continuato a pensare: ma tutto il resto del libro non serve, io voglio un film solo sulle rivalità familiari, solo intorno a quella scena, solo io ho capito la bellezza di quella scena, solo io ho colto, povero Somazzi, egli non saprà quant’è stupendissima quella scena finché non glielo svelo.
Poi sono arrivata a pagina 185, dove l’autore si scoccia di fingere che io sia un altro (questo è Rimbaud, lo dico sempre per l’ufficio stampa a caccia di colleghi di Somazzi cui la critica lo paragona), e ci spiega che il protagonista aveva deciso di scrivere un romanzo sui contrasti familiari che culminano nella scena a me cara, e che «il libro era poi uscito a ridosso dell’estate e aveva incontrato subito un riscontro importante in termini di copie vendute». Ero lì che pensavo di doverlo salvare dalla scarsa autostima, e intanto lui si era fatto un cordiale ed era tornato lo stronzo di sempre.